Sensuale e Tragica Verona

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Una veduta di Piazza delle Erbe, la più antica piazza della città, da sempre centro della vita sociale ed economica della città.

Ho cercato un degno titolo per questo diario di viaggio per un po’, poi mi è venuto in mente uno dei brani di un musical francese del 2001, che è stato tradotto in italiano quando il gusto per gli spettacoli musicali era tornato popolare in seguito all’enorme successo dell’inimitabile Notre Dame de Paris di Cocciante.

Lo spettacolo in questione è Romeo e Giulietta – Ama e Cambia il Mondo e la canzone – interpretata da questo signore qui di fianco, che ispira fiducia immediata, ne converrete – s’intitola, appunto Verona.
Possiamo dire che si tratta del prologo di questo adattamento della celeberrima tragedia shakespeariana (se volete, potete ascoltare la canzone qui) e nel ritornello il Principe di Verona recita nella sua voce baritonale: Verona bella, sensuale, tragica città, nel sangue suo si specchierà…
Tanto per essere chiari su come finirà la storia, insomma. ^^
Il musical non mi ha mai fatto impazzire, ma ammetto di canticchiare questo brano di tanto in tanto, e di averlo fatto lungo il tragitto in macchina per giungere dall’afosissima Milano all’ancora più afosa Verona.

L’area di questa città veneta, che sorge sulle due sponde dell’Adige, è abitata fin dal neolitico da popolazioni che successivamente noi abbiamo imparato a conoscere con il termine di galliche, tuttavia sembra che l’origine del nome “Verona” sia etrusco e che voglia dire qualcosa come “maledetta Roma”. Partiamo con ottime intenzioni, dunque. ^^ I primi contatti con la fiorente repubblica romana si hanno nel III secolo a.C.; Verona è prima alleata dei romani, ma poi finisce miseramente per essere conquistata e inglobata nella Gallia Cisalpina, che riceverà il diritto alla cittadinanza romanza all’epoca di Giulio Cesare.
Nell’età imperiale Verona continua a essere una città rinomata per lo stanziamento temporaneo delle truppe, e forse è proprio per questo che tra il 20 e il 30 d.C. viene costruito l’anfiteatro oggi conosciuto come Arena di Verona: un grande complesso a tre ordini, con gli spettatori (oltre trentamila, pare) che potevano accedere alle gradinate da ben settantadue aperture (“vomera”).

L’Arena! Il terzo ordine è andato perduto nel corso dei secoli, ma anche così si tratta di una vista che toglie il fiato, vero? Di sera, soprattutto.

Durante il Medioevo la fama di Verona non diminuisce: Teodorico il Grande ne fa la sua corte preferita, il Sacro Romano Impero Germanico di Carlo Magno e figli la tiene in gran conto. Attorno al 1100 la città vive un periodo d’indipendenza come Comune, poi passa sotto il dominio della Repubblica di Venezia, poi dei Francesi e degli Austriaci. In tutti questi secoli di dominio, le sue strade vengono allargate, ampliate e pavimentate, gli edifici ristrutturati ed ingranditi. Persino la grande Arena viene rimaneggiata e nel 1913 comincia finalmente la tradizione per cui è più famosa: il festival lirico, inaugurato con l’Aida di Giuseppe Verdi – proprio quella ripresa dallo spettacolo che ho recensito la settimana scorsa.

Sì, ma, Arena a parte, che cosa si può vedere a Verona in, diciamo, un pomeriggio? Insomma, un turista mordi e fuggi che si trova due o tre ore libere prima dell’inizio del suo spettacolo all’Arena, che percorso dovrebbe fare per respirare un po’ dell’aria veronese? Vi racconto il mio.

Via Mazzini, che nel Medioevo si chiamava Via Nuova ed era un pantano privo di pavimentazione e infestato da bancarelle e baracche fatiscenti.

Ho raggiunto la città dell’amore – buffo che abbia acquisito il titolo grazie alla storia di due adolescenti con gli ormoni in subbuglio, che hanno causato un gran casino, vero? – in auto e ho usufruito di un posto auto in uno dei numerosi parcheggi sotterranei attorno al centro. Il mio era in piazza della Cittadella e proponeva tariffe di 3 € l’ora, per un massimo di 18 € giornalieri, addebitabili comodamente sul Telepass.
Dal parcheggio e passando per la Porta Cittadella, un ricettacolo delle mura romane, si accede a Piazza Bra – anche solo La Bra -, la più grande piazza della città.

Il “retro” dell’Arena, che settimana scorsa ospitava dei guerrieri giganteschi che fanno parte della scenografia di Il Trovatore.

Alla vostra destra, oltre un parchetto dominato dalla statua di Vittorio Emanuele II a cavallo, si staglia la mastodontica mole dell’Arena, mentre a sinistra c’è una serie di palazzi (il Liston) che al piano terra ospitano ristoranti e localini sfiziosissimi. Seguendolo, vi ritroverete in via Mazzini, la via dello shopping veronese, tutta lastricata di liscio marmo e costellata di negozi, bar e boutique. La prima parte della via, fino alla fontana circolare, faceva parte del decumano romano, mentre la seconda fu aperta da Gian Galeazzo Visconti, che nella sua permanenza in città fece abbattere alcuni edifici.
Camminando, camminando, si taglia lungo via Catullo e la si percorre tra una pizzetta nascosta e l’altra, finché non cambia nome.

Ecco, se c’è una cosa che mi ha incuriosito nei primi momenti della mia passeggiata, è la frequente mancanza delle targhe con il nome delle vie: rende qualsiasi passeggiata più avventurosa, non c’è dubbio! XD

L’interno della Chiesa di Sant’Eufemia: la navata unica conferisce allo spazio una certa ariosità.

A un certo punto si passa di fianco alla Chiesa di Sant’Eufemia, un delizioso edificio dell’XI secolo che rischia di rimanere del tutto inosservato. Vale, invece, la pena di oltrepassare la facciata in cotto ed entrare nell’ombroso – e fresco! – edificio a navata singola, perdendosi negli affreschi delle pareti e della volta a botte. Se è aperto, potete ammirare anche il bellissimo chiostro e godere di un poco di pace.
Tornati al sole e all’afa, prendete via Dietro Sant’Eufemia – pochi cartelli per identificare le vie, ma una logica stringente per nominarle! – e osservatela diventare un sacco di altre vie, che vi portano alla cattedrale di Santa Maria Matricolare, il bianchissimo Duomo della città.

La facciata del Duomo, in stile rinascimentale. La cattedrale odierna sorge sui resti di due chiese più antiche, che furono distrutte da un violento terremoto nel 1117.
L’interno del duomo, con le sue bellissime colonne di marmo rosso veronese.

Tra le bellezze architettoniche e delle cappelle, spicca, proprio sulla sinistra all’entrata, la bellissima Assunzione della Vergine dipinta da Tiziano nel 1535: un capolavoro di nubi, luce e vortici di movimento.

Siamo vicini all’ansa dell’Adige e si respira l’odore del fiume a ogni zaffata di vento. Imboccata Via San Mamaso, con il Duomo alle spalle, si può andare a destra per il lungofiume o procedere verso sinistra e raggiungere Piazza delle Erbe, che sorge sull’antico Foro Romano. Da qui la Casa di Giulietta è a un tiro di schioppo, giusto il tempo di schivare i tavolini dei ristoranti e le bancarelle che vendono gli stessi cappelli e i souvenir.

Una Strega al balcone di Giulietta. Se qualche frate imbranato si fa vedere, lo mando a pelare patate!

Naturalmente, la Casa di Giulietta non è la vera casa della vera Giulietta, anzi, non sappiamo nemmeno se la Giulietta di Shakespeare sia mai esistita. E’ storicamente provato che esistessero dei Montecchi in città – una famiglia di ricchi mercanti, pare -, ma non ci sono mai stati Capuleti e il cognome a essi più vicino è quello dei Cappelletti. Anche se le famiglie rivali fossero realmente esistite, però, non è detto che l’accozzaglia di duelli, sospiri amorosi, arrampicate sui balconi e morti a causa di brutti sbagli che tutti noi conosciamo sia anche solamente in parte accaduta, e ai turisti piace sognare! Non stupisce, quindi, che nei primi anni del Novecento si sia trovata una casa di origine medievale in via Cappello n. 3, una casa con un balcone e un bel muro d’edera, che nei secoli era servita ai più disparati scopi, e la si sia trasformata nel sito odierno della Casa di Giulietta, con la sua bella statuina in bronzo, il portico ombroso in cui appendere i bigliettini e fare l’immancabile foto guardando fuori dal balcone.

Da Via Cappello si può tornare in via Mazzini e percorrerla al contrario, oppure proseguire fino alla Porta dei Leoni, oltre i resti del foro romano e alla colonna con il leone di Venezia, per incontrare la chiesa di San Fermo Maggiore.

San Fermo Maggiore, vista da dietro.

L’edificio è un interessante miscuglio tra lo stile romanico e quello gotico, con un abside tutto guglie e una facciata a capanna, e si compone di una chiesa inferiore, che risale all’VIII secolo, e una superiore edificata da benedettini e francescani tra il 1100 e il 1200. Al suo interno è custodita persino al tomba di un cavaliere, e che cavaliere! Il Gran Maestro dei Templari Arnau de Torroja, che morì a Verona nel 1184 e da qualche parte doveva pur essere sepolto.

