Nessun Dorma in Parma! – Turandot

Nessun Dorma e il conseguente do di petto de All’alba vincerò sono noti in lungo e in largo e hanno ormai assunto vita propria, staccati dalla storia e dell’opera cui appartengono. Temo che una buona metà delle persone – sic! – in grado di citare e/o gorgheggiare i famosi versi non abbia idea, ad esempio, che essi provengono dal terzo atto della Turandot di Giacomo Puccini, che ha aperto la stagione operistica del Teatro Regio di Parma e che io ho visto domenica scorsa.

Sapete fin troppo bene che nell’annosa questione tra pucciniani e verdiani la sottoscritta si schiera con questi ultimi, ma naturalmente amo moltissimo anche l’altro grande compositore dell’opera lirica italiana, apprezzandone particolarmente la leggerezza conturbante di alcune arie e gli orientalismi.

Giacomo Puccini: Lucca, 1858 – Bruxelles, 1924.

Giacomo Puccini è un vero e proprio toscanaccio, amante della buona tavola, del divertimento e delle donne. Nasce a Lucca nella seconda metà dell’Ottocento, ma si trasferisce presto a Milano per studiare al Conservatorio, ove viene a contatto con i maggiori compositori sulla scena europea. La sua prima opera lirica debutta a metà degli anni Ottanta, ma è tra gli ultimi dieci anni dell’Ottocento e i primi dieci del secolo successivo che il nostro Giacomo ottiene il vero successo, pubblicando tre delle sue opere più famose, La Bohème (1896), Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904). L’altra celeberrima opera del compositore toscano è, appunto, Turandot, che però lui lascia incompiuta, perché muore nel 1924 a Bruxelles, per un tumore alla gola.

Dal punto di vista artistico e produttivo, Puccini è molto eclettico – compone di tutto, dalle opere-ballo, alle commedie, alle operette di un atto solo – e molto più cosmopolita di Verdi, che è invece profondamente radicato alla tradizione italiana e alle innovazioni che lui porta in essa. Nel suo lavoro include elementi del Verismo musicale, ispirazioni dall’opera francese, il gusto dell’esotico e soprattutto dell’Oriente, nonché l’idea wagneriana del Leitmotiv. La grande attenzione posta alle rappresentazioni delle sue opere e al pubblico lo porta a essere poco produttivo: scrive di tutto, è vero, ma poco, ci ha lasciato solo dodici opere.

La locandina di Turandot, che al suo debutto fu diretta dal celebre Arturo Toscanini. Si narra che il Maestro s’interruppe a metà del terzo atto, esattamente dopo l’ultima nota composta da Puccini, e si rivolse al pubblico dicendo: “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto”. Non diresse mai più la Turandot.

Come vi accennavo, Turandot è l’ultimo lavoro di Giacomo Puccini e debutta alla Scala di Milano nell’aprile del 1926, a due anni dalla sua morte. Il suo lavoro sul libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni s’interrompe nel terzo atto, dopo la morte di Liù, e viene concluso da Franco Alfano. L’opera nella sua interezza consta di tre atti e cinque quadri e la storia è ripresa da un’antica novella persiana, poi rimaneggiata da Carlo Gozzi.

A Pechino, in Cina, un editto imperiale vuole che qualunque principe desideri sposare Turandot, la figlia dell’imperatore, dovrà risolvere i tre indovinelli che lei stessa proporrà. Se ci riuscirà, la principessa sarà sua sposa, ma la pena per il fallimento è la morte per decapitazione.
Calaf, principe dei Tartari spodestato dai cinesi, fa ritorno a Pechino in incognito proprio durante l’esecuzione dell’ultimo principe che ha fallito la prova, e ritrova Timur, il padre cieco, e la fedele serva Liù, che è innamorata di lui. Cogliendo lo sguardo di Turandot, Calaf se ne innamora perdutamente e decide di affrontare la sfida, nonostante sia Timur e Liù, che i ministri di corte Ping, Pang e Pong cerchino di dissuaderlo. Inaspettatamente, Calaf risolve tutti e tre gli enigmi, ma Turandot, rancorosa nei confronti del genere maschile a causa della sorte toccata a una sua antenata, si rifiuta di sposarlo. Il tartaro le offre, allora, una scappatoia: se lei riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba, lui morirà, altrimenti Turandot non avrà altra scelta che diventare sua sposa.

La notte scorre lenta e insonne a Pechino, giacché la principessa ha ordinato che la popolazione e l’esercito setaccino la città per scoprire il nome dello Straniero o trovare qualcuno a conoscenza del segreto. Alla fine Timur e Liù vengono catturati e quest’ultima subisce la tortura, ma si rifiuta di tradire il suo amato, ruba un pugnale a una delle guardie e si uccide. Calaf e Turandot, oramai sconfitta, si ritrovano poco prima dell’alba e cadono nelle braccia l’uno dell’altra, ma la tristezza della principessa umiliata induce Calaf a rivelarle il suo nome, mettendo così il suo destino nelle mani della figlia dell’imperatore per la terza volta nella giornata.
All’alba, Turandot dichiara però di non conoscere il nome dello straniero e l’amore trionfa.

L’entrata in scena di Turandot, silenziosa al cospetto delle teste dei principi che hanno fallito la sua prova. Foto ufficiali Teatro Regio di Parma.

La rappresentazione del Teatro Regio di Parma vede la regia di Giuseppe Frigeni e la direzione d’orchestra del Maestro Valerio Galli. Ne ho amato moltissimo le scene, minimal, eppure con un che di orientaleggiante che il pubblico è portato a immaginare.

Il colore delle scenografia è scuro, dominato da una serie di gradini la cui parte centrale è semovibile. Sul fondale scorrono alcuni pannelli che rivelano un fondo luminoso, che cambia frequentemente colore e crea un bellissimo gioco di ombre cinesi, che conferisce movimento ai diversi quadri.
I costumi giocano prevalentemente sul contrasto tra bianco e nero, e spicca il verde pallidissimo di quello di Liù.

Turandot si rifiuta di sposare Calaf, al cospetto dell’imperatore e di Liù (di spalle).
Foto ufficiali Teatro Regio di Parma.

Nonostante la Turandot parmense sia visivamente bellissima e in generale uno spettacolo di alta qualità, sono rimasta un po’ perplessa riguardo agli interpreti.
Ho apprezzato molto la performance di Giacomo Prestia/Timur e di Vittoria Yeo, che è una bravissima Liù, specie nei filati. Rebekka Lokar/Turandot e Carlo Ventre/Calaf, mi hanno lasciato un po’ in dubbio, perché è come se a volte fossero in discordanza di toni con l’orchestra, che tende a coprire le loro voci, invece che a sostenerle. Ventre, poi, ha una bella estensione, ma un timbro vuote e freddo che male si accorda al calore pucciniano e che rende persino Nessun Dorma scevra del mistero e dell’eroismo che tutti si aspettano. Un do di petto, un po’ strappato, non è tutto quello che serve, anche se fa la sua scena.

Ping, Pang e Pong, all’inizio del secondo atto.
Foto ufficiali Teatro Regio di Parma.

Sia chiaro che, come da mia abitudine, nelle recensioni io spacco il capello in quattro. Lo spettacolo è comunque degno di essere guardato, anche se non è tra i migliori che ho visto in teatro.

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