Novembre libroso

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Come nelle migliori tradizioni del Covo, Novembre è stato un mese impegnativo, ma ho avuto comunque le mie brave soddisfazioni in termini di letture completate! Forse la bella media che avevo inanellato nei mesi scorsi è un po’ scesa, ma penso di riuscire a recuperare a dicembre e chiudere l’anno col botto! Tra l’altro, nella terza settimana del mese è finalmente arrivato anche il kindle, che ha sostituito il vecchio e-book reader stregato, che ha poco simpaticamente tirato le cuoia attorno alla metà di ottobre. L’ho provato subito con un racconto breve, tanto per testarne la facilità di utilizzo, e devo dire che sono rimasta molto soddisfatta. 

Vediamo dunque l’elenco dei libri che ho letto a novembre, completo dei soliti link per acquistare i prodotti tramite il mio codice di affiliazione Amazon: voi non subito alcuna maggiorazione di sorta, ma io percepisco una piccola percentuale per ogni articolo acquistato tramite i link che pubblico sul mio blog. Il Grimorio non si sostiene da solo, ricordatevelo!

Io Odio Internet. Un Romanzo Utile, J. Kobek (acquistatelo qui). Questo romanzo mi è stato gentilmente inviato da Fazi Editore, che come sempre ringrazio: non è da tutti ricordarsi di una povera Strega bibliofila! Raccontarvi la trama è un po’ complicato: in primo piano c’è Adeline, una quarantacinquenne americana, mediamente famosa per aver disegnato un fumetto negli anni Novanta, che viene invitata a parlare in un’università ed esprime delle opinioni che cozzano contro il sentito comune. Diventa così oggetto di critiche e minacce sui social network; il resto del romanzo vede la sua reazione – piuttosto pacata – alle palate di fango che le vengono gettate addosso e la presentazione di una sequela di personaggi che popolano la sua sfera sociale. Credo si sia capito che il romanzo di Kobek non mi è entrato esattamente nel cuore: i personaggi mi sono sembrati piatti, molto evanescenti, il che potrebbe avere un senso, potrebbe essere voluto, insomma, ma il linguaggio narrativo della storia non mi ha permesso di ben apprezzare questa scelta. Ho percepito tanta acredine nelle parole dell’autore, e non sono riuscita a digerirla. 

Laurie, S. King. Questo è il racconto breve con cui ho inaugurato il mio kindle (a proposito, non ne avete uno? Acquistatelo qui!) e che trovate gratuito su kindle store. Il protagonista è un uomo vedovo da poco, solo e abbattuto, a cui la sorella regala un cucciolo di cane, Laurie, appunto. Nel proseguire delle pagine l’uomo e il cane instaurano un rapporto unico, basato sull’interdipendenza reciproca. Dove sta Stephen King in tutto questo, mi direte voi? Tranquilli, arriva sul finale! Eccome, se arriva!

L’Artista della Fuga, B. Meltzer (acquistatelo qui). Un altro libro inviatomi da Fazi Editore, che ho decisamente apprezzato. Si tratta di un bel romanzo thriller, molto fluido e con il giusto ritmo per progredire nelle indagini insieme ai protagonisti. La storia è quella di Zig, che lavora nella base militare di Dover, nel reparto dove si rimettono a posto le salme dei militari caduti nelle missioni straniere prima di restituirle ai parenti. Un giorno Zig si trova a dover fare il suo lavoro su un corpo di una caduta speciale: Nola Brown, che in passato è stata compagna di scuola della deceduta figlia di Zig. Solo che, nonostante tutti dicono il contrario, l’uomo è sicuro che quella sul tavolo di preparazione non sia Nola, e che la sua identità sia stata scambiata con un’altra per un motivo. Che cosa si nasconde in questo scambio di persona? In che pasticcio si è cacciata Nola Brown? E soprattutto, che cosa c’entra Houdini? C’è solo un modo per scoprirlo. 

Con il romanzo di Meltzer è tutto, signori!
Che cosa avete letto, voi, nel mese appena trascorso? E cosa avete in programma per dicembre? Fatemelo sapere nei commenti!