Oramai vedete l’Adige, e volendo potete attraversarlo per visitare altre attrazioni della città, ma, se avete un appuntamento con una certa principessa Etiope come la sottoscritta, probabilmente vi conviene tornare a piazza Bra percorrendo lo Stradone San Fermo, che poi si trasforma in Via Leoncino e seguenti… Sbucherete proprio dietro all’Arena, dove sono riposti gli oggetti di scena delle opere che non sono rappresentate in serata, giusto in tempo per un pasto veloce in uno dei locali prima di varcare uno dei vecchi vomera romani e prendere posto per lo spettacolo!

Il mio percorso a Verona, così come lo vede Google Maps.

Quanti di voi conoscono Verona?
Pensate che mi sia persa qualche attrattiva importante? Fatemelo sapere nei commenti, che di sicuro quella di quest’anno non sarà la mia ultima visita a Romeo e Giulietta! 😉

Aida: fiamme, battaglie e trombe egizie all’Arena di Verona

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Quella che vi apprestate a leggere è una nuova puntata della rubrica Cronache dal Palchetto (le puntate precedenti: qui, qui e qui), anche se un po’ atipica, dato che questa volta non c’è nessun palchetto. D’altronde, ero all’Arena di Verona!

Alta 31 m e con una pianta ellittica di circa 152×123 m, fu inaugurata nel 30 d.C. e in origine poteva ospitare circa 30.000 spettatori, che si riversavano sulle sue 44 gradinate da 72 aperture (vomera). Mica male, no?

Questo splendido anfiteatro romano ospita un festival lirico famosissimo, cui ogni anno assistono migliaia e migliaia di spettatori provenienti da tutto il mondo. Che una Strega melomane come me non avesse mai visto un’opera all’Arena nei suoi primi trent’anni di vita, dunque, era una lacuna che andava necessariamente colmata e la Fondazione Arena di Verona mi ha gentilmente aiutato a farlo offrendomi due biglietti per assistere all’opera che forse meglio si accorda con la straordinaria atmosfera di quest’architettura romana del I secolo d.C.: Aida, di cui amo in particolar modo la ricchezza dei personaggi in scena e la celeberrima marcia trionfale, che conoscono tutti, anche ignorando che appartiene a un’opera.

Giuseppe Verdi, “Beppe” per gli amici. Si rifiutò di riconoscere lo spettacolo del 1871 come debutto di Aida, perché non era soddisfatto del pubblico in sala, e accolse come data ufficiale quella del 1872 a Milano.

Aida, dramma lirico in quattro atti, fu commissionata a Giuseppe Verdi nella seconda metà degli anni ’60 dell’Ottocento, per l’inaugurazione del nuovo teatro di Il Cairo. Il libretto è di Antonio Ghislanzoni, su un soggetto originale dell’archeologo Auguste Manriette.

Il periodo storico in cui ci si trovava non era dei più tranquilli del secolo, e infatti la composizione e la messa in scena di Aida subirono notevoli ritardi a causa della guerra franco-prussiana, così Il Cairo si accontentò di inaugurare il suo nuovo teatro lirico con Rigoletto, mentre la nuova opera di Verdi vi debuttò nel 1871.

La storia è la solita valle di lacrime.
Aida, figlia del re d’Etiopia, è prigioniera degli Egizi – che ignorano la sua identità – e schiava nel palazzo del Faraone, dove si è innamorata del guerriero Radames, che ricambia i suoi sentimenti. Peccato che il baldo giovine sia oggetto dei desideri anche di Amneris, figlia del Faraone, e che l’esercito etiope stia muovendo guerra contro l’Egitto.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Radames (M. Karahan, a destra) sta per essere nominato comandante dell’esercito.

Radames parte per la guerra e Aida si strugge, perché è divisa tra l’amore per la sua patria – e quindi spera e prega per la disfatta degli Egizi – e quello per Radames , dato che, se l’esercito del Faraone perde, lui, che ne è il comandante, può morire.
L’amato guerriero torna vincitore e con i prigionieri etiopi al seguito – c’è anche il padre di Aida, sotto mentite spoglie – e il Faraone gli concede non solo di esaudire qualsiasi suo desiderio, ma anche di sposare Amneris e diventare così l’erede al trono d’Egitto. Radames non può sottrarsi al volere del Faraone, ma ottiene che gli Etiopi siano liberati, anche se Aida e il padre vengono trattenuti come ostaggi. Il re d’Etiopia medita la vendetta per il suo popolo e convince, dunque, la figlia a farsi rivelare da Radames il percorso intrapreso dall’esercito egizio, in modo da poter schierare i suoi uomini e tendere una bella imboscata. Quando Radames, che casca nell’inganno con tutti i calzari, scopre la verità, si dispera e si consegna al sacerdote per essere processato come traditore della patria. La condanna, nonostante i tentativi di Amneris di ottenere grazia, è dura e il giovane sarà sepolto vivo in una tomba ai piedi della divinità. Quando le porte del mondo dei vivi si chiudono davanti a lui, Radames scopre che Aida l’ha seguito nella tomba per morire con il suo amato, come effettivamente succederà, mentre Amneris, in superficie, piange sul sepolcro.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Una scena dal primo atto: il Faraone annuncia l’attacco degli Etiopi.

Al di là del coinvolgimento emotivo dell’opera verdiana, assistere a un’Aida nell’Arena di Verona è un’esperienza che va vissuta per essere pienamente compresa. Bisogna immergersi, immedesimarsi nella strana sinergia tra l’architettura antica, le scenografie coloratissime, i ricchi costumi e le performance degli interpreti in scena per rendersi effettivamente conto del motivo per cui quest’opera e questo teatro sono indissolubilmente legate.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Una bella veduta laterale, dall’alto, delle gradinate dell’arena.

La rappresentazione di quest’anno è la riedizione di quella storica del 1913, arricchita con l’aggiunta del bel velario realizzato negli anni Novanta.
L’opera parte quasi in sordina, con il pubblico che riesce a bearsi più delle meravigliose scene del palazzo di Menfi che del bel canto degli interpreti, che – con l’eccezione di Alessandra Volpe (Amneris) – nel primo atto mi sono parsi un pochino sottotono non tanto musicalmente – le voci sono apprezzabilissime, in particolare quella del turco Karahan (Radames) come estensione e sfumature e di Anna Pirozzi (Aida) e della già citata Volpe -, ma come presenza scenica.

Così come la musica subisce un crescendo lungo lo snodarsi della trama e che culmina con la trionfale marcia egizia, che è stata un tripudio di fiamme, costumi e colori vivaci al suono delle celeberrime trombe egizie, anche la performance dei cantanti cresce d’intensità, collimando con uno struggente abbraccio dei due amanti nella disperazione di Amneris.

Foto ufficiale Arena di Verona.
Fine opera. Aida e Radames si abbracciano, Amneris si dispera… E due amanti che muoiono insieme è quanto di un lieto fine ci si possa aspettare dal Beppe.

Notevole anche la resa del balletto, che in Aida compare di sovente, coordinato da Gaetano Petrosino sulle coreografie di Susanna Egri, che compie una delicata commistione tra il gusto ottocentesco e le innovazioni del secolo successivo. L’ho trovato molto delicato, elaborato il giusto e a sostegno, non disturbo, del canto.

Qualcuno ha ordinato delle trombe egizie? XD
Questi strumenti dal timbro particolare furono realizzati appositamente per la creazione di Aida, sotto supervisione di Manriette.

Ieri ho colmato ben due lacune della vita stregata: ho finalmente visto – da vicinissimo, guardate nelle storie in evidenza sul mio profilo instagram! – dal vivo un’opera all’Arena di Verona e ho avuto tempo di visitare la città di Romeo e Giulietta, che avevo nel mirino da qualche anno. Della visita tra le stradine e i vicoli della città, però, vi parlerò in un prossimo post, in cui, dopo aver parlato di Beppe, mi dilungherò su una delle passioni che abbiamo in comune: quella per il buon vecchio William Shakespeare. 😉

Intanto voi, melomani nascosti, ditemi: siete mai stati all’Arena di Verona? E che cosa avete visto? Fatemelo sapere nei commenti!

Tra congiure, amori e Magia: Letture Stregate di Giugno

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Ammettiamolo, ci siamo lamentati tutti del brutto tempo che ha fatto a maggio. Non è nemmeno passato un mese, però, che siamo di nuovo presi a lamentarci, perché… fa caldo! L’afa estiva è scoppiata all’improvviso, signori, e ci ha colpito come un diretto nello stomaco.

Sothis, il mio famiglio, non fa che aggirarsi per casa, guardando il telecomando del condizionatore con occhi languidi (ho deciso di preoccuparmene sul serio solo quando tenterà di accenderlo da sola), la qui scrivente Strega si trascina tra il Covo, l’attività rambica e gli appuntamenti con gli altri clienti con lo stesso entusiasmo di un bradipo vicino al letargo, e intanto sogna il mare, la brezza che sa di salsedine e i golfini di cotone leggero.
Tutto questo ha fatto sì che le letture di giugno fossero di numero inferiore rispetto a quelle di maggio – niente più copertina, tisana e gatto! Ora leggo s gambe scoperte, ma la tisana serale me la faccio ancora, perché mi piace soffrire -, ma non posso non dirmene soddisfatta. Ve le riporto qui sotto, corredate dal solito link di affiliazione Amazon. Ricordatevi che, se acquistate uno dei volumi che vi propongo cliccando sul mio link, Amazon mi conferirà una piccola percentuale sul vostro acquisto, che in ogni caso non verrà addebitata a voi, ma presa dal salvadanaio di Bezos. 😉

La Signora degli Scrittori, S. Franson (qui). Questo libro, edito Garzanti, che me ne ha regalato una copia, è l’unica lettura del mese che non mi ha fatto esattamente impazzire. Si tratta della storia di Casey, giovane PR che lavora per una donna forte e volitiva, che le affida un progetto curioso: convincere scrittori di fama a pubblicizzare alcuni prodotti. Casey si butta a pesce in questa nuova missione, sebbene qualcosa dentro di lei (e fuori di lei: la sua migliore amica è decisamente contraria) le dica che va contro tutti i valori dell’arte, e sembra ottenere un discreto successo, finché… Non vi rovino il finale, nel caso vogliate leggerlo. Del libro proprio non mi è piaciuta la protagonista, una ragazza insipida e superficiale, decisamente egocentrica, che narra la storia in prima persona, filtrando tutto quello che succede attraverso le lenti della sua poco affascinante personalità.

