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totheboneposterQuando ho saputo dell’arrivo di To The Bone, primo film di Marti Noxon (una delle sceneggiatrici di Buffy l’Ammazzavampiri) prodotto da Netflix, mi sono detta che la sua visione sarebbe stata un’esperienza da fare in un periodo in cui l’umore sarebbe stato sufficientemente rilassato e sereno, onde evitare l’ondata di tristezza e di pianto che si sarebbe accompagnata alla tragedia. Molto coerentemente, quindi, ho scelto di guardare questo film di ritorno dalle ferie, quando sentivo più che acutamente la mancanza del mare e della spiaggia e percepivo come prossimo il ritorno al lavoro. Gli ingredienti per il clamoroso pianto senza freni c’erano dunque tutti, peccato che è mancato il, ehm… beh, il motivo.

Mi ero fatta certe aspettative su Fino all’Osso, che raccontava la storia autobiografica della regista e aveva come interprete Lily Collins – che forse non sarà l’attrice più di talento del momento, ma a me non dispiace -, che dice di aver sofferto lei stessa di disturbi alimentari. L’argomento doveva essere sentito dal cast in modo decisamente acuto e il film in se stesso aveva causato un po’ di bagarre ancora prima della sua uscita, perché si temeva che incoraggiasse le ragazze anoressiche a sprofondare ulteriormente nella loro malattia, piuttosto che scuoterle. Dopo aver affrontato l’ora e diciassette minuti della pellicola, però, posso dire che To The Bone non corre il rischio di affascinare né tantomeno sconvolgere nessuno.

L’accusa di rendere glamour la malattia è per quanto mi riguarda totalmente infondata, perché non ci sono rimandi all’ideale estetico né le atmosfere sono in qualche modo appetibili. La sola presenza di un’attrice come la Collins (amata dalle adolescenti? Dal fisico esile per natura?) non può bastare a rendere affascinante il film né a elevarlo a modello per gli spettatori che soffrono di disturbi alimentari. Quanto detto riassume le qualità del film, che per il resto si erge su una sceneggiatura alquanto piatta e su personaggi che più che essere a tutto tondo risultano delle macchiette più o meno simpatiche. Alcune, come le ospiti della casa di cura in cui si svolge gran parte della vicenda, sono solamente immagini di contorno alla triste ma non ben specificata vicenda della protagonista, la Ellen interpretata da Lily Collins, il cui background è accennato e non ben definito. I suoi stessi sentimenti compaiono, quando siamo fortunati, da sotto uno spesso strato di intorpidimento emozionale che, mancando il contesto, non fa breccia nello spettatore.

Il maggiore elemento di delusione di Fino all’Osso sta nel fatto che credo che nel 2017 un film dichiaratamente sull’anoressia – non con una protagonista che ha un passato tragico ed è anche anoressica, ma dove la malattia sia l’elemento centrale della vicenda – debba essere una storia di denuncia. In questo tempo in cui sotto i filtri e i ritocchi fotografici regna la disillusione e i “contenuti sensibili” non impressionano più nemmeno i bambini un film sull’anoressia deve sconvolgere, deve mostrare tutti gli aspetti del problema e non solo l’eccessiva magrezza e un po’ di peluria sul corpo. Gli aspetti fisici della malattia si devono vedere – il reparto trucco è lì apposta, no? – tanto quanto quelli psicologici, non ci si può limitare a inquadrare una ragazza nutrita con un sondino e a lasciare spazio a una conversazione sulla mancanza del ciclo mestruale con Keanu Reeves.

 

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Keanu Reeves interpreta il medico “anticonvenzionale” William Beckham. La recensione dell’Independent ha definito il suo personaggio il medico patriarcale che sa come curare le donne.

Non so ancora dire se la delusione e la noia originate dalla visione di questo film dipendano solo dall’opinione che ho espresso qui sopra o anche dall’opinabile scelta di inserire un avviso sui contenuti sensibili prima dell’inizio della storia. Certo, se lo spettatore viene avvisato di prepararsi a scene forti, quelle scene, lui o lei, se le aspetta, giusto? Se Netflix sconsiglia la visione di Fino all’Osso a un pubblico di giovane età, chi procede coraggiosamente con lo streaming si aspetta qualcosa, che invece non c’è. Tanto per fare un raffronto, ricordo di essere stata molto più colpita dalla campagna contro l’anoressia di una decina di anni fa (qui un articolo di giornale, se non vi ricordate di cosa parlo), quando l’immagine che ritraeva una modella malata erano visibili per le strade, senza possibilità di filtro o censura per i giovanissimi, durante la settimana milanese della moda.

Centosette minuti della mia vita stregonesca sprecati, dunque, e nessun motivo per versare qualche lacrima se non l’imminente fine delle mie ferie, segnano la mia esperienza con le “produzioni impegnate” di Netflix. Non ho ancora visto Tredici per le stesse motivazioni che mi avevano trattenuto da vedere To The Bone, ma sto considerando la possibilità di ridimensionare le mie aspettative.

Voi che ne pensate? Avete visto il film della Collins o il celebre Tredici? Che cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti!