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Come numerosi post su questo Grimorio possono testimoniare, le festività sono generalmente dedicata alla visita a parenti e simili, ma si dice pur sempre Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi, giusto? Ecco, allora, che ho deciso di smaltire l’uovo pasquale salendo sulle terrazze di una delle opere più maestose e belle erette dall’umanità. Il Duomo di Milano.

Magari pensate che, da brava Milanese, la qui scrivente Strega sia di parte nell’affermare quando sopra, eppure non sono mica l’unica a pensarla così! Mark Twain, per esempio, diceva: “Il Duomo, simbolo per eccellenza di Milano, è la prima cosa che cerchi quando ti alzi al mattino e l’ultima su cui lo sguardo si posa la sera. Si dice che il Duomo di Milano venga solo dopo San Pietro in Vaticano. Non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell’uomo”

Nel luogo dove sorge la chiesa più grande d’Italia (la basilica di San Pietro è in Vaticano) esistevano anticamente ben due edifici religiosi dedicati a Santa Maria Maggiore e a Santa Tecla, che però furono distrutte da alcuni crolli strutturali cui si aggiunse un incendio. Nel 1386 fu così deciso di erigere sulle rovine delle chiese precedenti un unico tempio che sorgesse nel cuore religioso di una città in espansione. Il primo progetto era indubbiamente pensato per essere costruito in mattoni, ma già l’anno successivo il duca Gian Galeazzo Visconti impose un progetto più ambizioso, per il quale chiamò a Milano i più famosi architetti e progettisti dello stile tardogotico. Il mattone originario fu sostituito dal più pregiato marmo di Candoglia, proveniente dalla Val d’Ossola e responsabile del colore bianco-rosato dell’amatissima cattedrale dei milanesi.

Nel modico arco temporale di cinque secoli, una sequela infinita di architetti, mastri vetrai, operai, carpentieri e fabbri – ciascuno con le loro vite, ciascuno con le loro storie – ha dato vita ai quasi 12.000 metri quadri di guglie intagliate, contrafforti, pilastri monumentali e statute che prendono comunemente il nome di Cattedrale di Santa Maria Nascente. Pensate al sudore, al sangue e alla fatica che, assieme ai sogni e alle speranze di queste persone rimarranno per sempre intrise in questi blocchi di marmo, all’energia creativa e dinamica che permea ogni voluta, ogni faccia demoniaca, ogni ala d’angelo: c’è di che commuoversi.

Ma abbandoniamo la storia spicciola e veniamo ai giorni nostri. Come si fa a visitare il Duomo, o il Dòmm, come lo chiamiamo noi milanesi? Non c’è nulla di più facile!
Se volete accendere un cero o semplicemente raccogliervi in preghiera all’interno di questa mastodontica casa del dio cristiano, l’ingresso è libero (anche se da alcuni anni limitato alla navata sinistra e a quella centrale), altrimenti potete accedere alla superficie intera con un ticket da 3 €. Non vi mentirò, c’è sempre fila per entrare in Duomo, e i controlli di sicurezza possono essere fastidiosi, ma l’attesa non è generalmente lunga, giacché i milanesi, financo le guardie giurate, sono abituate a fare andare le manine e si sbrigano abbastanza in fretta. 😉 Se volete visitare anche i sottostanti resti delle due chiese più antiche, ci sono altri biglietti da pagare o, in modo più conveniente, potete acquistarne uno cumulativo secondo le vostre esigenze (qui il sito ufficiale del Duomo, con tutte le informazioni che vi servono).

Il rosone centrale della grande vetrata dell’abside, visto dall’esterno.

Anche la salita alle terrazze è soggetta al pagamento di un biglietto, che può essere singolo o cumulativo, con percorso saltafila o meno e soprattutto può prevedere la salita a piedi o in ascensore… un particolare da non sottovalutare, considerato il centinaio di metri d’altezza ove vi troverete quando sarete arrivati alla terrazza più alta, quella da cui si gode una vista impareggiabile dello sklyline milanese e, proprio sopra le vostre teste, della Madonnina (o Madunina), una gioiosa statua dorata di Santa Maria, alta 4,16 metri e posta a 108,50 metri dal suolo che risale ai primi anni del 1700.

Che dire dell’esperienza sul tetto del Domm, se non che chiunque dovrebbe farla almeno una volta della vita?

Si sale vicino alla guglia Carelli, la più vecchia di tutte, che sulla sua sommità porta la statua di quel Duca Visconti che tanto si è penato per la realizzazione della cattedrale e per il prestigio di Milano, e poi si cammina lungo un percorso un po’ in pendenza tra archi acuti, contrafforti e pinnacoli decorati, l’uno diverso dall’altro. Il vento vi scompiglia i capelli, se vi affacciate alle balconate, e le scarpe scivolano leggermente lungo la parte superiore delle campiture di marmo, se cercate di affacciarvi si finestroni superiori per concedervi uno sguardo a volo d’uccello sul fumoso interno della chiesa.

Una veduta a strapiombo dal punto più alto delle terrazze. L’edificio con il tetto rosso è il palazzo dell’Arcivescovado.

La maestosità della costruzione, la smania di toccare il cielo di chi l’ha ideata e costruita, ci stupiscono e ci affascinano, perché, dal basso tutti questi dettagli non si notano, si perdono nella solita prospettiva piccina e banale di noi, poveri umani senza arte né parte.
Un po’ mi batteva il cuore, mentre ieri passeggiavo e sostavo tra queste meraviglie e pensavo che le persone che le hanno create non erano poi tanto dissimili da me, eppure la scintilla che ha generato il desiderio, l’idea e la manodopera necessaria per scolpire questi riccioli di marmo mi era – e continua a essermi – inconcepibile.

Quanto siamo piccoli, noi, con i nostri problemi e le nostre facezie, e quanto potremmo essere grandi, divini, se ci concentrassimo su quello che sappiamo veramente fare, non pensate anche voi?