La Congiura dei Fratelli Shakespeare, B. Cornwell (assolutamente qui). Ve ne ho parlato anche nell’ultimo post, che era dedicato al mio amato Bernard Cornwell, autore di questo romanzo storico ambientato nella Londra di fine Cinquecento. Protagonista e narratore è Richard Shakespeare, fratello minore di quel William che tanto conosciamo e amiamo, con cui sente un conflitto che inficia anche il resto della sua vita. Nella compagnia teatrale del Bardo, infatti, Richard è frustrato, perché ricopre un ruolo del tutto marginale e non gli viene conferito il valore che lui sente di meritare, ma la svolta arriva quando c’è da mettere in scena una commedia (il Sogno di una Notte di Mezza Estate) per il matrimonio della nipote del ricco patrono della compagnia. Ci sono persone, a Londra, che farebbero carte false per appropriarsi del copione della commedia prima che venga rappresentata, nonché dell’altra opera che William sta scrivendo e che ha ambientato a Verona, tra due casate rivali.
Ho amato moltissimo questo romanzo, non solo per la trama, come sempre avvincente, ma anche per il contesto storico, che, come sempre nei libri di Cornwell, è descritto minuziosamente e riporta al lettore non solo un’immagine visiva, ma anche i suoni, gli odori e i profumi del tempo.

La Statua di Sale, G. Vidal (qui). Vidal è una delle figure più famose della letteratura americana del Novecento e creò un notevole scalpore proprio per la pubblicazione di questo romanzo, avvenuta nel 1947. La storia è quella di un amore omosessuale tra due esponenti della medio borghesia del sud degli Stati Uniti, e proprio perché soprattutto Jim Willard, il protagonista, è il ritratto dell’uomo americano così come generalmente inteso – bello, atletico, borghese. Persino biondo -, la sua storia ha suscitato un notevole scandalo. Io ho apprezzato moltissimo la lettura di La Statua di Sale, sia per la fluidità del narrato che per la tensione crescente, che poi si annulla in un unico scoppio finale, in una scena così cruda che fa impressione adesso, figuriamoci settantadue anni fa. Lo consiglio a chiunque.

Tra l’altro, Vidal ha anche rivisto la sceneggiatura di un film che mi sta molto a cuore, ovvero Ben Hur, con Charlton Heston nel ruolo del protagonista. Tra Heston e Vidal ci fu un violento litigio, mai sanato, perché durante la lettura del copione lo scrittore ipotizzò che la rivalità tra Ben Hur e Messala fosse originata dal rifiuto delle avances di quest’ultimo al principe ebreo. Il conservatorissimo Heston non apprezzò e negò sempre il ruolo di Vidal nella revisione della sceneggiatura del film.

Accabadora, M. Murgia (qui). Ambientato nella Sardegna degli anni Cinquanta, in un luogo dove i nuovi valori dell’epoca seguente alla seconda guerra mondiale non hanno ancora scalzato le vecchie tradizioni, Maria cresce come figlia di Bonaria Urrai, una sarta abilissima, sì, ma con una doppia vita, che tiene nascosta alla bambina. Bonaria è un’Accabadora, ovvero una donna che, quando lo sventurato lo chiede, pone fine all’agonia di malati che non hanno più speranza di guarigione. Giunta alla soglia dell’età adulta, Maria scoprirà il segreto di Bonaria ed entrerà in conflitto con i due mondi cui appartiene: quello moderno e quello arcaico.
Accabadora è un romanzo non eccessivamente lungo, molto scorrevole, che mi è piaciuto sia perché è una storia di donne narrata da una donna, scevra delle solite convenzioni che ci hanno insegnato ad aspettarci, che perché ha quel tocco di misticismo, di spirito trascendentale che può essere proprio solo delle civiltà antichissime, come quella sarda.

Con il primo romanzo di Michela Murgia che io abbia mai letto si conclude la mia cronaca delle letture del mese di giugno, di cui potete ascoltare anche una versione un po’ più estesa nel video youtube collegato a questo post.

Com’è andato il vostro mese libresco? Qual è il libro che vi è piaciuto di più?
Fatemelo sapere nei commenti!

Bernie e La Strega – Storia di un’amicizia letteraria

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Se questo non è il primo post che leggete su questo blog, potrebbe esservi sfuggito che c’è un particolare autore contemporaneo che tendo a citare spesso, giacché è tra i miei preferiti.
D’altronde, il romanzo storico è probabilmente il genere letterario che più prediligo e Bernard Cornwell ne scrive di meravigliosi, perciò come potevano i nostri due destini non incrociarsi in qualche modo?

Il mio incontro letterario con questo signore è avvenuto abbastanza presto, in realtà, quando avevo undici o dodici anni e una collega di mia madre, che aveva l’ambito e temo oramai scomparso incarico di bibliotecaria d’azienda, le diede un libro appena uscito da fare leggere alla sua famelica figlia.

Il romanzo era quello qui ritratto, Il Re D’Inverno, era uscito in Inghilterra nel 1995 e costituiva il primo volume di un ciclo dedicato a uno dei miei eroi di sempre, re Artù. Manco a dirlo, lo lessi con una voracità crescente, soprattutto perché in questo Artù e negli altri personaggi della storia notavo qualcosa di diverso, di più reale e credibile rispetto al solito. Persa tra assalti a muri di scudi, battaglie, congiure e tradimenti, mi bevvi questo romanzo e tutti gli altri della saga in meno di un mese e rimasi successivamente innamorata del romanzo storico e di Cornwell in generale, di cui mi ripromisi di recuperare tutti i suoi altri libri. Non fu cosa facile, eh!, perché sul finire degli anni Novanta il solo Cornwell che era famoso in Italia era Patricia, che non scrive romanzi storici e non è nemmeno parente di Bernie, ma con pazienza e l’impareggiabile aiuto delle biblioteche comunali, sono riuscita a leggere quasi tutte le pagine scritte da Bernie.

Ora che sapere com’è nata la nostra amicizia, lasciate che vi parli meglio di questo scrittore britannico.

Bernard Cornwell nasce a Londra nel 1944 ed è quello che si chiamava un figlio di guerra; il padre era un membro dell’aeronautica canadese, mentre la madre faceva parte della Women’s Auxiliary Force inglese. Appena nato viene dunque preso in adozione da una famiglia dell’Essex e cresce considerandoli i suoi genitori. Tenta più volte di arruolarsi nell’aeronatuca, ma è miope e viene scartato, quindi si risolve a intraprendere la carriera d’insegnante. Successivamente, va a lavorare per la BBC inglese, poi per la divisione dell’Irlanda del Nord e, al suo trasferimento negli USA nel 1979, diventa collaboratore per BBC America.

Cornwell inizia a scrivere dapprima racconti brevi e poi romanzi veri e propri, e viene pubblicato con una certa regolarità più o meno dagli anni Ottanta. Nei suoi libri sceglie quasi sempre di raccontare le vicende dei grandi uomini della storia da un punto di vista esterno, spesso secondario.

la gif è tratta da The Last Kingdom, serie tv BBC basata sui romanzi di Bernie. Questo momento è molto importante per Uhtred, perché nella dichiarazione di Ragnar trova una nuova famiglia e idealmente viene battezzato una seconda volta.

I suoi personaggi principali sono spesso anche i narratori della vicenda e tendono a essere di sua invenzione, seppur basati su racconti e/o testimonianze storiche. Si tratta di uomini che non hanno avuto un passato facile, anzi, in genere hanno subito dei traumi durante l’infanzia, e tendono a non appartenere pienamente al loro mondo. Possono avere un’origine diversa dal popolo cui hanno scelto di appartenere – come Derfel, Sassone cresciuto dai Britanni, che combatte al fianco di Artù -, distinguersi per la loro fede religiosa – il Sassone Uhtred è paganissimo e vorrebbe tornare tra i suoi fratelli Danesi, ma è incatenato all’ultra cattolico Alfredo – o vivere ai margini della società.

Un’altra sua peculiare caratteristica è l’accuratezza del narrato e delle descrizioni di scene e ambienti. Voi penserete che è il minimo che ci si debba aspettare da un romanzo storico, ma spesso non è così, perché gli autori tendono a, come dire, avere la mano pesante con le licenze poetiche. Il bello di Cornwell, invece, è che applica un notevole impegno a intrecciare gli elementi che chiaramente appartengono alla sua invenzione personale con i fatti storici realmente accaduti, in modo che nessuno di questi due filoni prevalga sull’altro. Se pensiamo che alcuni dei soggetti scelti per le sue opere sono tutto fuorché storicamente accurati – cough cough… Artù. Il Graal. -, quella di Cornwell è una grande dote, che si unisce a uno stile di scrittura fluido e diretto, che permette di seguire la narrazione con facilità, anche se si salta qualche volume delle sue saghe, o se non si comincia proprio la libro 1.

