Sopravvivere come Renzo a Milano

Ho sempre viaggiato molto con la fantasia, sia in termini positivi che negativi – leggasi, paranoia -, ma mai nella vita avrei pensato di ritrovarmi in una situazione come quella in cui mi sono svegliata questa mattina.

Milano – la mia adorata, metropolitanissima Milano – isolata. La Lombardia gigante zona rossa, da cui è meglio non uscire ed è decisamente sconsigliato entrare. Le libertà personali limitate, regole severe da seguire, sì, ma da cui dipende la sicurezza di tutti.

Sto scrivendo la bozza di questo articolo seduta su un’assolata panchina dei Giardini Pubblici Indro Montanelli a Porta Venezia. La ragazza con cui condivido la seduta si è piazzata sul bordo opposto della panchina e legge un libro dandomi le spalle, con naso e bocca coperti dal collo del dolcevita, che indossa nonostante facciano almeno 16°C. Sono a casa dal lavoro dallo scorso 24 febbraio, non sto guadagnando 1€ e sia la mia scuola che la mia palestra rimarranno chiuse fino al prossimo 3 aprile, perciò mi aspettano altri venti giorni e passa da trascorrere stringendo gioiosamente la cinghia, col continuo pensiero di quello che potrà succedere all’eventuale e mica tanto sicura riapertura dell’attività rambica.

Prima del COVID-19, o Corona Virus, che dir si voglia, non avrei mai immaginato una cosa così. Non avrei mai pensato di poter vivere l’inquietudine della crisi lavorativa né la frustrazione del tempo eccessivo tappata in 70mq di Covo Stregonesco con due ingombranti e rumorosi genitori, che sembrano aspirare ogni molecola di spazio privato come ossigeno. A essere del tutto sincera, non mi sarei immaginata questa situazione nemmeno la settimana scorsa, quando il COVID c’era già e io dubitavo sì che avrebbero riaperto le palestre come se nulla fosse successo, ma per qualche motivo rimanevo convinta che isolare una zona così grande come l’intera regione più produttiva in Italia, nel nostro Paese, sarebbe stato infattibile.

Naturalmente, questa mia mancata capacità di figurarmi la situazione estrema in cui sono impegolata assieme a qualche milione di altri individui non è altro che una pecca dell’animo umano.
Pensare che non capiterà a noi di persona, anche se nella storia si è già verificato, anche se sentiamo che un certo evento – per esempio, una mutazione di un virus SARS che improvvisamente diventa contagiosissima per gli umani… ogni riferimento a fatti reali è puramente casuale – si sta verificando da qualche altra parte nel mondo iperconnesso di oggi. Dirsi che la situazione è diversa, che qui siamo in Europa, che figurati se capita in un Paese ricco e sviluppato come il nostro. Vuoi per forma di protezione dall’ansia o per semplice ristrettezza mentale, prima o poi ripetiamo tutti queste frasi, a noi stessi o ad alta voce, e in genere abbiamo ragione, finché, una volta su un milione, non l’abbiamo più.

Ecco, questo è il momento in cui non abbiamo ragione. Ci sentiamo persi e spiazzati, e non è che non capiamo quello che ci viene detto – beh, questo vale per la maggioranza di noi: alcuni proprio non capiscono -, ma la realtà fa talmente a pugni con le nostre convinzioni, che facciamo fatica a processarlo.
Allora cerchiamo colpevoli, materiale di sfogo, minimi appigli che possano farci credere che quelli sui giornali o alla tv sono dei terroristi, che stanno mettendo panico alla brava gente italica. Viene fuori il peggio di noi, siamo più acri nelle risposte, più intolleranti e cattivi, e anche più egoisti. Il panico fa questo, ci impedisce di ragionare, ci fa assaltare le stazioni ferroviarie per scappare da qualcosa da cui non si può fuggire, ci fa svaligiare i supermercati – Dei, se non ci fosse di mezzo il catasto alcuni di noi avrebbero già costruito un rifugio antiatomico personale in cantina o nel box! – e guardare con diffidenza quelli che si soffiano il naso per strada.

Mentre passeggiavo nel parco, con la ghiaia che mi scricchiolava sotto gli stivali, ho pensato a tutto questo e mi sono detta che adesso – adesso! – è il momento di tirare fuori quegli attributi che diciamo di avere e risollevare il fondoschiena da terra.

Manteniamoci positivi, teniamoci vivi. Rimaniamo umani.
Sono la prima a non essere particolarmente dotata di talento in materia e so che sarà difficile, ma, se ce l’ha fatta quel pampaluga del Renzo nel 1630, ce la facciamo anche noi.

I Promessi Sposi, del Trio.
Pampaluga è un’espressione dialettale settentrionale, che noi potremmo tradurre con “imbranato”.

4 pensieri riguardo “Sopravvivere come Renzo a Milano

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