Cronache dal Palchetto – Falstaff

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Dicembre, per me, è il mese della musica lirica. Non che non ne ascolti durante il resto dell’anno, eh!, anzi, sicuramente ricorderete le mie incursioni in quel di Parma per il festival Verdi, ma sarà l’aria del Natale, sarà che la Scala apre la sua stagione proprio a Sant’Ambroes, dicembre è il mese in cui crogiolarmi tra arie e caballette mi piace di più. 

La scorsa domenica, per esempio, ho approfittato della gentilissima ospitalità del Teatro Ponchielli di Cremona, che per il secondo anno consecutivo mi ha offerto un posticino per una delle sue rappresentazioni della stagione operistica, il Falstaff di Giuseppe Verdi, per la precisione. 

Nella foto, Simon Russell Beale nel ruolo di Falstaff nell’Henry IV prodotto dalla BBC (The Hollow Crown, potete acquistare il cofanetto qui e non ve ne pentirete!) affiancato da Tom Hiddleston nei panni del futuro Enrico V.

Falstaff è un personaggio di William Shakespeare, un cavaliere decaduto, oramai vecchio, rozzo e sempre alla ricerca di denaro, che sperpera in lussi, cibo, vino e donne. Compare in alcuni drammi storici del Bardo, tra cui l’Enrico IV e l’Enrico V, e nella commedia Le Allegri Comari di Windsor, da cui è in effetti tratto il Falstaff verdiano. Si tratta di un personaggio complesso, un po’ comico e un po’ tragico, ironico e sarcastico, falso come una moneta da tre centesimi, ma anche con un cuore… molto in fondo. 

Giuseppe Verdi era un grandissimo amante di Shakespeare e per tutta la vita ha desiderato mettersi in gioco musicando una commedia, tanto per cambiare, dopo i molteplici drammi umani, che decade dopo decade ha proposto al suo pubblico. A ottant’anni suonati, quindi, accetta la sfida del librettista Arrigo Boito e in soli sei mesi compone la musica della sua ultima opera e, forse, di quella più atipica e originale di tutte. 

Spesso definita opera comica, anche se personalmente stento ad apporle un’etichetta, Falstaff consta di tre atti, per una durata totale di circa due ore e mezza, ed è ambientato nel XV secolo a Windsor. 
Sir John Falstaff alloggia alla locanda della Giarrettiera con i servi Pistola e Bardolfo e, tanto per cambiare, si trova in ristrettezze economiche. Decide quindi di sedurre due nobildonne, Alice e Meg, per poter liberamente pescare dalla loro colma borsa e fa loro recapitare due lettere d’amore identiche. Le due donne, che sono amiche, s’indignano e decidono di giocargli uno scherzo tale da insegnargli una volta per tutte che oramai è troppo vecchio e troppo grasso per giocare la parte del seduttore. Alice si finge quindi innamoratissima di Falstaff e gli fa recapitare un invito tramite la comare Quickly in casa sua, durante l’assenza di suo marito Sir Ford. Quest’ultimo, a sua volta, ha saputo della lettera che Falstaff ha spedito alla moglie e vuole vendicarsi a suo modo. Travestito da Signor Fontana, dunque, si reca alla locanda della Giarrettiera e offre al vecchio una borsa di denaro per sedurre Alice. Falstaff, compiaciuto, confessa che è già a metà dell’opera e così Ford scopre la presunta infedeltà della moglie.

Una scena della rappresentazione del Teatro Ponchielli. Falstaff (A. Gazale) è a sinistra, Ford (P. Ingrasciotta) a destra e si sta fingendo il signor Fontana, innamorato, non corrisposto, di Alice.

Falstaff si presenta a casa di Alice, ma vi arriva anche Ford, accompagnato dai suoi compari, per ucciderlo. Alice, Meg, la comare Quickly e Nennetta (la figlia di Alice) nascondono quindi Falstaff nella cesta del bucato, che poi fanno scaricare nel fiume tra le risa generali. Ford si compiace della furbizia della moglie e, non più geloso, passa a progettare il matrimonio di Nennetta con Cajus, un vecchio dottore pedante. Nennetta, però, è immancabilmente già innamorata del giovane Fenton e chiede aiuto alla madre. 

Un’altra scena dalla rappresentazione del Ponchielli, che fa tanto Sogno di Una Notte di Mezza Estate.

Ordendo l’ultimo scherzo nei confronti di Falstaff, Alice lo invita nel parco a mezzanotte, travestito da Cacciatore Nero, un personaggio di una favola per bambini popolata da fate, spiriti e folletti. Tutti gli abitanti di Windsor si mascherano da spiriti fatati e tormentano Falstaff, che si prende un gran spavento finché non riconosce Bardolfo sotto una maschera. Allora, mentre Nennetta sposa Fenton, prorompe nella morale dell’opera, della sua vita e forse anche di quella di Verdi: tutto nel mondo è burla. 

La rappresentazione di Falstaff a Cremona mi è piaciuta moltissimo sia per la parte musicale – orchestra e coro come sempre meravigliosi, interpreti molto bravi, a cominciare da Alberto Gazale (Falstaff) e Paolo Ingrasciotta (Ford) -, che per quella visiva, che mi ha colpito particolarmente. 

Le comari di Windor: da sinistra, Quickly (D. Innamorati), Nennetta (M.L. Iacobellis), Alice (S. Tisba) e Meg (C. Piva)

Nella regia di Roberto Catalano, la Windsor Seicentesca diventa un luogo senza luogo, da qualche parte tra l’Inghilterra, Napoli e la Sicilia, a metà degli anni Cinquanta. La locanda della Giarrettiera assomiglia a un circolino per gli anziani, con le pareti di un verde slavato e i faretti gialli alle pareti e Falstaff stesso è un vecchio affaticato, che rincorre i fasti della gioventù come un bambino i suoi giocattoli. 

I toni di scena e dei costumi giocano sui rilassati colori pastello, c’è tanto bianco e tanta luce, e poi c’è Falstaff, a metà tra Keith Richards (o un Jack Sparrow vecchio e grasso, fate voi) e Zucchero, vestito di scuro, trascurato e tremendamente fuori posto nel contesto generale. Basta solo la resa di scene e costumi per far intendere al pubblico che Falstaff non  si accorda al luogo in cui si trova, ma lui non sembra accorgersene e volteggia attorno agli altri personaggi, gettandosi a capofitto nei tranelli orditi contro di lui al ritmo delle ariette, delle fughe e del contrappunto creati dal buon Beppe, che evidentemente si è divertito nel comporre la sua opera. 

L’aspetto recitativo è importantissimo per il Falstaff, giacché alcuni brani sono più parlati che cantati, come capita anche nell’Otello, e i cantanti in scena sono estremamente mobili, dotati di una fisicità buona, favorita probabilmente anche dalla giovane età, e che ricorda molto più le produzioni inglesi di quelle italiane (e in effetti mi è venuta in mente quasi subito la Carmen del Royal Opera Theatre, l’anno scorso). Il movimento in scena diverte il pubblico e lo aiuta a superare anche i passaggi più arzigogolati della trama, fino al finale non già alla tarallucci e vino, ma con una più prosaica battaglia coi cuscini su un letto gigantesco, sotto le cui coperte sparisce Falstaff e con lui, prima o poi, anche noi. 

Ci sono dei melomani tra i miei lettori, ne sono sicura! Ditemi, avete mai visto il Falstaff del Beppe? Che cosa ne pensate?
Fatemelo sapere nei commenti!

Cercami.

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Signori, non potete capire che razza di mese di novembre mi è capitato. Ci sono stati momenti in cui la tentazione di emigrare in un luogo non reperibile si è fatta potentemente sentire, ma purtroppo poi una stressata Strega ha dovuto venire a patti con la realtà: nel mondo di oggi i post irraggiungibili sono pochi!

Conscia dell’utopia dell’irrintracciabilità, quindi, non mi resta che dedicarmi al contrario di questa e riprendere in mano il Grimorio con un bel post di una volta, featuring i termini di ricerca più strambi con cui molte (oh, molte!) anime sono capitate tra queste pagine nel 2018. 

Pin celiachia; come. fare per richiedere il pin celiachia; rilascio pin celiachia lombardia; dove trovo il codice celiachia. Ahem, non da me, almeno non credo. Chiediamo all’Attilio (Fontana), il presidente della Regione?

Esenzioni tropo facili per celiachia. Te possino…! 
Antistaminico pissini prenderli i ciliaci. Un grande classico! Anzi, tanti grandi classici tutti in un termine di ricerca. Ma che c’avranno, questi, con l’antistaminico?
Vuoi bene alla tua celiachia? In che senso? Non sono esattamente una fan dell’essere affetta da una patologia autoimmune di una certa rarità, ma in quanto parte di me immagino di volerle anche un po’ bene. Credo.

Racconto ancella differenza libro. Differenze libro serie handmaids tale. Yes! Qui la mia modesta opinione. 

Non voglio averti sulla coscienza. Questo è esattamente quello che penso quando incontro molti dei miei clienti e anche qualcuno dei miei alunni.

Streghe. Streghe in rima. Streghe Shakespeare. Frasi in rima sulle Streghe Shakespeare. Dunque, di Strega ce n’è almeno una. Shakespeare, se ne parla. Frasi in rima… ho un tautogramma, va bene lo stesso?

03 che mese e. Marzo.
Altadeficizione01lamorenonvainvacanza. Tutto attaccato. Molto bene.
Soprusi. Pofferbacco!
Similitudini libro Cuore e Harry Potter. Non so voi, ma non mi azzarderei a paragonare la Maestrina dalla Penna Rossa alla McGranitt. 

Letteratura georgiana; personaggi che ruotano attorno a Ulisse; Cyrano de Bergerac; Analisi Caravaggio. Ah, questa è la parte in cui faccio i vostri compiti di scuola. 😉

Ti sei ricordato di portarmi il libro?

Chiudiamo in bellezza, sì?

Citrullo Turandot.

La summa del mio 2018 da blogger, non c’è dubbio. 

Letture Ottobrine

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Letture del Mese

Ottobre è uno dei miei mesi preferiti in ogni caso, ma, quando riesco a leggere così tante pagine come quest’anno, lo è ancora di più. Non c’è niente di meglio che passare le prime ore d’autunno con una bella tisana in mano e un gatto che ti ronfa di fianco, mentre si legge un buon libro! Certo, quest’anno il clima d’ottobre assomigliava un po’ a quello di maggio, a massimo a quello di aprile, ma non spacchiamo il capello in quattro: il gatto c’era, i libri anche, e anche la tisana. La temperatura e la nebbia sono arrivate solo oggi, almeno a Milano.

Qui di seguito trovate l’elenco dei libri che ho letto nel mese che si è concluso con la notte delle zucche, corredati del solito link che vi rimanda ad Amazon, dove potete acquistare una copia del volume prescelto tramite il mio codice di affiliazione. Per voi non cambia nulla, ma per una Strega mezza spiantata come me la piccola percentuale che il sig. Amazon mi corrisponde cavandosela dai suoi risparmi è golosissima! Bando alle ciance e cominciamo.

Incantesimi nelle vie della memoria, G. Gallato. Questa raccolta di racconti segna l’inizio della mia collaborazione con Caravaggio Editore, casa editrice indipendente che è nata nel 2007 e pubblica opere inedite o poco considerate in Italia di saggistica e narrativa. Come ormai sapete, i racconti brevi sono uno dei miei formati preferiti e sono quindi stata contentissima di poter leggere e recensire Incantesimi nelle vie della memoria, che ha tema onirico/fantascientifico. Il problema che ho riscontrato è che le storie della raccolta sono poco eterogenee (insomma, se non ti piace il contesto, sei finito o quasi) e anche i personaggi si assomigliano tutti, almeno fisicamente. Sembra che i racconti siano davvero sogni, tutti originati dalla stessa persona e tutti che nascondono, se così si può dire, un unico significato.