Personalmente (e vi dico la verità, credo che anche Cornwell nel sia convinto) penso che i romanzi più riusciti siano quelli ambientati nel primo Medioevo in Inghilterra. Credo che le battaglie, i muri di scudi e la lotta contro l’invasore siano stati i primi sogni del giovane Bernie, che d’altronde è cresciuto nell’Essex, una contea di origine Sassone densa di storia. Di seguito vi lascio un elenco dei suoi romanzi storici e di avventura, corredati dal solito link Amazon per acquistarli tramite il mio codice di affiliazione.

The Sharpe Stories – Le Avventure di Richard Sharpe (qui)
Saga di ben ventiquattro volumi scritta tra gli anni Ottanta e Novanta che ripercorre la storia e la carriera di Arthur Wellesey, I duca di Wellington, durante le campagne indiane e la guerra napoleonica. Protagonista dei romanzi è Richard Sharpe, un personaggio dalle grandi doti di combattente e organizzatore, che nel primo volume è un soldato semplice dell’esercito britannico e le cui sorti s’intrecceranno con i grandi del suo tempo. Di questa saga esiste un adattamento BBC che vede Sean Bean nei panni di Sharpe e che potete trovare su Youtube.

La serie con un giovanissimo Sean Bean è stata girata tra il 1993 e il 1997, se ben ricordo.

Ho letto solo alcuni libri di questa saga – d’altronde, non tutti sono stati tradotti in italiano e non si trovano ripubblicazioni – e confesso che, nonostante ami profondamente la descrizione di battaglie e spedizioni, non sono riuscita a farmi andare a genio il personaggio principale, che è troppo grezzo, credo, troppo imperscrutabile. La serie tv con Sean Bean è un’altra cosa. 😉

The Warlord Chronicles – Il Romanzo di Excalibur (qui)
Una meravigliosa saga di tre/cinque romanzi (nella prima edizione italiana gli ultimi due libri sono stati divisi per motivi non meglio specificati) che colloca le vicende del ciclo arturiano in un contesto storico credibile – l’Inghilterra del VI secolo dC, durante la resistenza delle popolazioni britanniche all’invasione sassone. Di questi romanzi amo tutto, dai personaggi alla narrazione, dalla rielaborazione di alcuni eventi alla ben nota conclusione della storia. E’ possibile che vi abbia accennato qualcosa di più in qualche altro post, per esempio qui, qui… anche qui. XD

The Grail Quest – Alla Ricerca del Santo Graal (qui)
Un’altra saga storica che consta di quattro volumi ed è stata scritta tra il 2000 e il 2012. E’ ambientata nella prima parte della Guerra dei Cent’Anni (dal 1342 al 1356) e il protagonista è un arciere di nome Thomas Hookton.

The Saxon Stories – Le Storie dei Re Sassoni (qui)
Per ora sono undici volumi, che Cornwell ha cominciato a scrivere nel 2004 e ha ambientato sempre in Inghilterra nel IX secolo dC, quando sono i Sassoni a dover resistere all’invasione danese. E’ il periodo di Alfredo il Grande (ricordate Winchester?), dell’ingrandimento di Londra e dell’unione di tutti i piccoli regni sassoni in uno solo. Il protagonista di questa saga è Uthred di Bebbanburg, un impulsivo guerriero sassone, ma cresciuto dai danesi, pagano in una terra ormai cristiana, che probabilmente molti di voi conoscono a causa della serie targata BBC America (guarda caso! :)) The Last Kingdom.

The Starbuck’s Chronicles (qui)
Quattro volumi inediti in Italia scritti tra il 1993 e il 1996 e su cui sono riuscita a mettere le grinfie solo una volta.
La storia è ambientata durante la Guerra Civile Americana (1861 – 1865) e il protagonista è Nathaniel Starbuck, un uomo del nord America, che però si schiera al fianco dei Sudisti.

Stonehenge: A Novel – Stonehenge (qui)
Un bel romanzo storico del 1999 in cui Cornwell illustra la sua personale ipotesi sulla costruzione del famoso sito megalitico, intrecciandola con magia, rivalità in amore e tra due fratelli che non potrebbero essere così diversi. Bella storia, ma lunga e probabilmente non la migliore con cui cominciare a conoscere l’autore.

Azincourt – L’arciere di Azincourt (qui)
Scritto nel 2008, il romanzo ha come protagonista un altro arciere, Nicholas Hook, ed è ambientato principalmente durante la grande battaglia di Azincourt (1415). Cercate la grande storia inglese e personaggi con un destino avverso? Eccoli qua, su un piatto d’argento. Attorno al 2010 Hirst, lo stesso regista di Elizabeth, avrebbe dovuto cominciare a girarci un film, ma io personalmente non ne ho saputo più nulla.

The Fort – L’ultima Fortezza (qui)
Narra la spedizione di Penobscot (1779) durante la Guerra d’Indipendenza Americana e in sostanza e la storia di un unico, grande assedio. Affascinante, ma rallenta un po’ troppo verso la metà della narrazione.

Fools and Mortals – La Congiura dei Fratelli Shakespeare (qui)
Uscito nel 2017, è stato pubblicato solo pochi mesi fa in Italia e io ho appena finito di leggerlo. Ve ne parlerò in un altro post, qui vi basti sapere che ha come protagonisti William Shakespeare, suo fratello Richard e una sordida rivalità tra nobili e compagnie teatrali nell’Inghilterra di fine Cinquecento. Ho detto tutto.

The Sailing Books (qui)
Sono cinque romanzi thriller ambientati in epoca contemporanea, legati al tema della navigazione per mare. In italiano potete ancora trovare Il Mistero del Girasole, Scia di Fuoco e Figlia della Tempesta.

Waterloo: The History of Four Days, Three Armies and Three Battles, in italiano solo Waterloo (qui)
E’ un bellissimo saggio del 2014 in cui Cornwell rivanga i fatti che hanno portato alla clamorosa battaglia di Waterloo e ce la illustra passo per passo, come se fosse una passeggiata tra gli schieramenti, come se idealmente potesse mettersi al fianco dei grandi uomini che l’hanno combattuta e sussurrare al loro orecchio. Affascinante!

Quest’immagine è tratta dalla serie tv BBC War And Peace.

…Ho l’impressione che, se mi dilungassi a scrivere di più su Bernard Cornwell, potrei produrre un post troppo lungo per essere letto da chiunque, perciò mi fermo qui, sotto al cavallo bianco di Napoleone. XD
Se volete saperne di più su Bernard Cornwell, o di quello che penso dei suoi libri, vi rimando al video youtube che uscirà in concomitanza di questo articolo, in cui potrò cianciare quanto mi pare!

C’è qualcuno di voi che ha letto un romanzo di Cornwell? Fatemelo sapere nei commenti e ditemi che cosa ve n’è sembrato!

Maggio 2019: piovono libri e non solo

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Gli esperti meteo dicono che il mese che sta per scadere è il maggio più piovoso da decadi e decadi e io, che non tengo traccia dei mutamenti meteo degli ultimi anni, figurarsi di quelli prima che nascessi, mi fido. Non credo sia possibile non concordare sul fatto che le temperature delle ultime settimane si accordino più ad atmosfere novembrine che primaverili, e le cervicali italiane ringraziano poco, eppure sembra che finalmente la primavera si stia affacciando all’orizzonte. Gusteremo finalmente le ciliegie, oppure torneremo alle caldarroste?

Il brutto tempo avrebbe almeno dovuto favorire la lettura, invece non riscontro un particolare boom di libri macinati in questo periodo. Insomma, ho letto, sì, ma non al di sopra dei miei soliti ritmo. Di buono c’è che le letture stregate di maggio non mi hanno lasciata delusa e, anzi, sono state tutte soddisfacenti. Ve le riporto qui sotto, corredate dal solito link Amazon per acquistarli tramite la mia affiliazione, casomai voleste sostenere questo umile Grimorio con i soldi di Bezos. 😉

Il Filo Infinito, P. Rumiz (acquistatelo qui). Ultimo libro del giornalista triestino che ho scoperto la scorsa estate e che apprezzo soprattutto per la fluidità del suo stile narrativo. Si tratta di un pellegrinaggio attraverso una lunga catena di abbazie benedettine europee, che Rumiz compie partendo da Norcia all’indomani del tristemente noto terremoto dell’estate 2016. A guidare il viaggio c’è il desiderio dell’autore di ritrovare un’Europa che già nel 2016 si percepiva indebolita, crepata e più evanescente di prima. Cosa c’entrano le abbazie benedettine in tutto questo, mi chiederete. Ebbene, San Benedetto è il patrono d’Europa e nel libro Rumiz espone la teoria secondo la quale sono stati proprio i monaci benedettini, con la loro rete di abbazie, l’accoglienza e la tolleranza verso gli stranieri, a creare il primo concetto di Europa e quelle che noi comunemente definiamo le sue radici cristiane.
Personalmente non concordo con questa teoria, ma ammetto il suo fascino e la sua applicabilità, e soprattutto ho amato farmi cullare dalle descrizioni di luoghi e paesaggi senza tempo.

Particolare della basilica di San Benedetto da Norcia, con la statua del Santo. Come sapete, questa chiesa meravigliosa ha subito notevoli danni nel 2016 e purtroppo non tornerà mai quella di prima.

