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Dicembre, per me, è il mese della musica lirica. Non che non ne ascolti durante il resto dell’anno, eh!, anzi, sicuramente ricorderete le mie incursioni in quel di Parma per il festival Verdi, ma sarà l’aria del Natale, sarà che la Scala apre la sua stagione proprio a Sant’Ambroes, dicembre è il mese in cui crogiolarmi tra arie e caballette mi piace di più. 

La scorsa domenica, per esempio, ho approfittato della gentilissima ospitalità del Teatro Ponchielli di Cremona, che per il secondo anno consecutivo mi ha offerto un posticino per una delle sue rappresentazioni della stagione operistica, il Falstaff di Giuseppe Verdi, per la precisione. 

Nella foto, Simon Russell Beale nel ruolo di Falstaff nell’Henry IV prodotto dalla BBC (The Hollow Crown, potete acquistare il cofanetto qui e non ve ne pentirete!) affiancato da Tom Hiddleston nei panni del futuro Enrico V.

Falstaff è un personaggio di William Shakespeare, un cavaliere decaduto, oramai vecchio, rozzo e sempre alla ricerca di denaro, che sperpera in lussi, cibo, vino e donne. Compare in alcuni drammi storici del Bardo, tra cui l’Enrico IV e l’Enrico V, e nella commedia Le Allegri Comari di Windsor, da cui è in effetti tratto il Falstaff verdiano. Si tratta di un personaggio complesso, un po’ comico e un po’ tragico, ironico e sarcastico, falso come una moneta da tre centesimi, ma anche con un cuore… molto in fondo. 

Giuseppe Verdi era un grandissimo amante di Shakespeare e per tutta la vita ha desiderato mettersi in gioco musicando una commedia, tanto per cambiare, dopo i molteplici drammi umani, che decade dopo decade ha proposto al suo pubblico. A ottant’anni suonati, quindi, accetta la sfida del librettista Arrigo Boito e in soli sei mesi compone la musica della sua ultima opera e, forse, di quella più atipica e originale di tutte. 

Spesso definita opera comica, anche se personalmente stento ad apporle un’etichetta, Falstaff consta di tre atti, per una durata totale di circa due ore e mezza, ed è ambientato nel XV secolo a Windsor. 
Sir John Falstaff alloggia alla locanda della Giarrettiera con i servi Pistola e Bardolfo e, tanto per cambiare, si trova in ristrettezze economiche. Decide quindi di sedurre due nobildonne, Alice e Meg, per poter liberamente pescare dalla loro colma borsa e fa loro recapitare due lettere d’amore identiche. Le due donne, che sono amiche, s’indignano e decidono di giocargli uno scherzo tale da insegnargli una volta per tutte che oramai è troppo vecchio e troppo grasso per giocare la parte del seduttore. Alice si finge quindi innamoratissima di Falstaff e gli fa recapitare un invito tramite la comare Quickly in casa sua, durante l’assenza di suo marito Sir Ford. Quest’ultimo, a sua volta, ha saputo della lettera che Falstaff ha spedito alla moglie e vuole vendicarsi a suo modo. Travestito da Signor Fontana, dunque, si reca alla locanda della Giarrettiera e offre al vecchio una borsa di denaro per sedurre Alice. Falstaff, compiaciuto, confessa che è già a metà dell’opera e così Ford scopre la presunta infedeltà della moglie.

Una scena della rappresentazione del Teatro Ponchielli. Falstaff (A. Gazale) è a sinistra, Ford (P. Ingrasciotta) a destra e si sta fingendo il signor Fontana, innamorato, non corrisposto, di Alice.

Falstaff si presenta a casa di Alice, ma vi arriva anche Ford, accompagnato dai suoi compari, per ucciderlo. Alice, Meg, la comare Quickly e Nennetta (la figlia di Alice) nascondono quindi Falstaff nella cesta del bucato, che poi fanno scaricare nel fiume tra le risa generali. Ford si compiace della furbizia della moglie e, non più geloso, passa a progettare il matrimonio di Nennetta con Cajus, un vecchio dottore pedante. Nennetta, però, è immancabilmente già innamorata del giovane Fenton e chiede aiuto alla madre. 

Un’altra scena dalla rappresentazione del Ponchielli, che fa tanto Sogno di Una Notte di Mezza Estate.

Ordendo l’ultimo scherzo nei confronti di Falstaff, Alice lo invita nel parco a mezzanotte, travestito da Cacciatore Nero, un personaggio di una favola per bambini popolata da fate, spiriti e folletti. Tutti gli abitanti di Windsor si mascherano da spiriti fatati e tormentano Falstaff, che si prende un gran spavento finché non riconosce Bardolfo sotto una maschera. Allora, mentre Nennetta sposa Fenton, prorompe nella morale dell’opera, della sua vita e forse anche di quella di Verdi: tutto nel mondo è burla. 

La rappresentazione di Falstaff a Cremona mi è piaciuta moltissimo sia per la parte musicale – orchestra e coro come sempre meravigliosi, interpreti molto bravi, a cominciare da Alberto Gazale (Falstaff) e Paolo Ingrasciotta (Ford) -, che per quella visiva, che mi ha colpito particolarmente. 

Le comari di Windor: da sinistra, Quickly (D. Innamorati), Nennetta (M.L. Iacobellis), Alice (S. Tisba) e Meg (C. Piva)

Nella regia di Roberto Catalano, la Windsor Seicentesca diventa un luogo senza luogo, da qualche parte tra l’Inghilterra, Napoli e la Sicilia, a metà degli anni Cinquanta. La locanda della Giarrettiera assomiglia a un circolino per gli anziani, con le pareti di un verde slavato e i faretti gialli alle pareti e Falstaff stesso è un vecchio affaticato, che rincorre i fasti della gioventù come un bambino i suoi giocattoli. 

I toni di scena e dei costumi giocano sui rilassati colori pastello, c’è tanto bianco e tanta luce, e poi c’è Falstaff, a metà tra Keith Richards (o un Jack Sparrow vecchio e grasso, fate voi) e Zucchero, vestito di scuro, trascurato e tremendamente fuori posto nel contesto generale. Basta solo la resa di scene e costumi per far intendere al pubblico che Falstaff non  si accorda al luogo in cui si trova, ma lui non sembra accorgersene e volteggia attorno agli altri personaggi, gettandosi a capofitto nei tranelli orditi contro di lui al ritmo delle ariette, delle fughe e del contrappunto creati dal buon Beppe, che evidentemente si è divertito nel comporre la sua opera. 

L’aspetto recitativo è importantissimo per il Falstaff, giacché alcuni brani sono più parlati che cantati, come capita anche nell’Otello, e i cantanti in scena sono estremamente mobili, dotati di una fisicità buona, favorita probabilmente anche dalla giovane età, e che ricorda molto più le produzioni inglesi di quelle italiane (e in effetti mi è venuta in mente quasi subito la Carmen del Royal Opera Theatre, l’anno scorso). Il movimento in scena diverte il pubblico e lo aiuta a superare anche i passaggi più arzigogolati della trama, fino al finale non già alla tarallucci e vino, ma con una più prosaica battaglia coi cuscini su un letto gigantesco, sotto le cui coperte sparisce Falstaff e con lui, prima o poi, anche noi. 

Ci sono dei melomani tra i miei lettori, ne sono sicura! Ditemi, avete mai visto il Falstaff del Beppe? Che cosa ne pensate?
Fatemelo sapere nei commenti!