Mucho Mojo Club: Lavoro Sporco, AAVV. Io voglio tanto bene ai ragazzi di Casa Sirio, che non solo sono stati tanto gentili da inviarmi una copia del secondo volume della raccolta che mi era piaciuta tanto (vi ricordate?), ma mi hanno proprio avvisato della sua uscita. Grazie, ragazzi, grazie! Le storie di Lavoro Sporco sono meno uniformi rispetto a quelle del primo volume, ma ugualmente belle. Tra le mie preferite ci sono Frankie, Dracula e il lupo Mannaro, di W. Meikle, che in effetti ho riletto proprio ieri sera, perché Hallowe’en va festeggiato degnamente, Gallina Vecchia di A.N. Smith, perché è decisamente anticonvenzionale, e ovviamente La Donna del Mistero, di J. Deaver. Un racconto breve, thriller e ambientato a Milano: praticamente l’hanno scritto per me!

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Nella foto, i ragazzi di Casa Sirio che bussano alla porta del Covo Stregonesco per tentarmi.

Il Cerchio Rosso, E. Wallace. Un giallo con un’edizione bellissima regalatomi da Jess di Pennylane On The Tube (a proposito, avete visto il suo ultimo video?) e pubblicato per la prima volta nel 1922. Sono stata conquistata dalla scorrevolezza della narrazione, perché veramente quelle pagine si bevono una dopo l’altra, anche se la trama non è intricatissima e la rivelazione finale non è proprio un colpo di scena, o almeno non lo è stato per me. Il Cerchio Rosso del titolo è il nome di un’associazione criminale e segreta, che lavora vergando una specie di patto con il demonio con vari membri della società, che ottengono grosse somme di denaro in cambio di “favori” che faranno all’associazione stessa. Gli ordini e le comunicazioni dal Cerchio Rosso ai suoi membri arrivano tramite biglietti e cartoncini contrassegnati, appunto, con un cerchio tracciato a inchiostro rosso e la pena per chi non li esegue è severa quanto dolorosa… Ho trovato pregevole il personaggio dell’investigatore geniale Yale, che ha risvolti fuori dai canoni tipici del personaggio alla Sherlock Holmes, e quello della giovane Thalia, che avrebbe meritato più spazio di quello che comunque ha. Evviva i personaggi femminili tridimensionali!

Elmet, F. Mozley. Questo volume mi è stato inviato da Fazi Editore e io ne ho provato curiosità innanzitutto per il titolo, che rimanda ai regni celtici del V secolo d.C. (avrete notato che sono una mia mania ^^’). In realtà questo romanzo d’esordio di una scrittrice che studia storia medievale a York e ha la mia età non ha nulla a che vedere con il periodo dei regni celtici in Inghilterra e racconta, invece, uno spaccato di vita di due fratelli adolescenti, Daniel e Cathy, che, abbandonati dalla madre, crescono con il padre in una casa in mezzo ai boschi della parte occidentale della contea dello Yorkshire (che nel medioevo era effettivamente il territorio dell’Elmet). John, il padre dei ragazzi, è un personaggio che vive fuori dalle regole comuni della società, contando sulla sua notevole forza fisica; un uomo violento, burbero, che però con i figli è protettivo e gentile e che desidera crescerli in modo che siano in grado di badare sempre a se stessi. Quello che questa famiglia sui generis vive è un vero e proprio idillio pastorale, finché non entra in gioco il signor Price, che vuole che John torni a lavorare per lui e per i suoi traffici. Non vi dico di più della trama, perché merita di essere seguita fino alla fine, anche se a volte il ritmo narrativo rallenta molto e per pagine sembra non stia succedendo nulla. Personalmente ho apprezzato molto l’atmosfera da vecchia favola che caratterizza tutto il narrato, anche nei momenti più crudi e violenti, che sfociano nel genere crime.