Il Vangelo che la Chiesa non ti farebbe mai leggere, T. Newton (qui). Questa lettura è frutto di una discussione sulla religione che ho avuto con un cliente in palestra. Riflettevamo sulla presa che il credo spirituale ha sugli individui e sule pecche della religione che in Italia va per la maggiore e che, se volete la mia personale e opinabilissima opinione, è uno dei nostri più grandi difetti. Il giorno dopo la nostra conversazione e una massacrante sessione di allenamento, il cliente, un po’ claudicante, mi ha prestato il saggio di Tim Newton, che compie un’analisi di alcuni passaggi dei vangeli apocrifi nel tentativo di portare luce sulla varietà e la vastità di un credo che è stato fortemente rimaneggiato nel corso dei secoli e non è, come molti immaginano, quello originato dai primi cristiani. La lettura è interessante, ma – forse sono stata fuorviata dal titolo – mi aspettavo un po’ più di pepe.

Il Trono di Spade, G.R.R. Martin (potete acquistarlo qui… se ancora non lo avete). Ebbene sì, in concomitanza con la fine definitiva dell’arcinota serie tv ho cominciato a leggere i romanzi di Games of Thrones, che avevo sempre lasciato perdere, perché sapevo che la saga non era conclusa. Sono tutto fuorché un’amante della serie televisiva – ho visto solo la prima stagione e, per quanto mi siano piaciute le ambientazioni, non ne sono rimasta entusiasta – e mi sono approcciata alla lettura dei romanzi con un certo scetticismo, che però ho abbandonato abbastanza in fretta. Martin ha uno stile narrativo molto fluido e descrive personaggi e situazioni in modo molto più veritiero e intenso di quanto accade nella serie tv. Anche le descrizioni dei paesaggi e la storia delle casate si gustano di più tra le pagine dei libri della saga.

Il Fascismo Eterno, U. Eco (acquistate qui la pubblicazione ufficiale, oppure cercate su google: ne esistono versioni pdf). E’ la trascrizione di un discorso pronunciato dal compianto autore italiano nel 1995, presso la Columbia University di New York. Era il cinquantenario della Liberazione dell’Europa dal Nazifascismo e gli Stati Uniti erano appena stati funestati da un attentato terroristico che a Oklahoma City aveva lasciato 168 morti e 672 feriti. La Nave di Teseo, casa editrice fondata da Eco, ha pubblicato questa lezione, che dovrebbe essere proposta nelle scuole, soprattutto nel particolare periodo politico e sociale che stiamo vivendo.
Eco analizza le caratteristiche fondamentali dell’ideologia fascista evidenziandone gli aspetti antitetici, la contraddittorietà e la confusione che regna al suo interno, affermando: “… il fascismo non possedeva alcuna quintessenza, e neppure una singola essenza. Il fascismo era un totalitarsimo fuzzy… non era un’ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni…”. Al di là dell’evidente interesse che un testo simile può avere per un’amante della storia come la qui scrivente, ho trovato inquietante e illuminante leggere l’analisi di Eco e trovare molte – troppe – somiglianze con uno o due partiti politici di oggi. E’ una cosa che fa pur riflettere, no?

Un po’ tordi, ma innegabilmente coraggiosi. Gli Stark, con poche eccezioni, sono nel mio cuoricino

Il Grande Inverno, G.R.R. Martin (sempre se non lo avete, acquistatelo qui). Nel secondo volume della saga di Martin ho cominciato a farmi un’idea di quali personaggi ammiro e quali non posso soffrire, nonché di quale casa mi è più simpatica. Lo stile narrativo procede nella sua scorrevolezza, anche – e lo apprezzo molto – durante le scene di battaglia, che sono un osso duro per qualsiasi scrittore.

Con Games of Thrones si chiude il mio maggio novembrino di letture e si preannuncia un giugno ricco di nuove entrate, soprattutto considerando che è il mese del mio compleanno e che a fine scuola i miei alunni mi hanno già regalato un cospicuo buono Feltrinelli… non vogliamo mica correre il rischio che scada, vero? 😉

Raccontatemi quali sono state le vostre letture di questo mese e ditemi: secondo voi abbandoneremo finalmente la copertina e la tisana e ci metteremo a leggere sul balcone? Le scommesse sono aperte!!

Bilanci Stregati – un anno d’insegnamento

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Mentre scrivo questo articolo sto facendo il countdown alle ultime due lezioni – una per corso – d’inglese che mi mancano per salutare i miei pargoli a dare loro appuntamento al prossimo novembre.

Questo è il mio secondo anno d’insegnamento a una classe vera e propria, all’interno di una scuola assimilabile alle Language School: i miei alunni sono adulti e decidono volontariamente di iscriversi al corso d’inglese per imparare la lingua. Più in particolare, questi pargoli hanno deciso di studiare inglese non per aumentare le loro probabilità di trovare (o mantenere) un lavoro, ma per arricchimento personale, il che fa certamente loro molto onore, perché una cosa è decidere di rimettersi a studiare a inizio anno e l’altra è portare a termine un impegno che il più delle volte si prende a mente serena.

Sono un’insegnante, qual è il tuo superpotere?
In effetti, ci vuole un fisico bestiale per stare dall’altra parte della cattedra.

Dato che ognuna delle due classi che ho tenuto quest’anno ha due ore d’inglese alla settimana – spoiler: troppo poche -, il metodo d’insegnamento che ho deciso di adottare prevede una terapia d’urto mascherata da attività ad alto tasso di coinvolgimento. Poca grammatica, dunque, anzi, solo lo stretto necessario, intervallata da moltissime altre lezioni sulla cultura e società dei paesi di lingua inglese, comprensioni scritte, prove d’ascolto con canzoni e film, video, dialoghi da fare in classe, role playing e – last but not least – giochi di gruppo, il tutto da eseguire rigorosamente in inglese.

Le mie sono evidentemente lezioni traumatiche per chi si approccia allo studio della lingua ed è costretto a fare un salto nel vuoto, a parlare una lingua non sua fin dalle primissime lezioni, ma, se si riesce a mettere a loro agio gli studenti, presenta dei margini di miglioramento notevoli e un basso tasso di diserzioni. Dal punto di vista dell’insegnante, ovvero della qui scrivente Strega, si tratta di un impegno faticoso sia a livello fisico che soprattutto mentale ed emotivo, perché presuppone l’essere sempre al cento per cento delle proprie energie, anche quando in realtà non lo si è – e, come sapete, tra la fine di febbraio e quella di aprile io sono stata decisamente lontana dal massimo della mia condizione psicofisica.

Accurata descrizione pittorica dell’insegnante all’inizio e alla fine dell’anno scolastico.

Quest’anno d’insegnamento è stato più difficile di quello precedente, che pure era il primo anno in cui m’interfacciavo a una classe e non a un pargolo per volta, massimo due, per svariati motivi. Innanzitutto, le lezioni sono raddoppiate, mentre il numero dei miei alunni è triplicato.

Se vi chiedete come ciò sia possibile, è presto detto. La Direzione della scuola dove lavoro ha accettato più adesioni del dovuto e durante la prima lezione del mio corso (che doveva essere uno solo…) mi sono ritrovata qualcosa come un centinaio di persone in una classe che al massimo ne ospita trenta. Non nascondo di aver considerato la grande affluenza, generata dal passaparola degli alunni dell’anno passato, al mio corso un gran bel complimento, ma, quando la Direzione si è dimostrata palesemente non in grado di risolvere il problema in tempi brevi, quei cento alunni arrabbiati e spiccioli hanno cominciato a sembrarmi di gestione oltremodo difficile.
Tra una protesta e un picchetto in Direzione, l’intero primo mese di scuola è praticamente saltato e solo all’inizio di dicembre ho ricevuto il permesso di dividere le mie classi in due… comodamente in tempo per il ponte di Sant’Ambroes e le vacanze di Natale, quando ho giustamente perso altre giornate in cui non sono andata avanti con il programma e mi sono scervellata per recuperare all’inizio del 2019.

Oltre a queste graziose disavventure gentilmente offertemi dai miei datori di lavoro, le mie lezioni sono state difficoltose anche perché le due classi risultanti dalla spaccatura del maxi-corso d’inizio novembre sono diversissime tra loro, non tanto per livello di conoscenza della lingua, quanto perché gli alunni che le formano sono caratterialmente dissimili. Una classe è formata da acque chete, individui silenziosi, con scarse tendenze a prendere la parola durante la lezione e che sostanzialmente vanno costrette a forza ad aprire bocca, ma che ascoltano senza fiatare la loro sempre più stressata insegnante, mentre l’altra… Ecco, avete presente gli alunni vivaci che si vedono nei film? Quelli un po’ discoli, che si fanno gli scherzi, si tirano i cancellini e diventano subito amiconi, preferendo una bella merenda in compagnia alla lezione del giorno. La mia seconda classe è così, con l’aggravante di essere composta da adulti fatti e non da adolescenti.

Curiosamente, sono stati gli alunni della prima classe a ottenere i maggiori miglioramenti al termine delle mie lezioni – perché, diciamocelo, l’ultimo giorno dell’anno serve solo a far festa -, forse perché mi hanno ascoltata di più o perché erano più motivati all’apprendimento della lingua. Hanno assimilato meglio le regole grammaticali e, anche se lentamente, hanno costruito i loro legami di classe, perdendo via via una parte consistente dell’iniziale ritrosia a parlare ed esprimersi, mentre i piccoli discoli hanno mantenuto il loro livello d’inglese pressoché invariato, anche se si sono divertiti e mi hanno fatto divertire molto di più. Sono in generale soddisfatta di com’è andato quest’anno e guardo al prossimo con un misto di eccitazione e inquietudine, anche perché mi hanno appena comunicato che da novembre 2019 non avrò una classe, non ne avrò due, ma ben tre.

Tranquilli, eh! Ho tutto sotto controllo, non è come sembra, non sono affatto preoccupata. Anzi, so addirittura quale sarà la mia espressione alla mia prima entrata in aula:

Letture di Primavera

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Sono in debito di qualche testo con voi. Ho saltato la newsletter di marzo, per esempio, e mi sto impegnando a non fare la stessa cosa con quella di aprile, e non vi ho nemmeno raccontato quali libri ho letto, perché ne ho letti!

