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L'_Attila_ di Verdi al Teatro Regio di Parma

Ero talmente piccola che non ricordo la prima volta che ho ascoltato un’aria di Giuseppe Verdi, ma le sue musiche sono sempre state presenti nella mia vita, avendo dei parenti melomani. Fino a quando non ho visto la mia prima opera, però, la grandezza di questo signore che a scuola associavano al re d’Italia non mi era ben chiara, non capivo il motivo di such a fuss, come direbbero gli inglesi. Poi ho superato il punto di non ritorno: sono diventata parte entusiasta della schiera dei zumpappà.

437px-giuseppe_verdi_by_giovanni_boldini

zum pa pa, o zumpappà, che scriver si voglia, è il soprannome dato agli ammiratori di Verdi. Deriva da un ritmo spesso ripetuto nelle composizioni del Cigno di Busseto.

É dunque ovvio che io segua ogni anno e con un certo interesse il Festival Verdi, anche se da lontano. Negli ultimi due anni sono stata felicissima, però, di accettare il grazioso invito del Teatro Regio di Parma e seguire una delle quattro opere rappresentate nel corso della manifestazione. L’anno scorso è stato il caso di una bella Jerusalem, quest’anno, invece di Attila, uno dei drammi “giovanili” di Giuseppe Verdi, che non è spesso rappresentato e che io stessa non avevo mai ascoltato per interno né visto.

Il Nabucco del 1842 apre una decade in cui Giuseppe Verdi è particolarmente prolifico: in media compone un’opera all’anno, anche se lo fa imponendoselo, a volte controvoglia, per trarne profitto e raggiungere quella stabilità economica che ancora gli mancava. Non tutti i prodotti del periodo sono di successo, anzi il nostro Giuseppe riceve anche qualche batostella, comunque l’Ernani del 1844 è molto ben accolta e lo stesso impresario gli commissiona un nuovo lavoro per il Carnevale 1846 alla Fenice di Venezia. Il problema è che Verdi stava già lavorando ad almeno due opere e quindi non decide il tema della nuova commissione fino ai primi mesi del 1845, quando, sotto la dichiarata influenza di Madame de Stael, si fissa su una tragedia di Zacharias Werner, Attila re degli Unni.

0408_Attila_Riccardo Zanellato (Attila)_ph Roberto Ricci

Il basso Michele Pertusi nei panni di Attila, personaggio che da il nome dal dramma lirico in tre atti con libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave. La foto è di Roberto Ricci, come le altre di scena in questo post.

Attila va in scena nel marzo del 1846 ottenendo un discreto successo, che verrà presto messo in ombra dal Macbeth (1847) e poi dalle arcinote Rigoletto, Trovatore e Traviata (1851 e a seguire). É un Verdi acerbo, dicono, quello che compone la sequela di caballette di Attila, ma io personalmente apprezzo l’estremo senso teatrale di quest’opera, il suo ritmo e la sua energia. Mi piace che la storia sia pressoché scevra di morale – non ci sono eroi e antieroi, qui, sembra che una parte vinca sull’altra per mero caso – e che sia la passionalità che la anima a trionfare su tutto. Ma lasciate che vi illustri la storia di Attila.

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Siamo nel V secolo d.C., ad Aquileia, che gli Unni hanno appena invaso e devastato, uccidendo tutti i vinti per ordine di Attila, che entra in scena lodato da tutte le sue truppe, che gli offrono in dono una schiera di giovani donne italiche, catturate mentre combattevano eroicamente al fianco dei loro fratelli per salvare la loro patria. Tra di loro c’è Odabella, figlia del defunto signore di Aquileia, e Attila se ne invaghisce, mentre lei medita una crudele vendetta. Arriva Ezio, generale ed eroe di guerra romano, che propone ad Attila un patto terribile: lui lo aiuterà a distruggere l’impero d’Occidente e quello d’Oriente e in cambio Attila gli lascerà il dominio sulla penisola italica. L’unno rifiuta un simile patteggiamento ed Ezio se ne va, furioso, mentre, con un cambio di scena che descriveremmo filmico, i superstiti di Aquileia approdano a Rio Alto dopo una tremenda tempesta. A comandarli è Foresto, marito di Odabella, che l’ha saputa in mano al nemico e parte per salvarla per poi trovarla nell’accampamento degli Unni nei pressi di Roma e crederla amante di Attila stesso, finché Odabella non gli confida il suo piano. La giovane intende guadagnarsi la fiducia del barbaro e ucciderlo con le sue stesse mani, proprio come Giuditta fece con Oloferne, vendicando così la morte del padre e la caduta della città. Attila nel frattempo non sembra desideroso di entrare a Roma a causa di un sogno sconvolgente, in cui un vecchio lo tratteneva dai suoi scopi con parole imperiose, ed è terrorizzato quando incontra papa Leone, che gli si rivolge allo stesso modo e lo induce ad accettare la tregua proposta dall’imperatore Valentiniano.

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Di flaggellar l’incarco contro i mortali hai sol: t’arretra! Or chiudi il varco, questo dei Numi è il suol!, dice papa Leone ad Attila

Ai festeggiamenti per la tregua Ezio e Foresto complottano per uccidere Attila con una coppa avvelenata, ma Odabella, che vuole la vendetta per sé, avverte il condottiero barbaro, che, consumato dall’ira, decide di non dare più seguito a segni e visioni e marciare alla volta di Roma, non prima, però, di aver sposato la donna. Durante la notte di nozze si scoprono infine tutti gli altarini, e Odabella ottiene la sua vendetta sgozzando Attila di fronte allo stupore di Ezio e Foresto.

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Un’altra bellissima immagine di scena. Notate la cupezza e la drammaticità del tutto, la potenza della luce? Io trovo che sia tutto molto caravaggesco.

L’ultima volta che Attila è stato rappresentato al Teatro Regio di Parma risale a una ventina di anni fa e per questo ritorno Andrea De Rosa sceglie un allestimento nuovo, che esalta la cupezza dell’opera rispecchiandola negli scenari bui e nei colori tendenti al nero, con piccoli sprazzi di bianco che accecano lo spettatore tanto quanto il bellissimo gioco di luci a opera di Pasquale Mari. Il mondo in cui suona la musica di Verdi è popolato di spiriti e fantasmi e la sua natura è viva, fa sentire chiaramente la sua voce nell’irrompere glorioso dell’alba e nel fragore della tempesta. De Rosa esalta giustamente questa furia elementale in un modo che rimanda a The Tempest di Shakespeare – d’altronde lo stesso Verdi amava Shakespeare e se lo sentiva evidentemente affine, considerati tutti i drammi che ha trasposto in musica – e non stona con i costumi moderni, forse che rimandano agli anni Quaranta, di Alessandro Lai.

1174_Attila_al centro Maria José Siri (Odabella)_ph Roberto Ricci

Durante i festeggiamenti per la tregua, Odabella seduce Attila. Tra poco lo avvertirà del complotto.

Nel comporre l’Attila Giuseppe Verdi sapeva di poter fare affidamento su quattro interpreti validi, che lui già conosceva, perché ci aveva già lavorato, e quindi confezionò per loro romanze e caballette ritmate, ricche di sfumature, per le quali occorre talento, forza espressiva ed esperienza. Nessuna di queste doti manca a Michele Pertusi – un Attila veramente di tuono e tempesta, bravissimo! -, Maria Josè Siri – Odabella, appena un po’ parca di energie all’inizio – e Vladimir Stoyanov (Ezio), mentre il solo tenore Francesco Demuro (Foresto) è parso un po’ sperduto sul palco.

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Diciamo pure che Foresto è un personaggio un po’ infelice; non è il classico tenore eroico, non risolve la situazione né con il sacrificio né con la prestanza in battaglia, anzi, possiamo ben dire che quella che porta i pantaloni, in casa, è Odabella. Che figura femminile splendida che è Odabella, perché non se ne scrivono più di così simili a lei?

Tra un poderoso vento di tempesta, torce che brillano nella notte e città rase al suolo, le due ore di Attila scorrono senza quasi accorgersene, lasciando al pubblico una piacevole sensazione di leggerezza, e forse una pulce nell’orecchio: sia mai che il Verdi acerbo abbia ben più di qualcosina da dire?