Cora, G. Sand. Letto nella traduzione di Ilaria Biondi per il progetto La Bottega dei Traduttori. Si tratta di un racconto breve molto interessante, di cui ho amato particolarmente l’ironia insita in tutta la vicenda e nelle descrizioni del protagonista maschile, Georges, che mi ha ricordato il Werther di Goethe (amo Goethe, ma Werther un po’ meno). La forbitezza della narrazione (propria di Georges, che narra la storia in prima persona) è ben mantenuta nella traduzione italiana, che mi sembra scorrere bene e senza intoppi. Se non avete mai letto nulla di questa scrittrice francese, Cora potrebbe essere un buon punto per un primo approccio, quindi segnatevelo. 😉

Con George Sand, letto la mattina del 31 ottobre appollaiata sulla cyclette durante il mio allenamento del mercoledì, si conclude la lista dei libri letti il mese scorso. Quanti racconti brevi! Credo che passerà un po’ di tempo prima che io abbia la possibilità di averne tra le grinfie così tanti e tutti assieme, ma non mettiamo mai limiti alla provvidenza. Voi che cosa avete letto a ottobre? Avete avuto il coraggio di cominciare a bere tè e tisane, o siete rimasti ai gelati e ai ghiaccioli?

Una passeggiata coi dinosauri – Dinosaur Invasion

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Mi sono sempre piaciuti i dinosauri, fin da quando ero bambina, e non credo ci fosse nulla di strano allora, ma a trent’anni suonati devo probabilmente prendere atto che, se vado ancora pazza per i rettiloni enormi che hanno dominato l’era Mesozoica, proprio normale non sono. D’altronde, i dinosauri non sono l’unico indizio che mi fanno pensare di essere, come direbbero gli inglese, peculiar. 😉

L’Era Mesozoica è il periodo compreso tra 250 e 65 milioni di anni fa, diviso in Giurassico, Triassico e Cretaceo. Questo significa che i dinosauri sono stati i padroni incontrastati del nostro pianeta per circa 185 milioni di anni: non male, no?

Quando una Strega che ha trascorso l’infanzia tra i reperti della sezione di paleontologia del glorioso Museo Civico di Storia Naturale di Milano viene invitata a partecipare a una mostra come Dinosaur Invasion, è chiaro che detta Strega prende armi e bagagli e ci va, anzi ci si catapulta. Possibilmente si fa anche accompagnare dalla stessa persona che pazientemente la portava anche al museo che sta nei Giardini Pubblici di Porta Venezia. ❤

La facciata neogotica del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, uno die più importanti musei naturalistici d’Europa, fondato nel 1838. Lo stile prescelto per il palazzo che ospita il museo prende ispirazione da quello londinese, mentre la pianta dell’edificio riproduce quella del Museo di Storia Naturale di Vienna. Per me questo posto sa di casa e ogni tanto ci torno. 

Raggiungere Dinosaur Invasion è piuttosto semplice, giacché la mostra è ospitata in una struttura mobile all’interno della Fabbrica del Vapore, in via Procaccini: ci arrivate con il tram 14, preso proprio di fronte al nuovo Starbucks, se partite dal centro, o con la nuova linea lilla, quella senza conducente, scendendo alla fermata di Cenisio. Il biglietto intero costa 13 € (io vi consiglio di preacquistarlo online) e vi permette la fruizione dell’intera mostra.

Già, ma cosa c’è da vedere a Dinosaur Invasion?
Il percorso espositivo comprende trenta modelli a grandezza naturale costruiti su indicazione dei paleontologi per riprodurre il più fedelmente possibile i giganti del Mesozoico finanche nei movimenti. Grazie alla tecnologia ANIMATRONICS, infatti, i modelli, che sono inseriti in un ambiente ricreato, muovono le zampe e la coda, aprono e chiudono occhi e mandibole e ruotano il capo, il tutto in modo plastico e realistico, con contorno di ruggiti, bramiti e altri rumori di sottofondo. 