In questo periodo soffro un po’, non voglio nasconderlo, ma paradossalmente la media dei libri letti in un mese è aumentata sia a marzo che ad aprile. Sarà che uno dei piacerti che la lettura certamente regala ai suoi accoliti è l’evasione, da se stessi, dal mondo, o da quello che vogliamo, e la tentazione di rifugiarmi in un angolino di pace mi coglie più dell’anno scorso, più di quanto io abbia mai sperimentato, in realtà.

Lanciamoci dunque in questa mega carrellata di letture primaverili, tute corredate del loro bravo link Amazon, caso mai voleste accettare qualche consiglio di lettura e farmi pervenire una piccola percentuale sui vostri acquisti, tolta di bocca a Jeff Bezos in persona. 😉

La Casa del Sonno, J. Coe (acquistatelo qui). Questo è il secondo romanzo di Coe che leggo (il primo è stato La banda dei brocchi) e confesso di non riuscire a capire e apprezzare appieno questo autore. La storia narrata è interessante, perché si sviluppa in due decadi diverse, riconoscibili tramite la numerazione dei capitoli, nella stessa villa a picco sul mare inglese. Il sonno, naturalmente, è un punto focale della trama, ma, mi sembra, anche del metodo narrativo scelto da Coe, che lascia che la vicenda di svolga come si svolge un sogno, senza collegamenti o significati evincibili fino alla rivelazione finale.

Il Romanzo di Ramses II (vol.1 e 2), C. Jacq (qui per l’acquisto). I primi due romanzi storici della saga scritta dall’egittologo e scrittore francese mi erano già noti e li ho riletti per una collaborazione nata su Instagram (#storiadaromanzo, andate a darci un’occhiata!). I cinque libri che compongono il ciclo raccontano l’intera vita di uno dei faraoni d’Egitto più famoso di tutti i tempi, e in particolare i primi due volumi trattano della giovinezza e dei primi anni di regno di Ramses, con il suo rapporto con il padre, Sethi, una figura con caratteri quasi divini, gli amici, i primi amori… Non mancano gli intrighi di palazzo e i nemici insospettabili, uniti a curiose citazioni omeriche, che però non sono così fuori luogo.

Piccolo Dizionario delle Malattie Letterarie, M. Rossari (qui). Si tratta di un librino che ho recuperato allo scorso Book Pride di Milano, edito da Italo Svevo Edizioni, che vuole essere uno scherzoso compendio di tutte le sindromi, vere e non, che in un modo o nell’altro hanno a che fare con la letteratura, il lettore o – caso di malattia ormai degenerata – lo scrittore. L’ho trovato molto simpatico e penso che ogni amante della lettura lo apprezzerebbe.

Il Rimedio Miracoloso, HG Wells (qui per l’acquisto). Penso che questo sia uno dei romanzi meno noti di Wells, che oltre alla fantascienza si dilettava anche di romanzi sociali, ed è un peccato, perché ha i suoi punti di forza. La storia è quella di un giovane figlio della governante di una villa di campagna che viene mandato in città a studiare farmacia presso uno zio stravagante e con il pallino del commercio. Questo zio inventa il Tono Bungay, un tonico che secondo la pubblicità è panacea di tutti i mali dell’uomo moderno, ma che in realtà non funziona. Zio e nipote si arricchiscono commerciando il Tono Bungay (siamo nell’era dell’avvento del capitalismo) tramite campagne pubblicitarie ficcanti e mirate, ma il loro impero economico è destinato a crollare più in fretta di quanto sia stato costruito. La descrizione delle attività commerciali e pubblicitarie dei due soci in affari mi ha insieme interessato e inquietato, perché ci ho visto molto dell’epoca moderna, e l’ironia della scrittura mi ha fatto stirare le labbra in più di un’occasione. Peccato che l’autore si dilunghi un po’ verso la metà del libro e che il ritmo narrativo risulti un po’ lento.

Vincere con la Mente, G. Vercelli (acquistatelo qui). Si tratta di un breve saggio scritto da Giuseppe Vercelli, uno dei massimi esponenti della psicologia dello sport e l’inventore del metodo S.F.E.R.A., di cui magari parlerò in un post a parte. Questo titolo è venuto fuori durante uno dei corsi di specializzazione che ho seguito per l’attività rambica e ha risvegliato subito il mio interesse. Devo poi dire che probabilmente l’ho letto in un momento giusto della mia vita, perché ho avuto modo di fare molti paragoni sui processi mentali descritti e su quelli che attuo io. Una lettura interessante, che siate sportivi o meno.

Voi siete fan di Gosling? Io non lo apprezzo sempre come attore, ma ammetto che ha i suoi momenti.

First Man: The life of Neil Armstrong, J. Hansen. Biografia del celebre astronauta che in quel lontano 1968 toccò per la prima volta il suolo lunare, non l’avrei nemmeno considerata, se non fosse stata il tema di un’altra collaborazione su Instagram. Sospetto che chi l’ha suggerita fosse più intrippata dal recente film per il cinema con Ryan Gosling come protagonista, ma il libro non è stata una lettura spiacevole. Sono contenta che i passaggi più interessanti non riguardino le fasi della missione spaziale, ma i momenti della prima gioventù di Armstrong e quelli successivi al ritorno sulla Terra, con la gestione della nuova fama e il rientro nella quotidianità.

La Babysitter Perfetta, S. Browne (dovete acquistarlo qui). Questa è stata una delle letture più piacevoli del periodo, e ringrazio Garzanti per avermela inviata. Il libro è un thriller, che ha come protagonista la famiglia di un detective di polizia, in cui si inserisce, quasi per caso, una giovane ragazza che diventa la babysitter delle due bambine di casa. Una babysitter perfetta, amata da tutti, capace di fare tutto, in grado, persino, di anticipare i desideri e i bisogni degli abitanti della casa… Ma sarà davvero tutto oro quello che luccica? Non voglio svelarvi molto della trama, perché vi confesso che l’ho trovata talmente ben strutturata, con personaggi così vividi e realistici, che mi ha messo l’ansia addosso più di qualsiasi altro thriller che abbia mai letto. Se siete amanti del genere, non lasciatevi scappare il libro della Browne.

Conversazione Su Tiresia, A. Camilleri (qui). Si legge in un paio d’ore e ci si crogiola nella piacevole ironia di Camilleri commistionata ai riferimenti mitologici. Mi dispiace essermi persa la registrazione dello spettacolo della scorsa estate.

Favole e Profezie, L. da Vinci. Altro dono di Garzanti, che raccoglie favolette, rebus e scherzose profezie scritte da Leonardo durante tutta la sua vita a margine di schizzi, progetti e altri fogli, com’era suo solito. Pregevole sia la parte introduttiva iniziale, che la decisione di mantenere il linguaggio il più possibile uguale a quello utilizzato dal Genio vinciano.

L’Annusatrice di Libri, D. Icardi (acquistatelo qui). Un altro romanzo che ho apprezzato moltissimo – e non me lo sarei mai immaginato! – e che mi è stato inviato da Fazi Editore. La protagonista è Adelina, una giovane arrivata dalla campagna nella Torino del 1957 per studiare in una scuola per signorine e che all’improvviso si ritrova incapace di leggere libri, o almeno, incapace di leggerli come fanno tutti gli altri. Sì, perché tra insegnanti severissimi, zie taccagne e vicini di casa un po’ strambi, Adelina si accorge di essere improvvisamente in grado di carpire anche i più infinitesimali dettagli di un libro – non importa la lingua o il codice in cui è scritto – solo annusandone le pagine. Questo dono incredibile ha però dei risvolti pericolosi, perché Adelina rischia grosso e ci sono persone che non vedono l’ora di sfruttare le sue doti.
La grandissima scorrevolezza del narrato si aggiunge a una trama insolita, che però ha radici nella nostra storia recente, ed è movimentata da un bellissimo gioco di flashback e flashforward che ci danno la possibilità di indagare nella vita dei personaggi che ruotano attorno ad Adelina e che in sostanza ne definiscono le giornate. Il romanzo è piacevolissimo da leggere e ve lo consiglio per qualche ora di leggero trastullamento!

Volete avere un’idea di quale sia l’origine dei mostriciattoli qui sopra, ma anche di Lamù, Inuyasha o qualsiasi cartone/anime voi abbiate visto? Questo libro può darvi un’ottima base di partenza. 😉

La Paura in Giappone, M. Berzieri (qui). L’ennesimo saggio di questa primavera mi è stato regalato da Caravaggio Edizioni ed è frutto del grande lavoro di ricerca dell’autrice, che ha indagato nel panorama metafisico del Giappone concentrandosi sulla grande varietà di spettri, fantasmi e altre creature demoniache che popolano il demimondo del Sol Levante. Oltre ai riferimenti letterari e mitologici, ho apprezzato in particolar modo le interviste condotte dalla Berzieri e i riferimenti al mondo di oggi e all’influenza che yokai, bakemono & Co. hanno avuto e possiedono tutt’ora sulla cultura giapponese e occidentale.

Piccola Guida Tascabile degli animali pericolosi in letteratura, AAVV (acquistatela qui). Ah, i ragazzi di ABEditore, quanto li adoro! Questa raccolta di racconti brevi ha per filo conduttore gli animali in letteratura e ogni storia è corredata da alcune pagine che, modello enciclopedia, definiscono l’animale in questione in forma zoologica, dal punto di vista dell’anatomia (disegni bellissimi!) e ne forniscono anche qualche aneddoto interessante, letterario e non. Trovo molto bello che molti di questi racconti siano di traduzione italiana praticamente inedita, senza contare che la raccolta in sé è curata in ogni dettaglio, come tutte le altre pubblicazioni di questa casa editrice.

Ebbene, ce l’abbiamo fatta!
La Piccola Guida Tascabile conclude la lista di volumi letti tra marzo e aprile 2019, in attesa della fine di maggio, per raccontarvi cos’ho sotto le grinfie in questo momento – e posso anticiparvi che sono volumi moooolto interessanti!

Voi cosa avete letto in questa primavera un po’ stramba? C’è qualche libro a cui conferireste una menzione speciale? Fatemelo sapere nei commenti!

A spasso sul tetto del “Domm”

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Come numerosi post su questo Grimorio possono testimoniare, le festività sono generalmente dedicata alla visita a parenti e simili, ma si dice pur sempre Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi, giusto? Ecco, allora, che ho deciso di smaltire l’uovo pasquale salendo sulle terrazze di una delle opere più maestose e belle erette dall’umanità. Il Duomo di Milano.

Magari pensate che, da brava Milanese, la qui scrivente Strega sia di parte nell’affermare quando sopra, eppure non sono mica l’unica a pensarla così! Mark Twain, per esempio, diceva: “Il Duomo, simbolo per eccellenza di Milano, è la prima cosa che cerchi quando ti alzi al mattino e l’ultima su cui lo sguardo si posa la sera. Si dice che il Duomo di Milano venga solo dopo San Pietro in Vaticano. Non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell’uomo”

Nel luogo dove sorge la chiesa più grande d’Italia (la basilica di San Pietro è in Vaticano) esistevano anticamente ben due edifici religiosi dedicati a Santa Maria Maggiore e a Santa Tecla, che però furono distrutte da alcuni crolli strutturali cui si aggiunse un incendio. Nel 1386 fu così deciso di erigere sulle rovine delle chiese precedenti un unico tempio che sorgesse nel cuore religioso di una città in espansione. Il primo progetto era indubbiamente pensato per essere costruito in mattoni, ma già l’anno successivo il duca Gian Galeazzo Visconti impose un progetto più ambizioso, per il quale chiamò a Milano i più famosi architetti e progettisti dello stile tardogotico. Il mattone originario fu sostituito dal più pregiato marmo di Candoglia, proveniente dalla Val d’Ossola e responsabile del colore bianco-rosato dell’amatissima cattedrale dei milanesi.

Nel modico arco temporale di cinque secoli, una sequela infinita di architetti, mastri vetrai, operai, carpentieri e fabbri – ciascuno con le loro vite, ciascuno con le loro storie – ha dato vita ai quasi 12.000 metri quadri di guglie intagliate, contrafforti, pilastri monumentali e statute che prendono comunemente il nome di Cattedrale di Santa Maria Nascente. Pensate al sudore, al sangue e alla fatica che, assieme ai sogni e alle speranze di queste persone rimarranno per sempre intrise in questi blocchi di marmo, all’energia creativa e dinamica che permea ogni voluta, ogni faccia demoniaca, ogni ala d’angelo: c’è di che commuoversi.

Ma abbandoniamo la storia spicciola e veniamo ai giorni nostri. Come si fa a visitare il Duomo, o il Dòmm, come lo chiamiamo noi milanesi? Non c’è nulla di più facile!
Se volete accendere un cero o semplicemente raccogliervi in preghiera all’interno di questa mastodontica casa del dio cristiano, l’ingresso è libero (anche se da alcuni anni limitato alla navata sinistra e a quella centrale), altrimenti potete accedere alla superficie intera con un ticket da 3 €. Non vi mentirò, c’è sempre fila per entrare in Duomo, e i controlli di sicurezza possono essere fastidiosi, ma l’attesa non è generalmente lunga, giacché i milanesi, financo le guardie giurate, sono abituate a fare andare le manine e si sbrigano abbastanza in fretta. 😉 Se volete visitare anche i sottostanti resti delle due chiese più antiche, ci sono altri biglietti da pagare o, in modo più conveniente, potete acquistarne uno cumulativo secondo le vostre esigenze (qui il sito ufficiale del Duomo, con tutte le informazioni che vi servono).

Il rosone centrale della grande vetrata dell’abside, visto dall’esterno.

Anche la salita alle terrazze è soggetta al pagamento di un biglietto, che può essere singolo o cumulativo, con percorso saltafila o meno e soprattutto può prevedere la salita a piedi o in ascensore… un particolare da non sottovalutare, considerato il centinaio di metri d’altezza ove vi troverete quando sarete arrivati alla terrazza più alta, quella da cui si gode una vista impareggiabile dello sklyline milanese e, proprio sopra le vostre teste, della Madonnina (o Madunina), una gioiosa statua dorata di Santa Maria, alta 4,16 metri e posta a 108,50 metri dal suolo che risale ai primi anni del 1700.

Che dire dell’esperienza sul tetto del Domm, se non che chiunque dovrebbe farla almeno una volta della vita?

Si sale vicino alla guglia Carelli, la più vecchia di tutte, che sulla sua sommità porta la statua di quel Duca Visconti che tanto si è penato per la realizzazione della cattedrale e per il prestigio di Milano, e poi si cammina lungo un percorso un po’ in pendenza tra archi acuti, contrafforti e pinnacoli decorati, l’uno diverso dall’altro. Il vento vi scompiglia i capelli, se vi affacciate alle balconate, e le scarpe scivolano leggermente lungo la parte superiore delle campiture di marmo, se cercate di affacciarvi si finestroni superiori per concedervi uno sguardo a volo d’uccello sul fumoso interno della chiesa.

Una veduta a strapiombo dal punto più alto delle terrazze. L’edificio con il tetto rosso è il palazzo dell’Arcivescovado.

La maestosità della costruzione, la smania di toccare il cielo di chi l’ha ideata e costruita, ci stupiscono e ci affascinano, perché, dal basso tutti questi dettagli non si notano, si perdono nella solita prospettiva piccina e banale di noi, poveri umani senza arte né parte.
Un po’ mi batteva il cuore, mentre ieri passeggiavo e sostavo tra queste meraviglie e pensavo che le persone che le hanno create non erano poi tanto dissimili da me, eppure la scintilla che ha generato il desiderio, l’idea e la manodopera necessaria per scolpire questi riccioli di marmo mi era – e continua a essermi – inconcepibile.

Quanto siamo piccoli, noi, con i nostri problemi e le nostre facezie, e quanto potremmo essere grandi, divini, se ci concentrassimo su quello che sappiamo veramente fare, non pensate anche voi?

Filling the blank page

Sto davanti allo schermo bianco da un po’, pensando se riempirlo o meno con quello che voglio scrivere. Non è parte del mio carattere parlare di me, o meglio, della parte più profonda di me, ma ultimamente sto facendo moltissime cose che non appartengono esattamente alla faccia più luminosa del carattere stregonesco, che differenza volete che faccia una in più?

Marzo è stato un periodo complicato, e non dal punto di vista degli impegni.
Già la seconda metà di febbraio si era rivelata provante, perché avevo finalmente deciso di fare una cosa su cui meditavo da tempo. Da quando ne ho avuto la facoltà ho sempre pensato che ognuno di noi sia materia grezza, un blocco di marmo migliorabile fino all’ultimo respiro perché la nostra vera essenza traspaia dalla fredda pietra in tutto il suo fulgore. Per questo motivo negli ultimi anni ho lavorato molto su me stessa per limare i lati del mio carattere di cui non ero soddisfatta e rendermi più simile a ciò che volevo essere e mostrare al mondo. Torniamo, quindi, a quella seconda metà di febbraio di cui all’inizio del paragrafo, quando la necessità di avere una sorta di specchio che mi mostrasse fin dove ero arrivata e che parte di lavoro c’era ancora da fare mi ha condotto a cercare un consulto psicologico.

Probabilmente non è una cosa nota a tutti, o di cui tutti sono convinti, ma dallo psicologo non si va solo quando si è pazzi, o quando si sta male, la psicologia è un aiuto più generale e vasto, che ha più a che fare con la crescita e lo sviluppo personale, che con la guarigione di una malattia. Ho sempre pensato che a un certo punto della nostra vita ognuno di noi trarrebbe beneficio da qualche seduta psicologica, ma questo è un altro discorso.

A fine febbraio ho iniziato un percorso con una psicologa, dunque, portandole in esame i miei trascorsi, il lavoro di automiglioramento che avevo fatto e le problematiche che ancora non sapevo come affrontare e che mi causavano frustrazione, ricavando in cambio un nuovo punto di vista sulla situazione, esterno e libero da qualsiasi preconcetto affettivo ed emotivo.

Come è tipico della Strega, però, ho scelto il momento meno indicato per iniziare un progetto faticoso e provante, e me ne sono, appunto, resa conto a inizio marzo, quando i colloqui con la psicologa mi hanno effettivamente aiutato a sbloccare la situazione in cui mi trovavo. Al posto che farlo in modo graduato e dolce, però, possiamo dire che c’è stata una specie di esplosione emotiva.

Esplosione della serie che quella del Monto Fato è nulla a confronto.

Ho passato l’intero primo mese di primavera (com’è che diceva la Goggi?) in una crisi che comprendeva pianti continui e disperati, momenti di panico e altri di apatia quasi completa.
La cosa più terribile è stata senza dubbio la paura generata dalla perdita totale del controllo delle mie emozioni – cosa che io sono sempre stata in grado di fare, probabilmente anche troppo bene – e dalla prospettiva, che al momento mi sembrava non solo reale, ma decisamente probabile, che io non riuscissi più a riemergere dalle sabbie mobili in cui ero sprofondata, e per giunta per mia liberissima scelta.

