Sto davanti allo schermo bianco da un po’, pensando se riempirlo o meno con quello che voglio scrivere. Non è parte del mio carattere parlare di me, o meglio, della parte più profonda di me, ma ultimamente sto facendo moltissime cose che non appartengono esattamente alla faccia più luminosa del carattere stregonesco, che differenza volete che faccia una in più?

Marzo è stato un periodo complicato, e non dal punto di vista degli impegni.
Già la seconda metà di febbraio si era rivelata provante, perché avevo finalmente deciso di fare una cosa su cui meditavo da tempo. Da quando ne ho avuto la facoltà ho sempre pensato che ognuno di noi sia materia grezza, un blocco di marmo migliorabile fino all’ultimo respiro perché la nostra vera essenza traspaia dalla fredda pietra in tutto il suo fulgore. Per questo motivo negli ultimi anni ho lavorato molto su me stessa per limare i lati del mio carattere di cui non ero soddisfatta e rendermi più simile a ciò che volevo essere e mostrare al mondo. Torniamo, quindi, a quella seconda metà di febbraio di cui all’inizio del paragrafo, quando la necessità di avere una sorta di specchio che mi mostrasse fin dove ero arrivata e che parte di lavoro c’era ancora da fare mi ha condotto a cercare un consulto psicologico.

Probabilmente non è una cosa nota a tutti, o di cui tutti sono convinti, ma dallo psicologo non si va solo quando si è pazzi, o quando si sta male, la psicologia è un aiuto più generale e vasto, che ha più a che fare con la crescita e lo sviluppo personale, che con la guarigione di una malattia. Ho sempre pensato che a un certo punto della nostra vita ognuno di noi trarrebbe beneficio da qualche seduta psicologica, ma questo è un altro discorso.

A fine febbraio ho iniziato un percorso con una psicologa, dunque, portandole in esame i miei trascorsi, il lavoro di automiglioramento che avevo fatto e le problematiche che ancora non sapevo come affrontare e che mi causavano frustrazione, ricavando in cambio un nuovo punto di vista sulla situazione, esterno e libero da qualsiasi preconcetto affettivo ed emotivo.

Come è tipico della Strega, però, ho scelto il momento meno indicato per iniziare un progetto faticoso e provante, e me ne sono, appunto, resa conto a inizio marzo, quando i colloqui con la psicologa mi hanno effettivamente aiutato a sbloccare la situazione in cui mi trovavo. Al posto che farlo in modo graduato e dolce, però, possiamo dire che c’è stata una specie di esplosione emotiva.

Esplosione della serie che quella del Monto Fato è nulla a confronto.

Ho passato l’intero primo mese di primavera (com’è che diceva la Goggi?) in una crisi che comprendeva pianti continui e disperati, momenti di panico e altri di apatia quasi completa.
La cosa più terribile è stata senza dubbio la paura generata dalla perdita totale del controllo delle mie emozioni – cosa che io sono sempre stata in grado di fare, probabilmente anche troppo bene – e dalla prospettiva, che al momento mi sembrava non solo reale, ma decisamente probabile, che io non riuscissi più a riemergere dalle sabbie mobili in cui ero sprofondata, e per giunta per mia liberissima scelta.

Il film è del 1984, ma miseriaccia, non ce n’è un altro che renda alcuni concetti tanto bene!

Per quanto terribile, destabilizzante e lunga, riconosco che questa sofferenza mi sia stata molto utile. L’esplosione, anche la disperazione più completa, erano quasi sicuramente l’unico modo per indurmi non solo ad affrontare argomenti che non avrei mai toccato con persone che normalmente mai avrebbero saputo nulla, ma anche a mostrare me stessa nella mia interezza, che non è fatta solo di lati solidi e fulgidi.

Come tutti, del resto, ho momenti di debolezza, momenti in cui ho bisogno di una spalla su cui piangere, di qualcuno che prenda in mano il timone della situazione e mi lasci stirare le membra. Siamo tutti fatti a questo modo, eppure per me è difficile riconoscerlo e pensare di poter essere accettata e apprezzata anche per questi lati oscuri, che chiaramente ho represso per troppo tempo e che, rabbiosi, si sono fatti sentire di forza tutti assieme.

L’arte del kintsugi è una pratica giapponese in cui si riparano le crepe di vasi, contenitori e altri oggetti con l’oro. Il vaso torna alla sua funzione originale, ma non è lo stesso di prima: le crepe sono ben visibili, eppure il suo valore è aumentato, non diminuito, dalle stesse.

La Strega che al momento sta scrivendo queste parole e che intende riprendere le fila del suo Grimorio, quindi, è un po’ diversa da quella che vi raccontava gli ultimi libri letti a febbraio. Ha qualche crepa, che si sta ingegnando per riparare tenendo presente che non tutte le ferite diminuiscono il valore di una cosa, anzi, capita pure che lo accrescano: è solo una questione di prospettiva.

Abbiate dunque un po’ di pazienza (più di quella che avete già portato nei miei confronti, voglio dire) e, se questo ed eventuali successivi post, un po’ più intimi del solito, vi mettono a disagio, fate finta di aver sognato e passate oltre. Altre berciate su libri, spettacoli e avventure stregate seguiranno a brevissimo. 😉

Puck insegna: Se l’ombre nostre offeso v’hanno, pensate, per rimediare al danno, che qui vi abbia colto il sonno