Il T-rex della mostra: una bestiolina lunga 12 metri, capace di esercitare la pressione di di 6 tonnellate in un singolo morso. Agilissimo grazie alla sua coda, si stima che questo simpatico lucertolone pesasse sulle 7 tonnellate.

Fa un certo effetto guardare all’interno della bocca spalancata di un Tyrannosaurus Rex, strizzare gli occhi per scorgere, in alto, il muso di un brachiosauro o stare a guardare uno pteranodonte che sbatte le ali, e la possibilità di fare foto e girare video aggiunge divertimento e goliardia a tutta l’esperienza, ma confesso che Dinosaur Invasion non è proprio quello che mi aspettavo. 

Il percorso espositivo è divertente, ma poco interattivo rispetto all’immagine proposta nella pubblicità, che aveva tutto un altro piglio, bisogna dirlo. Forse si sarebbe potuto ovviare al problema piazzando un altro paio di postazioni per fare foto con il green screen, come quella che c’è all’ingresso, e utilizzando meglio lo spazio a disposizione. Invece di creare delle zone delimitate da cordoni in cui riprodurre gli ambienti e piazzare i dinosauri, trasformare l’intera struttura nella Terra durante il Mesozoico, permettendo ai visitatori di aggirarsi nell’ambiente invece che limitarsi ad ammirarlo, sarebbe stato una cosa pazzesca e gli stessi bellissimi modelli sarebbero stati godibili a 360°: lo meritano! Un’altra piccola pecca è l’illuminazione, che è senza dubbio insufficiente per notare, ad esempio i pochi cartelli esplicativi – dubito in effetti che i bambini presenti, il target principe della mostra, li abbiano più che notati.

Alla fine della mostra c’è un’area gioco dedicata all’edutainment, parolina insipida che indica la funzionalità didattica di alcuni tipi di intrattenimento. L’angolo per la ricerca dei fossili è una bella idea, ma è reso in modo un po’ troppo bambinesco, più adatto ai pargoletti sotto i 90 cm di altezza (che tra l’altro non pagano il biglietto), che a quelli un po’ più grandicelli che, soprattutto nel periodo storico in cui viviamo, si fanno impressionare molto meno facilmente. 

Insomma, l’impressione generale che Dinosaur Invasion mi ha lasciato è, a parte la nostalgia dell’infanzia e un rinnovato amore per i lucertoloni giurassici, di un ambiente un po’ spoglio. Un vorrei, ma non posso, e quindi mi accontento in una città come la Milano di oggi, che richiede di essere stupita. Peccato!

C’è qualcuno di voi che ama i dinosauri come me?
Siete andati a vedere la mostra o programmate di farci un salto? Fatemelo sapere nei commenti!

Attila, fuoco e fiamme – Festival verdi 2018

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L'_Attila_ di Verdi al Teatro Regio di Parma

Ero talmente piccola che non ricordo la prima volta che ho ascoltato un’aria di Giuseppe Verdi, ma le sue musiche sono sempre state presenti nella mia vita, avendo dei parenti melomani. Fino a quando non ho visto la mia prima opera, però, la grandezza di questo signore che a scuola associavano al re d’Italia non mi era ben chiara, non capivo il motivo di such a fuss, come direbbero gli inglesi. Poi ho superato il punto di non ritorno: sono diventata parte entusiasta della schiera dei zumpappà.

437px-giuseppe_verdi_by_giovanni_boldini

zum pa pa, o zumpappà, che scriver si voglia, è il soprannome dato agli ammiratori di Verdi. Deriva da un ritmo spesso ripetuto nelle composizioni del Cigno di Busseto.

É dunque ovvio che io segua ogni anno e con un certo interesse il Festival Verdi, anche se da lontano. Negli ultimi due anni sono stata felicissima, però, di accettare il grazioso invito del Teatro Regio di Parma e seguire una delle quattro opere rappresentate nel corso della manifestazione. L’anno scorso è stato il caso di una bella Jerusalem, quest’anno, invece di Attila, uno dei drammi “giovanili” di Giuseppe Verdi, che non è spesso rappresentato e che io stessa non avevo mai ascoltato per interno né visto.

