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Mentre scrivo questo articolo sto facendo il countdown alle ultime due lezioni – una per corso – d’inglese che mi mancano per salutare i miei pargoli a dare loro appuntamento al prossimo novembre.

Questo è il mio secondo anno d’insegnamento a una classe vera e propria, all’interno di una scuola assimilabile alle Language School: i miei alunni sono adulti e decidono volontariamente di iscriversi al corso d’inglese per imparare la lingua. Più in particolare, questi pargoli hanno deciso di studiare inglese non per aumentare le loro probabilità di trovare (o mantenere) un lavoro, ma per arricchimento personale, il che fa certamente loro molto onore, perché una cosa è decidere di rimettersi a studiare a inizio anno e l’altra è portare a termine un impegno che il più delle volte si prende a mente serena.

Sono un’insegnante, qual è il tuo superpotere?
In effetti, ci vuole un fisico bestiale per stare dall’altra parte della cattedra.

Dato che ognuna delle due classi che ho tenuto quest’anno ha due ore d’inglese alla settimana – spoiler: troppo poche -, il metodo d’insegnamento che ho deciso di adottare prevede una terapia d’urto mascherata da attività ad alto tasso di coinvolgimento. Poca grammatica, dunque, anzi, solo lo stretto necessario, intervallata da moltissime altre lezioni sulla cultura e società dei paesi di lingua inglese, comprensioni scritte, prove d’ascolto con canzoni e film, video, dialoghi da fare in classe, role playing e – last but not least – giochi di gruppo, il tutto da eseguire rigorosamente in inglese.

Le mie sono evidentemente lezioni traumatiche per chi si approccia allo studio della lingua ed è costretto a fare un salto nel vuoto, a parlare una lingua non sua fin dalle primissime lezioni, ma, se si riesce a mettere a loro agio gli studenti, presenta dei margini di miglioramento notevoli e un basso tasso di diserzioni. Dal punto di vista dell’insegnante, ovvero della qui scrivente Strega, si tratta di un impegno faticoso sia a livello fisico che soprattutto mentale ed emotivo, perché presuppone l’essere sempre al cento per cento delle proprie energie, anche quando in realtà non lo si è – e, come sapete, tra la fine di febbraio e quella di aprile io sono stata decisamente lontana dal massimo della mia condizione psicofisica.

Accurata descrizione pittorica dell’insegnante all’inizio e alla fine dell’anno scolastico.

Quest’anno d’insegnamento è stato più difficile di quello precedente, che pure era il primo anno in cui m’interfacciavo a una classe e non a un pargolo per volta, massimo due, per svariati motivi. Innanzitutto, le lezioni sono raddoppiate, mentre il numero dei miei alunni è triplicato.

Se vi chiedete come ciò sia possibile, è presto detto. La Direzione della scuola dove lavoro ha accettato più adesioni del dovuto e durante la prima lezione del mio corso (che doveva essere uno solo…) mi sono ritrovata qualcosa come un centinaio di persone in una classe che al massimo ne ospita trenta. Non nascondo di aver considerato la grande affluenza, generata dal passaparola degli alunni dell’anno passato, al mio corso un gran bel complimento, ma, quando la Direzione si è dimostrata palesemente non in grado di risolvere il problema in tempi brevi, quei cento alunni arrabbiati e spiccioli hanno cominciato a sembrarmi di gestione oltremodo difficile.
Tra una protesta e un picchetto in Direzione, l’intero primo mese di scuola è praticamente saltato e solo all’inizio di dicembre ho ricevuto il permesso di dividere le mie classi in due… comodamente in tempo per il ponte di Sant’Ambroes e le vacanze di Natale, quando ho giustamente perso altre giornate in cui non sono andata avanti con il programma e mi sono scervellata per recuperare all’inizio del 2019.

Oltre a queste graziose disavventure gentilmente offertemi dai miei datori di lavoro, le mie lezioni sono state difficoltose anche perché le due classi risultanti dalla spaccatura del maxi-corso d’inizio novembre sono diversissime tra loro, non tanto per livello di conoscenza della lingua, quanto perché gli alunni che le formano sono caratterialmente dissimili. Una classe è formata da acque chete, individui silenziosi, con scarse tendenze a prendere la parola durante la lezione e che sostanzialmente vanno costrette a forza ad aprire bocca, ma che ascoltano senza fiatare la loro sempre più stressata insegnante, mentre l’altra… Ecco, avete presente gli alunni vivaci che si vedono nei film? Quelli un po’ discoli, che si fanno gli scherzi, si tirano i cancellini e diventano subito amiconi, preferendo una bella merenda in compagnia alla lezione del giorno. La mia seconda classe è così, con l’aggravante di essere composta da adulti fatti e non da adolescenti.

Curiosamente, sono stati gli alunni della prima classe a ottenere i maggiori miglioramenti al termine delle mie lezioni – perché, diciamocelo, l’ultimo giorno dell’anno serve solo a far festa -, forse perché mi hanno ascoltata di più o perché erano più motivati all’apprendimento della lingua. Hanno assimilato meglio le regole grammaticali e, anche se lentamente, hanno costruito i loro legami di classe, perdendo via via una parte consistente dell’iniziale ritrosia a parlare ed esprimersi, mentre i piccoli discoli hanno mantenuto il loro livello d’inglese pressoché invariato, anche se si sono divertiti e mi hanno fatto divertire molto di più. Sono in generale soddisfatta di com’è andato quest’anno e guardo al prossimo con un misto di eccitazione e inquietudine, anche perché mi hanno appena comunicato che da novembre 2019 non avrò una classe, non ne avrò due, ma ben tre.

Tranquilli, eh! Ho tutto sotto controllo, non è come sembra, non sono affatto preoccupata. Anzi, so addirittura quale sarà la mia espressione alla mia prima entrata in aula: