VUO – Very Unpopular Opinion. Lamentarsi.

Perché c’è un topo nell’immagine in evidenza, vi chiederete?
Il post non ha nulla a che fare coi roditori, ma con un libro che ho letto un paio di anni fa, sì. Si chiama “Chi ha spostato il mio formaggio?”.

Una delle mie passate amicizie si è sciolta così. Ero poco più che ventenne e avevo formato un rapporto stretto con una persona – un marchigiano, non proprio dietro l’angolo, eh! – di una quindicina d’anni più grande.
Era il periodo d’oro dei blog, capite, Instagram ancora non esisteva e Facebook si era da poco affacciato nel panorama italiano. Amica e lettrice della fidanzata di lui, mia coetanea e anche lei blogger, la proprietà transitiva aveva fatto sì che io stringessi amicizia con questa persona e che ci collaborassi anche per un progetto artistico-teatrale che è venuto piuttosto bene.

In seguito a quest’esperienza estiva, l’umore e le preoccupazioni dell’amico erano cambiati. Il territorio era notoriamente in crisi, e non era un bel periodo nemmeno per il resto d’Italia, s’è per questo, lavoro ce n’era poco e lui si lamentava spesso e a lungo, durante le nostre conversazioni.
Si rammaricava non non avere offerte di lavoro confacenti alle sue caratteristiche, di non poter andare a convivere con la fidanzata, di non poterle dare tutto quello che si meritava… Il tutto perché lo Stato, il Ministero della Cultura, gli investitori, *inserire il soggetto economico desiderato*, non gliene dava modo.

Ora, io ero poco più che ventenne, ricordate?
Non avevo i filtri e la capacità diplomatica di adesso – e sono cose su cui sto ancora lavorando – e nemmeno la saggezza necessaria a capire che questi accorgimenti vanno spesso usati anche con gli amici. Quindi, all’ennesimo lamento eterno e sempre uguale, gli risposi con una bella e-mail schietta, che sostanzialmente lo esortava a lamentarsi di meno e a fare andare di più le manine. Ricordo che nello scritto chiedevo se l’amico avesse mai provato a cercare nuovi sbocchi lavorativi, anche se non pienamente conformi a quello che voleva. E’ possibile che avessi anche accennato che, altrimenti, ognuno di noi doveva accettare le conseguenze delle sue scelte – in pratica, non ti vuoi adattare? Rimani senza lavoro e abbi la buona creanza di non fare la vittima.

Come potete ben immaginare, lui non la prese benissimo. Anzi, la prese così male, che mi rispose con un’altra e-mail zeppa di rimbrotti, espressioni ferite, frasi paternalistiche e nuove lamentele, of course!, cui seguì anche una comunicazione della fidanzata, che invece era semplicemente e grandemente incazzata. Il decorso dell’amicizia non ha importanza, è andata com’è andata e non c’entra con l’argomento di questo post. Il fatto è che ho pensato spesso a quella mia reazione – alla mail, insomma – negli ultimi giorni, come ho riflettuto molto se scrivere o meno questo articolo, perché tocca argomenti delicati e le possibilità di essere fraintesa sono moltitudini.

La situazione della pandemia ci è nota e in questi giorni ho ascoltato le lamentele di chi ha dovuto chiudere o limitare fortemente la sua attività lavorativa, ho letto delle proteste un po’ in tutto il Paese. Ho ascoltato e tutt’ora ascolto conoscenti demoralizzati, il cui unico pensiero attivo è l’insufficienza degli aiuti statali. E ho pensato a quel vecchio amico e alle sue lamentele, scoprendo che la mia posizione, dopo ben dodici anni, non è cambiata.

Come molti di voi sapranno, io non sono solo un’istruttrice fitness, gestisco proprio una palestra, che ha dovuto chiudere, proprio come tutte le altre. I miei collaboratori sono a casa senza impiego, io non percepisco nessun onorario (e comunque devo mangiare) e in più devo far fronte a spese fisse – affitti, utenze, fornitori, ecc. – che non posso rimandare. Aiuti dallo Stato non ce ne sono, salvo una misura preventivata nel Decreto Ristoro (ma che razza di nome è?!) e non ancora pienamente regolamentata, tramite la quale rientrerei, forse, di meno di un quarto dell’incasso di questo mese, se avessi lavorato pur con le limitazioni imposte dalla ripresa post primaverile.

La situazione, insomma, è pericolosa, ma sapete che c’è? Non mi sento di lamentarmi per… per che cosa, esattamente? Il virus? La necessità di gestire una situazione straordinaria?
Cambia qualcosa se passo i miei giorni a compiangermi e a protestare in piazza? Lo Stato finalmente mi ascolterà e penserà, non so, di riaprire le palestre, perché, poverina, la Strega si sente triste?

*SPOILER: no.*

Un’immagine tratta da “Chi ha spostato il mio formaggio?”

L’unica cosa che cambia con lamentele e proteste che si protraggono nel tempo è che mi rimane meno tempo per trovare autonomamente una soluzione ai miei problemi.
Nuovi sbocchi, nuove opportunità. Nuovi metodi per abbattere i costi, per lavorare o che so io.
Un nuovo modo, insomma, per ritrovare quella felicità, o quella soddisfazione personale, che non mi è stata tolta da qualcuno Brutto e Cattivo, qualcosa che non rientra, checché ne creda io, nei miei diritti di nascita. Il tot. di tranquillità o stabilità, o chiamatela come volete, che percepisco come tolta è qualcosa che mi sono creata e guadagnata, che è venuta meno per un caso imprevedibile e indipendente da qualsiasi variabile umana (aka, il virus) e che non tornerà solo perché me ne sto seduta ad aspettarla, magari battendo i piedi per terra come i bimbi dell’asilo.
Sono io, per prima, che devo cambiare il mio atteggiamento. Sono io che devo essere positiva e che devo lavorare con le risorse che ho, non posso aspettare che per me lo faccia qualcun altro.

Ecco, per dirla così mi ci sono voluti più di due lustri, ma meglio tardi che mai, no? 😅 Voi cosa ne pensate? Esprimetevi nei commenti!

3 pensieri riguardo “VUO – Very Unpopular Opinion. Lamentarsi.

  1. Sì e no: l’atteggiamento di non piangersi addosso e di ‘farsi da soli’ è apprezzabile, ma si deve sempre tenere conto che facciamo parte di una collettività, di una società, di uno Stato ai quali siamo legati da rapporti di diritti e doveri reciproci.
    Le lamentele e le recriminazioni sono spesso largamente giustificate.
    Agire e pensare come se tutto dipendesse solo da noi è un concetto romantico nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, porta dritto a un’idea di mondo in cui i deboli so

    1. Bah, più che concetto romantico, mi sembra realistico. Purtroppo la situazione delle nostre istituzioni ci è nota – dolorosamente nota – e non è ragionevolmente possibile aspettarsi più aiuti da quelli preventivati.

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