Il film è del 1984, ma miseriaccia, non ce n’è un altro che renda alcuni concetti tanto bene!

Per quanto terribile, destabilizzante e lunga, riconosco che questa sofferenza mi sia stata molto utile. L’esplosione, anche la disperazione più completa, erano quasi sicuramente l’unico modo per indurmi non solo ad affrontare argomenti che non avrei mai toccato con persone che normalmente mai avrebbero saputo nulla, ma anche a mostrare me stessa nella mia interezza, che non è fatta solo di lati solidi e fulgidi.

Come tutti, del resto, ho momenti di debolezza, momenti in cui ho bisogno di una spalla su cui piangere, di qualcuno che prenda in mano il timone della situazione e mi lasci stirare le membra. Siamo tutti fatti a questo modo, eppure per me è difficile riconoscerlo e pensare di poter essere accettata e apprezzata anche per questi lati oscuri, che chiaramente ho represso per troppo tempo e che, rabbiosi, si sono fatti sentire di forza tutti assieme.

L’arte del kintsugi è una pratica giapponese in cui si riparano le crepe di vasi, contenitori e altri oggetti con l’oro. Il vaso torna alla sua funzione originale, ma non è lo stesso di prima: le crepe sono ben visibili, eppure il suo valore è aumentato, non diminuito, dalle stesse.

La Strega che al momento sta scrivendo queste parole e che intende riprendere le fila del suo Grimorio, quindi, è un po’ diversa da quella che vi raccontava gli ultimi libri letti a febbraio. Ha qualche crepa, che si sta ingegnando per riparare tenendo presente che non tutte le ferite diminuiscono il valore di una cosa, anzi, capita pure che lo accrescano: è solo una questione di prospettiva.

Abbiate dunque un po’ di pazienza (più di quella che avete già portato nei miei confronti, voglio dire) e, se questo ed eventuali successivi post, un po’ più intimi del solito, vi mettono a disagio, fate finta di aver sognato e passate oltre. Altre berciate su libri, spettacoli e avventure stregate seguiranno a brevissimo. 😉

Puck insegna: Se l’ombre nostre offeso v’hanno, pensate, per rimediare al danno, che qui vi abbia colto il sonno

Febbraio tra cuori, regine e libri

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Anche questo mese di febbraio, incredibilmente denso di impegni da rispettare e incarichi da portare a termine, è arrivato alla fine e la sottoscritta Strega si trova alla spalle una bella colonnina di libri conclusi. La trovo una cosa buffa, perché, finché non ho fatto il punto delle mie letture per scrivere questo post, ero convinta che fossero insoddisfacenti come numero così come lo sono state – con le dovute eccezioni! – per il mio gusto personale.

Le bookish boxes sono scatole a tema libri, che generalmente contengono un libro e alcuni gadget relativi a un tema prescelto. Si possono acquistare singolarmente o ad “abbonamento” e arrivano comodamente a casa, tramite corriere.

Probabilmente la mia impressione è stata influenzata dalla vertiginosa diminuzione di pagine provviste di isbn macinate nella seconda parte del mese a causa dell’incarico attribuitomi da Dreamer Whale, il primo sito di bookish boxes in Italia. Non mi hanno chiesto di montare le scatole per la spedizione, eh!, ma di fare parte della giuria per il loro secondo concorso di scrittura, il che ha necessariamente significato leggere svariati racconti brevi al giorno, a scapito dei libri. ^^

Ma non stiamo qui a parlare di un concorso di cui non sono stati ancora annunciati i vincitori e vediamo i libri che ho letto nel mese di febbraio (corredati dai soliti link Amazon), vi va?

Bianco Letale, R. Galbraith (acquistatelo qui). Voi non potete capire da quanto tempo io aspettassi di leggere questo libro, che è il quarto volume della serie Le Indagini di Cormoran Strike! Comprato nell’esatto giorno della sua uscita in Italia, ho tentato in tutti i modi di rallentarne la letture per godermi più a lungo le avventure di Strike e Robin Ellacott, ma è stato veramente difficile. La Rowling/Galbraith scrive sempre con una meravigliosa fluidità, le parole, i paragrafi e i capitoli del libro sembrano scivolare sulla pagina in automatico, senza affrettare né rallentare la narrazione. Di questo particolare libro ho apprezzato la maggiore semplicità dell’indagine rispetto a La Via del Male, perché ha dato modo all’autrice di concentrarsi anche sulle vite private dei suoi personaggi, che a occhio e croce coprono appena meno della metà della storia in sé e per sé.

Diciamolo, tutte noi volevamo sapere che cosa sarebbe successo tra Cormoran e Robin nel quarto libro e la Rowling è stata indubbiamente brava nel soddisfare tutte le principali teorie elaborate dai fan senza sprofondare nel fan service vero e proprio. Ci vuole mestiere per farlo, eh!

Nel mezzo della lettura mi sono ritrovata a fare il tifo per alcuni personaggi, a maledirne altri e a imprecare tra me e me per la procionaggine diffusa che sembra attanagliare i protagonisti in materia di relazioni personali. In soldoni, l’ho adorato profondamente.

La Regina Ribelle, E. Chadwick (acquistatelo qui). Si tratta del primo volume della trilogia Il Romanzo di Eleonora di Aquitania, che probabilmente non continuerò, perché la storia romanzata di Eleonora, così come la racconta la Chadwick, non mi ha soddisfatto. Numi, è pur vero che non avrei mai scelto di leggere questo libro di mia sponte: ho iniziato una collaborazione instagram molto interessante, se siete amanti del romanzo storico, con Naomi di Theroadtobookland. La Regina Ribelle racconta la storia di Eleonora di Aquitania più o meno dal suo matrimonio con Luigi di Francia a quello con Enrico II d’Inghilterra. Si tratta quasi di un ventennio di storia denso di avvenimenti – rivolte, Crociate, tradimenti, intrighi, politica, dissidi religiosi e chi più ne ha più ne metta – che la Chadwick usa ahimè solo come sfondo per raccontare una storia che mi pare a metà tra il romanzo rosa e l’Harmony. Eleonora meritava di più.

Ah, Katherine Hepburn nei panni di Eleonora d’Aquitania: questa sì che è una regina! Il film è “Il leone d’inverno”, uscito nel 1968 e tratta da un’omonima opera teatrale del ’66. Nel cast c’erano anche Peter o’ Toole, Anthony Hopkins e Timothy Dalton.

La Sovrana Lettrice, A. Bennet (acquistatelo qui). Questo piccolo libro edito Adelphi mi è caro per due ragioni. Si tratta indubbiamente di una lettura originale, che esplora le possibili conseguenze dell’appassionarsi alla lettura da parte della regina più famosa dei giorni nostri, Elisabetta II d’Inghilterra, e poi me l’ha prestato una delle mie alunne, e io, quando mi prestano i libri perché pensano che dovrei leggerli, vado in brodo di giuggiole. La Sovrana Lettrice ha il grande pregio di un linguaggio ironico, seppur compassato, e sembra quasi di sentire parlare Elisabetta stessa, o almeno, la Elisabetta che noi ci immaginiamo.

Le Nozze di Eleonora, M. Calmel. Un altro volume letto per la collaborazione su instagram e un’altra delusione, ancora più profonda di quella precedente, temo. In questo caso, la storia è raccontata da un personaggio inventato, Loanna, un’inglese discendente da Merlino di Avalon, che serve la corona d’Inghilterra incoraggiando il compimento del matrimonio tra Eleonora ed Enrico II. Il problema di questo romanzo non risiede solo nella trama, che, diciamolo, appare più adatta a una fanfiction che a una narrazione che dovrebbe vedere la storia come protagonista, ma anche in un ritmo narrativo piuttosto lento. Da un lato, con Loanna e tutto il suo cucuzzaro, la Calmel mi ha ricordato i libri di Marion Zimmer Bradley, ma senza il fascino della leggenda arturiana.

Dammi mille baci, e ancora cento, Catullo + Tu Sei il Mio Intero Mondo, W. Shakespeare. Due piccole pubblicazioni di brossura (96 pagine per ciascuno) affidatemi da Garzanti Editore. Si tratta di una raccolta di alcuni versi dei celebri poeti, che vertono sull’amore. Sono carini da leggere, non impegnano e la traduzione mi sembra buona, senza contare che tutte le copertine di questa collana sono adorabili!

Luce Nell’Oscurità, L. Marcello. Ho letto la storia di Varnava, nato e cresciuto in un villaggio della Serbia centrale da cui è costretto a fuggire per l’arrivo di creature maligne, per conto di Caravaggio Editore, ma non sono riuscita ad appassionarmi a questo breve romanzo di formazione. Credo che abbia qualcosa a che fare con il linguaggio narrativo, che mi suonava un po’ noioso, e con il ritmo troppo lento della storia.

Il tempo della Verità, G. Cooper (scaricatelo qui, è gratis!). Questo racconto breve appartiene alla serie iniziata con La Biblioteca dei Morti, che io in realtà non ho mai letto. Ho scelto di iniziare comunque Il Tempo della Verità, perché mi sono ricordata di una mia pargola di qualche anno fa, che aveva letto e adorato La Biblioteca dei Morti e mi aveva praticamente fatto la reading progress. La Strega ha un cuoricino, da qualche parte!

Con Glenn Cooper è tutto, signori! Raccontatemi quali libri avete letto voi e quali vi sono piaciuti di più!