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Seguo il pattinaggio artistico su ghiaccio da prima delle Olimpiadi di Torino 2006 (con estrema difficoltà, considerando la copertura che la tv italiana dava a questo sport) e avevo inserito I, Tonya nella mia coda di visione da qualche tempo, ancora prima delle sue candidature ai Golden Globes 2018, perché la vicenda raccontata è degno materiale per film e storie di tutti i generi.

La pattinatrice americana Tonya Harding è stata la seconda donna al mondo a eseguire un triplo axel in una competizione nel 1991. Era un’atleta potente e decisamente diversa dalle sue delicate e aggraziate colleghe, senza contare che aveva una situazione familiare difficile, cui compensava con un carattere prepotente, violento e molto, molto competitivo. Fu travolta da uno scandalo nel 1994, quando partecipò al progetto dell’aggressione di Nancy Kerrigan, pattinatrice USA, che venne colpita al ginocchio destro e fu dunque costretta ad abbandonare i Nazionali. L’oro andò alla Harding, che era già sospettata dell’aggressione anche prima che si scoprisse l’interessamento del suo ex marito, e che riuscì a partecipare alle Olimpiadi dello stesso anno, finendo però ottava. Successivamente fu squalificata dalla federazione americana di pattinaggio e dall’organismo internazionale (l’ISU), che la dichiarò persona non gradita. Lo scandalo sportivo in cui questa pattinatrice fu coinvolta è uno dei più famosi di sempre e viene citato ancora oggi.

I, Tonya, film del 2017 diretto da Craig Gillespie su sceneggiatura di Steven Rogers racconta la parabola discendente della Harding, dalla sua primissima infanzia agli anni successivi alla sua squalifica. La scelta del tono narrativo è ricaduta su uno stile quasi documentaristico, in cui le vicende di “filmato” si alternano a spezzoni di finte interviste dove i protagonisti della storia, invecchiati, raccontano idealmente a loro versione dei fatti, supportata da una colonna sonora piacevolissima e divertente.
Ho particolarmente apprezzato che la resa dei fatti fosse il più oggettiva possibile (cosa complicata, data la risonanza dello scandalo e la particolare attitudine degli statunitensi a fare sempre un gran casino), lasciando al pubblico di emettere o meno dei giudizi sui protagonisti, e che la regia si sia concentrata sulla rappresentazione delle scene e dei contesti in modo che fossero il più veritieri possibili. Su questo fronte il reparto trucco e quello costumi hanno fatto un lavoro veramente straordinario, per i primi minuti del film sono stata convinta che le interviste avessero coinvolto le persone realmente coinvolte e non gli attori.

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A proposito, nel caso vi domandaste in cosa consista un triplo axel, è questa cosina qui: tre giri e mezzo in aria, un salto alla cieca difficilissimo, qui eseguito dalla giapponese Mao Asada nelle Olimpiadi di Vancouver 2010. Le competitrici in grado di portare a termine questo salto sono tutt’ora pochissime e difficilmente lo rischiano in gara, dove devono comunque atterrare altri salti ed eseguire altre figure per vincere.

Il cast mi è piaciuto tantissimo, a cominciare da Margot Robbie, che interpreta Tonya in modo davvero mirabile. Non deve essere stato facile calarsi in un personaggi così tanto controverso e al contempo imparare quantomeno a muoversi sul ghiaccio. La Robbie ha replicato anche l’atteggiamento e le movenze della pattinatrice (sono andata anche a cercare materiale video su Internet dopo aver visto il film e ho apprezzato la performance dell’attrice ancora di più) e mi è parsa assolutamente perfetta.

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A sinistra Margot Robbie, a destra c’è la vera Tonya Harding. Ditemi se quanto dicevo del trucco e dei costumi non è vero.

Ho fatto fatica a riconoscere il soldato d’inverno Sebastian Stan nei panni di Jeff Gilooly (l’ex marito): nei film Marvel non l’ho mai apprezzato in modo particolare, ma qui devo rimangiarmi tutto e affermare che, quando gliene danno la possibilità, è anche capace di recitare. Mi sono piaciute moltissimo anche Julianne Nicholson (l’allenatrice) e Allison Janney, che da vita a una madre della Harding piacevolmente mostruosa e inquietante. Una scena nella seconda metà del film, dove madre e figlia sono sedute al tavolo della caffetteria dove lavora la prima, mi ha colpito in modo particolare, perché mette in luce il rapporto oppressivo tra queste due donne in modo più immediato rispetto alle scene precedenti, che pure non sono all’acqua di rose.

Insomma, I, Tonya, che poteva ben essere l’ennesimo polpettone che entra tra le candidature di premi importanti per motivi non facilmente identificabili, è un film che non solo vale la pena di essere visto, ma che nemmeno annoia. Penso, anzi, che possa essere goduto appieno anche da chi non segue il pattinaggio su ghiaccio, perché in effetti il lato sportivo della vicenda è un mero sfondo alla storia personale di Tonya e delle figure che la circondano. Gillespie racconta la storia di una donna prima che di un’atleta, e non è un caso che la narrazione non si interrompa con la squalifica della Harding dal pattinaggio, ma la segua anche negli anni successivi, per concludersi con un monologo molto intenso, che vi riporto tradotto da me qui sotto, in chiusura del post.

(…) ero la persona più famosa al mondo dopo Bill Clinton. Questo doveva significare qualcosa. Le persone volevano ancora vedermi, così diventai una boxeur. Insomma, perché no? Dopotutto ho sempre conosciuto la violenza. In America, sapete, vogliono qualcuno d’amare e qualcuno da odiare. E vogliono che la scelta sia facile.
Ma che cos’è facile? Chi mi odia dice sempre ‘Tonya, racconta semplicemente la verità’, ma la verità non esiste. É una stronzata. Ognuno ha la sua verità e la vita fa solo quel cazzo che le pare. Questa è la storia della mia vita ed è la fottuta verità!