I Due Foscari – Sotterfugi sulla Laguna

Questo è il terzo anno in cui ho un motivo in più per amare l’autunno, perché ho la fortuna e l’onore di essere ospitata da quello che sta diventando un bel pool di teatri operistici, che proprio in questa stagione si mettono a spolverare palchetti e buche d’orchestra e riprendono la loro attività.

Da settembre a ottobre è il turno del Festival Verdi, che nelle Terre Verdiane celebra il mese della nascita del mio amato, amatissimo, Beppe mettendo in scena quattro delle sue opere. Quest’anno si tratta di Aida, Luisa Miller, Nabucco e I Due Foscari, la prima opera del festival, nonché la rappresentazione cui ho assistito domenica al Teatro Regio di Parma.

Le locandine delle opere in programma al Festival Verdi 2019
Lord G. G. Byron (1788 – 1824), un’altro dei miei amori letterari. Poteva quest’opera non piacermi?

Scritta per il Teatro Argentina di Roma nel 1844, I Due Foscari è un’opera lirica in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave e tratta dall’omonima opera teatrale in versi di George Gordon Byron (1821). La storia è ambientata a Venezia nel 1457.
Il Consiglio dei Dieci è in riunione per decidere la sorte di Jacopo Foscari, reo di aver infranto il suo esilio a Creta e di essere tornato in patria (in esilio ci era finito perché accusato di aver ucciso un parente del nobile Jacopo Loredani, membro del Consiglio, e di aver tramato contro Venezia). La questione è quantomeno spinosa, giacché il baldo giovane si è sempre proclamato innocente dalle accuse ed è l’ultimo figlio rimasto in vita del Doge, Francesco Foscari, che regge la carica da ben trentacinque anni e ha giurato di mantenerla fino alla sua morte. Uomo dedito alla patria e alle sue leggi, Francesco non può difendere il figlio dalle accuse né invocare clemenza per lui, così come lo prega di fare la nuora Lucrezia, e soffre per gli impedimenti che la sua alta carica gli impone.

Foto ufficiale del Teatro Regio di Parma – Roberto Ricci
Jacopo, condannato e imprigionato nelle segrete, è confortato dalla moglie e dal padre.
Notate come i colori dei costumi di Lucrezia e del Doge contrastino l’uno con l’altro.

Jacopo viene infine condannato a un nuovo esilio e privato della compagnia della famiglia; la sentenza gli viene comunicata da Lucrezia e dal padre, il cui cuore infranto rincuora Jacopo, che temeva di non godere più del suo affetto. Prigioniero del suo trono, è lo stesso Francesco Foscari che legge pubblicamente la sentenza che strappa per sempre suo figlio a lui e al suolo natio e a vederlo partire sulla nave che lo riporterà a Creta. Poco dopo, il fedele Barbarigo gli recherà la confessione in punto di morte di un uomo che si proclama unico uccisore del parente di Loredani, restituendo la speranza al Doge, che già si vede dare l’ordine di riportare Jacopo a Venezia con tutti gli onori. Sfortunatamente, Lucrezia lo raggiunge piangendo e lo informa che Jacopo è morto sulla nave, con il cuore infranto.
Per Francesco questo è un colpo durissimo, ma non è l’ultima stilla del calice amaro che il Consiglio dei Dieci ha preparato per lui. I membri, guidati da Loredani, suo avversario politico, hanno infatti continuato a tramare alle sue spalle e ora chiedono al Doge di rinunciare alla sua carica. La scena è pietosa, Foscari è costretto a spogliarsi di tutte le insegne mentre il suo successore viene già acclamato al suono delle campane… Quest’ultimo insulto è troppo e il suo cuore di vecchio cede, lasciandolo senza vita tra le braccia di Lucrezia.

Foto ufficiale del Teatro Regio di Parma – Roberto Ricci
Francesco Foscari è morto, la sua famiglia ha subito l’ultima umiliazione. Jacopo Loredani, a destra nella foto, guarda soddisfatto il pubblico: ha vinto.

Quando Giuseppe Verdi musica I Due Foscari, ha poco più di trent’anni, ma ha già ottenuto il successo del Nabucco. La musica coniata dal Maestro porta sicuramente il suo marchio, con le bellissime arie del Coro, le caballette e i caratteristici zumpappà, ma è anche estremamente moderna nell’espressione delle tinte fosche del dramma e dello struggimento intimo dei personaggi.

La messa in scena del Teatro Regio, con l’allestimento di Leo Muscato e la direzione orchestrale del Maestro Paolo Arrivabeni, ambienta il dramma non nel Rinascimento, ma nei primi decenni dell’Ottocento, l’epoca romantica in cui Byron ha scritto il suo The Two Foscaris, che con le sue tinte eroiche ben si accorda a musica e trama.
La scena è unica per tutti e tre gli atti, dominata da una pedana circolare e inclinata verso il pubblico, e un pannello semicircolare che si alza e si abbassa e costituisce il fondo di proiezione di luci e immagini. La circolarità della scena, che emerge dal buio, rende meravigliosamente l’idea delle sale del Consiglio e della piazza cittadina, ma anche il senso di reclusione, costrizione e prigionia che provano i protagonisti dell’opera. Un impedimento fisico e ingiusto alla libertà, per quanto riguarda Jacopo, contrapposto a uno dell’animo, che Francesco ha consapevolmente scelto quando ha accettato la carica di Doge. Anche i colori di scena e dei costumi seguono queste tinte oscure e si lasciano illuminare a tratti dalle luci taglienti, quasi caravaggesche, che sottolineano drammi e struggimenti e offrono molte zone d’ombra in cui i cospiratori possono agire industurbati.

Foto ufficiale del Teatro Regio di Parma – Roberto Ricci
La riunione di un seriosissimo consiglio, i cui abiti neri a colletto alto suggeriscono già l’animo di ferro dei suoi membri.
Foto ufficiale del Teatro Regio di Parma – Roberto Ricci
Jacopo Foscari è il tipico eroe romantico e byroniano, e il suo costume lo evidenzia perfettamente: sembra uscire fuori da uno dei ritratti dell’epoca

Gran parte della tensione del dramma poggia sulle spalle non già di Jacopo Foscari, ma di Francesco, interpretato al Regio da un mirabile Vladimir Stoyanov, che dimostra presenza scenica oltreché voce, e che è autore di una performance attoriale priva di difetti. La sua presenza sul palco e nei duetti ha il dono di sublimare anche il talento degli altri interpreti, a cominciare dalla brava Maria Katzarava/Lucrezia e dal tenore Stefan Pop, che nel ruolo di Jacopo mi ha per la verità convinto poco.
Una menzione a parte va al basso Giacomo Prestia, che dipinge i tratti serpentini di Jacopo Loredani con viva maestria, e al coro A. Toscanini.

I Due Foscari è un’opera relativamente poco rappresentata tra quelle del panorama verdiano, ed è un peccato, perché non solo pone le basi per quelle arie dense di passione e struggimento che ritroviamo, per esempio, in Violetta, ma anche perché raramente troviamo un dramma così cupo, ma nel contempo denso di sfumature. Possiamo solo sperare che Francesco e Jacopo Foscari tornino ad avere un po’ di attenzione in più da parte dei teatri e che un maggior numero di spettatori – melomani e non – abbiano modo di scoprire la loro storia e condividere i loro patemi.

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