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Quella che vi apprestate a leggere è una nuova puntata della rubrica Cronache dal Palchetto (le puntate precedenti: qui, qui e qui), anche se un po’ atipica, dato che questa volta non c’è nessun palchetto. D’altronde, ero all’Arena di Verona!

Alta 31 m e con una pianta ellittica di circa 152×123 m, fu inaugurata nel 30 d.C. e in origine poteva ospitare circa 30.000 spettatori, che si riversavano sulle sue 44 gradinate da 72 aperture (vomera). Mica male, no?

Questo splendido anfiteatro romano ospita un festival lirico famosissimo, cui ogni anno assistono migliaia e migliaia di spettatori provenienti da tutto il mondo. Che una Strega melomane come me non avesse mai visto un’opera all’Arena nei suoi primi trent’anni di vita, dunque, era una lacuna che andava necessariamente colmata e la Fondazione Arena di Verona mi ha gentilmente aiutato a farlo offrendomi due biglietti per assistere all’opera che forse meglio si accorda con la straordinaria atmosfera di quest’architettura romana del I secolo d.C.: Aida, di cui amo in particolar modo la ricchezza dei personaggi in scena e la celeberrima marcia trionfale, che conoscono tutti, anche ignorando che appartiene a un’opera.

Giuseppe Verdi, “Beppe” per gli amici. Si rifiutò di riconoscere lo spettacolo del 1871 come debutto di Aida, perché non era soddisfatto del pubblico in sala, e accolse come data ufficiale quella del 1872 a Milano.

Aida, dramma lirico in quattro atti, fu commissionata a Giuseppe Verdi nella seconda metà degli anni ’60 dell’Ottocento, per l’inaugurazione del nuovo teatro di Il Cairo. Il libretto è di Antonio Ghislanzoni, su un soggetto originale dell’archeologo Auguste Manriette.

Il periodo storico in cui ci si trovava non era dei più tranquilli del secolo, e infatti la composizione e la messa in scena di Aida subirono notevoli ritardi a causa della guerra franco-prussiana, così Il Cairo si accontentò di inaugurare il suo nuovo teatro lirico con Rigoletto, mentre la nuova opera di Verdi vi debuttò nel 1871.

La storia è la solita valle di lacrime.
Aida, figlia del re d’Etiopia, è prigioniera degli Egizi – che ignorano la sua identità – e schiava nel palazzo del Faraone, dove si è innamorata del guerriero Radames, che ricambia i suoi sentimenti. Peccato che il baldo giovine sia oggetto dei desideri anche di Amneris, figlia del Faraone, e che l’esercito etiope stia muovendo guerra contro l’Egitto.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Radames (M. Karahan, a destra) sta per essere nominato comandante dell’esercito.

Radames parte per la guerra e Aida si strugge, perché è divisa tra l’amore per la sua patria – e quindi spera e prega per la disfatta degli Egizi – e quello per Radames , dato che, se l’esercito del Faraone perde, lui, che ne è il comandante, può morire.
L’amato guerriero torna vincitore e con i prigionieri etiopi al seguito – c’è anche il padre di Aida, sotto mentite spoglie – e il Faraone gli concede non solo di esaudire qualsiasi suo desiderio, ma anche di sposare Amneris e diventare così l’erede al trono d’Egitto. Radames non può sottrarsi al volere del Faraone, ma ottiene che gli Etiopi siano liberati, anche se Aida e il padre vengono trattenuti come ostaggi. Il re d’Etiopia medita la vendetta per il suo popolo e convince, dunque, la figlia a farsi rivelare da Radames il percorso intrapreso dall’esercito egizio, in modo da poter schierare i suoi uomini e tendere una bella imboscata. Quando Radames, che casca nell’inganno con tutti i calzari, scopre la verità, si dispera e si consegna al sacerdote per essere processato come traditore della patria. La condanna, nonostante i tentativi di Amneris di ottenere grazia, è dura e il giovane sarà sepolto vivo in una tomba ai piedi della divinità. Quando le porte del mondo dei vivi si chiudono davanti a lui, Radames scopre che Aida l’ha seguito nella tomba per morire con il suo amato, come effettivamente succederà, mentre Amneris, in superficie, piange sul sepolcro.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Una scena dal primo atto: il Faraone annuncia l’attacco degli Etiopi.

Al di là del coinvolgimento emotivo dell’opera verdiana, assistere a un’Aida nell’Arena di Verona è un’esperienza che va vissuta per essere pienamente compresa. Bisogna immergersi, immedesimarsi nella strana sinergia tra l’architettura antica, le scenografie coloratissime, i ricchi costumi e le performance degli interpreti in scena per rendersi effettivamente conto del motivo per cui quest’opera e questo teatro sono indissolubilmente legate.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Una bella veduta laterale, dall’alto, delle gradinate dell’arena.

La rappresentazione di quest’anno è la riedizione di quella storica del 1913, arricchita con l’aggiunta del bel velario realizzato negli anni Novanta.
L’opera parte quasi in sordina, con il pubblico che riesce a bearsi più delle meravigliose scene del palazzo di Menfi che del bel canto degli interpreti, che – con l’eccezione di Alessandra Volpe (Amneris) – nel primo atto mi sono parsi un pochino sottotono non tanto musicalmente – le voci sono apprezzabilissime, in particolare quella del turco Karahan (Radames) come estensione e sfumature e di Anna Pirozzi (Aida) e della già citata Volpe -, ma come presenza scenica.

Così come la musica subisce un crescendo lungo lo snodarsi della trama e che culmina con la trionfale marcia egizia, che è stata un tripudio di fiamme, costumi e colori vivaci al suono delle celeberrime trombe egizie, anche la performance dei cantanti cresce d’intensità, collimando con uno struggente abbraccio dei due amanti nella disperazione di Amneris.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Fine opera. Aida e Radames si abbracciano, Amneris si dispera… E due amanti che muoiono insieme è quanto di un lieto fine ci si possa aspettare dal Beppe.

Notevole anche la resa del balletto, che in Aida compare di sovente, coordinato da Gaetano Petrosino sulle coreografie di Susanna Egri, che compie una delicata commistione tra il gusto ottocentesco e le innovazioni del secolo successivo. L’ho trovato molto delicato, elaborato il giusto e a sostegno, non disturbo, del canto.

Qualcuno ha ordinato delle trombe egizie? XD
Questi strumenti dal timbro particolare furono realizzati appositamente per la creazione di Aida, sotto supervisione di Manriette.

Ieri ho colmato ben due lacune della vita stregata: ho finalmente visto – da vicinissimo, guardate nelle storie in evidenza sul mio profilo instagram! – dal vivo un’opera all’Arena di Verona e ho avuto tempo di visitare la città di Romeo e Giulietta, che avevo nel mirino da qualche anno. Della visita tra le stradine e i vicoli della città, però, vi parlerò in un prossimo post, in cui, dopo aver parlato di Beppe, mi dilungherò su una delle passioni che abbiamo in comune: quella per il buon vecchio William Shakespeare. 😉

Intanto voi, melomani nascosti, ditemi: siete mai stati all’Arena di Verona? E che cosa avete visto? Fatemelo sapere nei commenti!