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Come da tradizione alle 17:45 del giorno di Sant’Ambroeus ero in pole position sul cadreghino del Covo Stregonesco, in attesa dell’inizio della Prima della Scala, che oramai è trasmessa in tv con grande gioia della sottoscritta, che per il momento non può permettersi un biglietto per quel teatro. 🙂
Quest’anno la scelta dell’opera di apertura è caduta su Andrea Chénier, di Umberto Giordano, che debuttò proprio nel teatro meneghino nel lontano 1896. La storia si sviluppa su quattro quadri e ricalca la vita del poeta francese André Chénier, che nell’epoca del Terrore subì la ghigliottina. Il dramma ruota attorno al piano personale espresso dal triangolo amoroso dei tre personaggi principali, Andrea, la contessina Maddalena di Coigny e il rivoluzionario Carlo Gerard e a quello politico e sociale della Rivoluzione Francese e del periodo che ne è seguito; Maddalena e Andrea si incontrano poco prima dello scoppio della Rivoluzione Francese, a seguito della quale diventeranno entrambi nemici della Repubblica. Quando i due giovani si ritrovano si innamorano l’uno dell’altra, a vengono scoperti da Gerard che, ex servitore della famiglia Coigny, è da sempre innamorato della contessina e la vuole disperatamente per sé. Andrea ferisce gravemente Gerard e poi fugge con Maddalena, mentre il rivoluzionario si rifiuta di denunciare il suo assalitore per amore della giovane; quando però il poeta viene catturato il rivoluzionario non resiste alle pressioni a cui viene sottoposto e lo denuncia, anche se se ne pente. Il destino di Chénier è ormai segnato e nulla e nessuno può cambiarlo, ma Maddalena è decisa a non lasciare il suo amato e, sostituitasi a una condannata alla ghigliottina, muore assieme a lui, mentre a Gerard non restano che le lacrime per il suo amore e per il sogno della sua patria andato in frantumi.

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Il salone da ballo della contessa di Coigny. I due specchi decorati sono in realtà trasparenti: durante la festa da ballo vi si scorgono i visiti del popolo affamato di Francia, come un brutto presagio di ciò che avverrà per gli abitanti del bel mondo.

Quella di portare l’opera più famosa di Umberto Giordano come apertura della stagione della Scala è una scelta coraggiosa, che non tutti (anzi, pochi!) possono apprezzare, ma che tutto sommato è stato un successo, soprattutto grazie alla mirabile direzione del Maestro Riccardo Chailly e del regista Mario Martone, che da alle scene una corposità simile al dipinto. 

La scenografia (Margherita Palli) mi ha colpita in particolar modo. Sembra essere costituita da una pedana girevole, che può mostrare ora una faccia, ora un’altra, permettendo ai quadri di scena di murare sotto gli occhi degli spettatori e senza svuotare il palco degli interpreti, che in effetti si limitano a stare fermi al loro posto mentre la pedana li porta fuori di scena. Così da un lato della medaglia c’è la sontuosa dimora dei Coigny, dall’altro un bordello della Repubblica; mentre Bersi (una strepitosa Annalisa Stroppa) tenta di liberarsi della spia messa alle sue calcagna e di attirare l’attenzione di Andrea Chénier, la dimora dei defunti conti diventa il tribunale della rivoluzione e nel momento in cui il poeta si difende dalle sue accuse il bordello si trasforma nella prigione… Il tutto con una fluidità quasi magica, accentuata dai bellissimi costumi di Ursula Patzak e da una gestione della luce che crea delle ombre quasi solide.

Degli interpreti ho apprezzato moltissimo, oltre alla Stroppa, la performance di Luca Salsi, che veste i panni di Gerard. La Netrebko ha una voce che è sempre una garanzia, potente e ricca di sfumature, invece il tenore Yusif Eyvazov (Andrea Chénier) non mi ha particolarmente convinta. Non che la sua voce non abbia estensione o sfumature, ma nel complesso mi è sembrato molto distaccato, e mi pareva mancasse di potenza. Certo, il debutto alla Scala farebbe tremare le ginocchia a chiunque, ma mi aspettavo qualcosa di più, anche perché l’intera storia dell’opera di Giordano si regge sul pathos.

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Andrea Chénier e Maddalena di Coigny si incontrano di nuovo nella fredda e solitaria notte della Parigi repubblicana. La Netrebko (alla sua terza Prima alla Scala: alla quarta le diamo una bambolina?) ed Eyvazov sono sposati nella vita reale e c’è chi dice che si percepiva un feeling particolare.

Sarebbe stato meraviglioso poter assistere all’Andrea Chénier dal vivo, invece che accontentarsi della diretta RAI, che, pure nei suoi pregi (riconosciamo il merito di portare al grande pubblico, bene o male, un evento mondiale come l’apertura stagionale del teatro alla Scala) non riesce proprio a inserire contenuti e presentatori degni di questo nome. Quest’anno anche la regia televisiva mi ha disturbato, soprattutto nella prima parte dell’opera: non sono riuscita a capire come mai si focalizzasse su primi piani e inquadrature dall’alto, quando la struttura su cui si muovono i personaggi da un così grande colpo d’insieme.

Insomma, lievi sporcature a parte anche l’Andrea Chénier di Chailly e Martone è andata, proprio come il Sant’Ambrogio 2017. Non so ancora quale sarà l’opera scelta per il 7 dicembre 2018, ma di sicuro sarò sul solito cadreghino, con l’albero di Natale acceso, a guardarla. 🙂 Chi di voi ha visto l’opera? Che cosa ne pensate?