Green Book

Capita ahimè spesso che a causa del gran casino che è la mia vita quotidiana io non riesca a vedere tutti i film candidati ai maggiori premi cinematografici, ma a Green Book tenevo in modo particolare.

Il Negro Motorist Green Book era una guida per viaggiatori afroamericani pubblicata annualmente dal newyorkese Victor H. Green in cui si elencavano le leggi emanate da ogni Stato Americano in merito alla circolazione delle persone di colore, nonché i luoghi dove essi potevano dormire e mangiare.

Tanto per cominciare, Viggo Mortensen è un attore che apprezzo moltissimo per le sue doti interpretative e la sua capacità di calarsi completamente nei ruoli che interpreta, e poi perché la storia raccontata è vera.
Siamo a New York nel 1962 e l’italoamericano Tony Vallelonga (aka, Tony Lip) è momentaneamente senza lavoro dopo che il locale in cui faceva il buttafuori chiude in via temporanea. Dovendo mantenere la sua famiglia, accetta di lavorare per un musicista di colore, Don Shirley, che ha bisogno di un autista tuttofare per il suo imminente tour nel Sud del Paese. Siamo nel periodo della discriminazione razziale, esistono leggi che variano di Stato in Stato su quello che le persone di colore possono o non possono fare, e per organizzare gli spostamenti, Tony si deve basare proprio sul libro verde che da il titolo al film.

All’inizio della storia Tony e Shirley sono due personaggi agli antipodi, che hanno abitudini, maniere e linguaggio completamente diversi, ma la convivenza forzata e le esperienze affrontate li avvicinano e permettono loro non solo di comprendersi, ma di iniziare un’amicizia che proseguirà fino alla fine delle loro vite (sono entrambi morti nel 2013).

I meravigliosi Viggo Mortensen (Tony) e Mahershala Ali (Don Shirley) in una scena del film in cui Don aiuta Tony a scrivere una lettera alla moglie. Mortensen, che ha poco dell’italoamericano, a dire la verità, mi ha stupito per l’accuratezza dei modi e dell’accento.

Don Shirley, in particolare, è un personaggio curioso. Cresciuto principalmente all’estero tra conservatori e scuole di musica, non veste, parla, mangia o si muove come il “tipico” afroamericano, anzi, sembra un signorino troppo pulito e francamente represso, solo e contento di esserlo. Naturalmente non tutto è come sembra, e infatti il musicista nasconde un tormento nell’anima e un profondo senso di inadeguatezza che a stento riesce a controllare. Tony Vallelonga è, invece, l’italoamericano per eccellenza: sguaiato, mangione e decisamente grezzo, ma anche con un gran cuore e un senso del dovere e della morale precisi.

Del film di Peter Farelly, che conta tra gli sceneggiatori anche Nick Vallelonga, figlio di Tony, ho amato moltissimo il metro narrativo, che mescola momenti di grande difficoltà con attimi di pura commedia. Non è facile rendere giusta importanza alle vessazioni e alle angherie subite da Don Shirley nel corso del suo viaggio nel Sud, rendendo visibile l’aspetto paradossale che lo vedeva non solo invitato a suonare negli stessi luoghi che lo discriminavano, ma anche applaudito e lodato dalle persone che nel contempo lo trattavano e lo giudicavano come un essere inferiore. Allo stesso modo, inserire momenti di leggerezza in una storia che altrimenti risulterebbe troppo pesante è un procedimento rischioso, perché è facile rovinare un bel racconto e difficile esaltarlo.

La bellezza di Green Book sta proprio nell’equilibrio tra il dramma e l’aspetto divertente, nel viaggio non solo materiale di due persone che partono nemiche e tornano legate per la vita, e spero ardentemente che questa pellicola vinca almeno qualcuno degli Oscar per cui è nominata (Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista, Migliore Sceneggiatura Originale e Miglior Montaggio), dopo che si è portata a casa un bel numero di Golden Globes, anche se li avrebbe meritati tutti.

Voi avete visto Green Book? Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti!

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