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É tradizione del Covo di andare al cinema alla vigilia di Capodanno, e quest’anno come si poteva non scegliere l’ultimo film musicale uscita giusto a Natale?

The Greatest Showman, diretto da Micheal Gracey, è una pellicola che racconta la vita di P.T. Barnum, l’ideatore del celebre circo americano (The Greatest Show on Earth, 1842) e di fatto l’inventore dello show business, in modo molto romanzato. Il film, che vanta gli stessi produttori di La La Land, è candidato ai Golden Globes 2018 per il miglior film/commedia musicale (Hugh Jackman), il migliore attore in un film/commedia musicale e la migliore canzone.

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La prima scena del film, di grande effetto.

Io sono un’amante dei film musicali, perché conservano ancora quella lieve innocenza poetica che oramai gli altri film hanno perso. Mi piacciono le canzoni, mi piacciono le coreografie, l’improbabilità delle situazioni in cui i personaggi si alzano dalla sedia e si mettono, che so, a ballare sul bancone di un bar. Ecco perché sono rimasta piacevolmente soddisfatta da The Greatest Showman, che tra l’altro presenta un impianto narrativo originale e vivace, al contrario della malinconia piena di rimandi passati di La La Land.

Ho apprezzato moltissimo la colonna sonora soprattutto nei numeri corali, in cui tutta l’opulenza e l’esotismo del circo colpiscono lo spettatore come un pugno in un occhio. In generale, The Greatest Showman piace perché coinvolge il pubblico e perché il carisma dell’attore protagonista catalizza l’attenzione di tutti.
Non finirò infatti mai di stupirmi della bravura di Hugh Jackman – che non ha mai fatto troppo presto a smettere i panni di Wolverine! -, anche se lo apprezzo dai tempi non sospetti di Kate e Leopold (vogliamo poi parlare di Les Miserables?). Il suo PT Barnum è un perfetto incantatore, uno showman nato, un prestigiatore che senza nessuna fatica fa diventare invisibili quasi tutti i suoi comprimari, tanto che il passaggio di consegna con Zac Efron (che pure è bravissimo nei panni di Philip Carlyle) risulta quasi sgradito. Jackman da anche prova di una notevole eleganza nel muoversi (l’avevamo già visto alla cerimonia degli Oscar di qualche anno fa), soprattutto considerando che la sua fisicità è piuttosto importante. Degni di una citazione sono anche Zendaya (oh, la ragazzina sa recitare!) e Keala Settle (che voce!), mentre Michelle Williams, che interpreta la moglie di Barnum, non mi ha particolarmente convinta e infatti le scene di vita privata dell’imprenditore risultano un pochino sottotono rispetto al resto.

Il fascino della storia (confesso che una lacrimuccia l’ho versata, su un paio di canzoni) si riduce di un poco se si fa qualche indagine sulla reale avventura di PT Barnum – motivo per il quale definire il film una biografia non mi sembra particolarmente opportuno -, che è indubbiamente emozionante, ma molto meno piena della magia poetica che permea l’ora e quarantacinque minuti di The Greatest Showman, in cui agli spettacoli circensi si alternano i sogni, l’amore, la fiducia delusa e quel pizzico di idealistica integrazione che agli americani piace tanto. Immagino sia lo stesso effetto che si otterrebbe visitando il dietro le quinte di un circo, no? La polvere di fata non fa effetto se scopriamo come viene prodotta… quindi è meglio non saperlo e godersi l’avventura. 😉

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