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Prima che Marie Kondo portasse la parola “decluttering” alla ribalta mondiale, dalle mie parti si chiamava ripulistum, storpiatura simil-dialettale per il più consueto (e ormai desueto) termine “repulisti”. In pratica, si faceva tutto quello che la trentaduenne scrittrice giapponese predica in questi giorni moderni, solo che sembrava molto meno figo e patinato. Era una rappresentazione oggettiva e disillusa della realtà del processo.

Io non ho mai amato il repulisti.
Tanto per cominciare ho in comune con centinaia e centinaia di italiani il fatto di essere cresciuta con nonni, genitori e/o zii che, se non hanno visto la guerra, sono nati decisamente vicino alla sua fine, in un periodo, quindi, in cui tutto poteva tornare utile. Il mio amatissimo nonno materno – operaio della Innocenti in pensione – aveva il talento di riparare le cose, potremmo dire, a’ la McGiver e nella sua ottica era chiaro che buttare qualcosa fosse un’azione quantomeno poco lungimirante. Al di là del genio di cui sopra – che io ho ereditato poco, lo ammetto – sono cresciuta imparando a tenere le cose da conto; secondo i miei nonni questa espressione stava a significare che alle cose bisognava attribuire il loro giusto valore, fatto di denaro, certo, ma anche di utilizzo in vista del futuro, di affetti e di ricordi a esso legati. Da qui si deduce il motivo per cui l’operazione che ha occupato l’intero pomeriggio di ieri non mi va a genio, che si chiami ripulistum o decluttering. Cosa c’è in un nome?, diceva lo zio Will.

Mi ci sono impegnata con metodo scientifico, approfittando di un momento in cui l’ispirazione per intraprendere una missione che mi avrebbe quasi sicuramente messa in crisi mi è coerentemente arrivata quando mi trovavo già in uno stato che, se non lo vogliamo definire critico, possiamo certamente dirlo borderline. Ho mirato dritto al cuore dell’ammasso delle mie cose, ho attaccato il centro della linea nemica, insomma, e mi sono messa a fare il repulisti della mia stanza. Cominciando dal mobile libreria che conteneva qualche centinaio di volumi tra classici in edizioni vecchie e polverose, opere di valore discutibile, regali, scampoli di vita scolastica e chi più ne ha più ne metta.

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Eh, orsacchiotto mio, come hai ragione!

Presa dal sacro furore del decluttering, non ho sofferto molto durante il procedimento. Ho separato i tomi che mi interessava tenere da quelli che potevano essere regalati e quelli che francamente erano inqualificabili (ah, i bei tempi dell’adolescenza! Aspetta, cosa?!), ho pulito a fondo gli scaffali ormai vuoti e ho trovato una nuova organizzazione per la libreria. Poi è stata la volta delle mensole e degli altri mobili contenitori, che devo dire hanno rappresentato una sfida meno ardua, se non altro perché non ho avuto bisogno di arrampicarmi sulla scala e sporgermi sul vuoto per raggiungere gli angoli. Se anche non mi fossi allenata, ieri mattina, il mio fisico avrebbe trovato giusto giovamento dai cinque piani in salita e discesa fatti svariate volte (chiudete la maledetta porta dell’ascensore, per Diana!) per buttare man mano vagonate di carta, plastica, materiali indefiniti. Alla fine mi sono trovata in salotto attorniata dalle cose “da regalare” e, puntuale nei momenti in cui non si ha nulla da fare come la marea, la crisi è giunta. Sparsi sul pavimento – su tutto il pavimento – ai miei piedi c’erano pezzi, brandelli della mia vita che richiamavano momenti, fatti e persone, e pensare che stavo per liberarmene non è stato un momento felice.

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Poi, però, mi sono voltata verso la mia stanza e pure nella piovosa serata di ieri l’ho vista più ordinata (ci mancherebbe!), leggera e luminosa, e in quel momento mi sono resa conto di una cosa: l’atto del repulisti in sé è un modo di dare valore. Liberandoci di alcuni possedimenti – Marie Kondo direbbe che si tratta di quelli che non ci portano più gioia, ma è di gioia che stiamo veramente parlando? – noi facciamo spazio a quelli che restano. Contribuiamo a metterli nella giusta luce e facciamo anche posto per i ricordi che ci riserverà il futuro. Una periodica opera di repulisti è un tenere da conto la propria vita tanto quanto lo è fare sport o seguire una dieta sana, e proprio come queste due altre attività comporta sacrifici e un variabile ammontare di sofferenza. Vero è che non avrei reagito benissimo, se qualcuno mi avesse detto una cosa simile ieri, ma avete mai provato a dire a chi rischia di sputare un polmone mentre si allena che proprio in quel momento lui sta dando valore a se stesso? Per attendere la reazione vi consiglio di indossare protezioni adeguate!

Questa mattina mi sono accorta che durante l’operato di ieri mi auguravo inconsciamente – posto che ci si possa accorgere in un secondo momento di un pensiero inconscio: urge ripassare Freud e compagnia – che l’atto fisico che stavo compiendo si associasse per qualche mistica forza a un decluttering che si applicasse a quei pezzi di vita in cui ciò che non serve e/o non procura più gioia (ah, Marie!) non può necessariamente e legalmente essere buttato, venduto o regalato. Il mio era una sorta di gesto simbolico, insomma, per propiziarmi una vita più leggera e serena?
Per il momento tutto ciò che ho impetrato con il decluttering di ieri è un’unghia dallo smalto sbeccato e un livido sulla spalla (perché, se un libro deve caderti addosso dall’ultimo scaffale in alto, ovviamente sarà un volume pesante e in copertina rigida), ma non si può mai sapere, no? 😉

Voi avete mai avuto qualche esperienza con il decluttering? Che ne pensate?
Avete mai letto il libro di Marie Kondo?
Raccontatemi tutto nei commenti!