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I primi di dicembre sono un periodo meraviglioso per ascoltare (e vedere: non capirete mai la sua vera bellezza se tralascerete l’aspetto visivo) l’opera, sia comodamente spaparanzati sul proprio sofà che a maggior ragione a teatro, dal vivo. L’occasione di un invito al celebre Teatro Ponchielli di Cremona, poi, è proprio ghiotta e una Strega melomane come me non poteva farsela scappare, soprattutto perché era per una delle mie opere preferite di sempre, ovvero il Rigoletto di Giuseppe Verdi. Di quest’opera mi piacciono la cupezza di fondo, l’intenso rapporto padre/figlia che è al centro della storia e la profondità dei personaggi, che non sono mai scontati. I miei brani preferiti sono quelli del Duca di Mantova (Questa o quella, La donna è mobile…), Sparafucile e Vendetta, tremenda vendetta, ma li conosco quasi tutti a memoria, essendo questa proabilmente la prima opera lirica che io abbia mai ascoltato.

Rigoletto, opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, debutta nel marzo del 1851 al Teatro La Fenice di Venezia; la storia è ripresa da un dramma di Victor Hugo, Le roi s’amuse, ed è presto detta: siamo alla corte di Mantova nel Cinquecento e il buffone di corte del Duca, Rigoletto, spadroneggia tra cortigiani e, purtroppo, padri e mariti che tentano invano di riavere le loro donne, rapite dal Duca, che è un vero donnaiolo. Nelle sue prese in giro, però, si spinge troppo in là e suscita l’ira del conte di Ceprano, che medita vendetta, e di quello di Monterone, che gli getta una maledizione. Rigoletto non si cura del primo, ma rimane terribilmente impressionato dal secondo, anche perché anche lui, proprio come Monterone, ha una figlia (Gilda), che tiene nascosta a tutti, segregata in una casa assieme a una governante. Quello che il buffone ignora è che il Duca già conosce Gilda (anche se naturalmente non sa di chi è figlia) ed è riuscita ad affascinarla, rimanendone a sua volta infatuato, fingendosi uno studente squattrinato. I cortigiani guidati da Ceprano rapiscono Gilda, che credono l’amante di Rigoletto, e la cedono poi al Duca, mentre Rigoletto la ritrova disonorata e con il cuore infranto, perciò medita vendetta e decide di assoldare un sicario di nome Sparafucile. Gilda, però, ha animo buono e caritatevole, ed è sempre innamorata del Duca, così si sacrifica per salvarlo, compiendo la maledizione preventivata da Monterone e lasciando il padre solo e disperato.

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La corte del Duca di Mantova, e cui mura diventano delle teche ove esporre le sue conquiste. Le scene e i costumi sono curati da Tommaso Lagattolla. (foto ufficiale, grazie a Barbara Sozzi)

La rappresentazione del Ponchielli presenta una scenografia molto interessante. I personaggi si muovono su uno sfondo scuro e spoglio cui sono aggiunte strutture semovibili di metallo, simili ai paraventi, che di volta in volta simboleggiano la corte, la casa di Rigoletto o l’osteria di Sparafucile. Le strutture hanno il grande pregio di essere sufficientemente manovrabili da essere spostati dagli interpreti in scena con agilità, senza disturbare la continuità della storia né distogliere lo spettatori con complicate opere di montaggio. I colori di gran parte dei personaggi rimangono scuri e fumosi, permettendo ai toni forti dei protagonisti di risaltare moltissimo sulla scena e di rendersi immediatamente noti al pubblico. Ho amato il viola freddo della Contessa e del Conte di Ceprano, il verde cupo di Gilda e soprattutto il rosso sangue di Rigoletto (rosso come il mantello di Monterone: un collegamento molto efficace che esalta a lettura del rapporto tra i personaggi), che in questa versione porta una gobba finta ed è dunque deforme più nell’animo che nella realtà.

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Rigoletto (Angelo Veccia) e Gilda (Lucrezia Drei), nel primo atto. Il buffone è appena tornato dalla corte, dove Monterone gliene ha dette di tutti i colori.

Degli interpreti ho apprezzato soprattutto i bassi e i baritoni, come Sparafucile e Monterone. Il tenore Matteo Falcier è partito un po’ sottotono nel ruolo dello spumeggiante Duca di Mantova, ma si è debitamente riscattato nel secondo e nel terzo atto. Il ruolo di Gilda è rivestito da Lucrezia Drei, soprano nemmeno trentenne di Milano, in decisa ascesa, che mi ha colpito per la voce piena e corposa. Ascoltando le sfumature del suo canto ho subito pensato che fosse molto giovane, ma ne ho apprezzato la vivacità; è un peccato, quindi, che la sua performance sia stata rovinata da quella stecca così,alla fine del secondo atto e proprio sulla caballetta Vendetta, Tremenda Vendetta! Chi mi ha veramente colpito, ad ogni modo, è il baritono Angelo Veccia nei panni (gobba e tutto) di Rigoletto. Poco prima dell’inizio dell’opera il teatro aveva annunciato una sua lieve indisposizione, ma devo dire che non me ne sarei per nulla accorta se non l’avessi saputo prima: il suo buffone, con la contrapposizione tra le movenze esagerate di corte e quelle contenute della vita privata, la voce lievemente pastosa e l’energia del canto è stato il migliore personaggio in scena.

Riesco difficilmente a immaginarmi una domenica spesa meglio come la scorsa, sotto la neve, al teatro Ponchielli, ad assistere all’avverarsi della maledizione di Monterone da un palchetto, tanto che medito di ripetere l’esperienza al più presto! ❤

 

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