Il Nabucco del 1842 apre una decade in cui Giuseppe Verdi è particolarmente prolifico: in media compone un’opera all’anno, anche se lo fa imponendoselo, a volte controvoglia, per trarne profitto e raggiungere quella stabilità economica che ancora gli mancava. Non tutti i prodotti del periodo sono di successo, anzi il nostro Giuseppe riceve anche qualche batostella, comunque l’Ernani del 1844 è molto ben accolta e lo stesso impresario gli commissiona un nuovo lavoro per il Carnevale 1846 alla Fenice di Venezia. Il problema è che Verdi stava già lavorando ad almeno due opere e quindi non decide il tema della nuova commissione fino ai primi mesi del 1845, quando, sotto la dichiarata influenza di Madame de Stael, si fissa su una tragedia di Zacharias Werner, Attila re degli Unni.

0408_Attila_Riccardo Zanellato (Attila)_ph Roberto Ricci

Il basso Michele Pertusi nei panni di Attila, personaggio che da il nome dal dramma lirico in tre atti con libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave. La foto è di Roberto Ricci, come le altre di scena in questo post.

Attila va in scena nel marzo del 1846 ottenendo un discreto successo, che verrà presto messo in ombra dal Macbeth (1847) e poi dalle arcinote Rigoletto, Trovatore e Traviata (1851 e a seguire). É un Verdi acerbo, dicono, quello che compone la sequela di caballette di Attila, ma io personalmente apprezzo l’estremo senso teatrale di quest’opera, il suo ritmo e la sua energia. Mi piace che la storia sia pressoché scevra di morale – non ci sono eroi e antieroi, qui, sembra che una parte vinca sull’altra per mero caso – e che sia la passionalità che la anima a trionfare su tutto. Ma lasciate che vi illustri la storia di Attila.

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Siamo nel V secolo d.C., ad Aquileia, che gli Unni hanno appena invaso e devastato, uccidendo tutti i vinti per ordine di Attila, che entra in scena lodato da tutte le sue truppe, che gli offrono in dono una schiera di giovani donne italiche, catturate mentre combattevano eroicamente al fianco dei loro fratelli per salvare la loro patria. Tra di loro c’è Odabella, figlia del defunto signore di Aquileia, e Attila se ne invaghisce, mentre lei medita una crudele vendetta. Arriva Ezio, generale ed eroe di guerra romano, che propone ad Attila un patto terribile: lui lo aiuterà a distruggere l’impero d’Occidente e quello d’Oriente e in cambio Attila gli lascerà il dominio sulla penisola italica. L’unno rifiuta un simile patteggiamento ed Ezio se ne va, furioso, mentre, con un cambio di scena che descriveremmo filmico, i superstiti di Aquileia approdano a Rio Alto dopo una tremenda tempesta. A comandarli è Foresto, marito di Odabella, che l’ha saputa in mano al nemico e parte per salvarla per poi trovarla nell’accampamento degli Unni nei pressi di Roma e crederla amante di Attila stesso, finché Odabella non gli confida il suo piano. La giovane intende guadagnarsi la fiducia del barbaro e ucciderlo con le sue stesse mani, proprio come Giuditta fece con Oloferne, vendicando così la morte del padre e la caduta della città. Attila nel frattempo non sembra desideroso di entrare a Roma a causa di un sogno sconvolgente, in cui un vecchio lo tratteneva dai suoi scopi con parole imperiose, ed è terrorizzato quando incontra papa Leone, che gli si rivolge allo stesso modo e lo induce ad accettare la tregua proposta dall’imperatore Valentiniano.

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Di flaggellar l’incarco contro i mortali hai sol: t’arretra! Or chiudi il varco, questo dei Numi è il suol!, dice papa Leone ad Attila

Ai festeggiamenti per la tregua Ezio e Foresto complottano per uccidere Attila con una coppa avvelenata, ma Odabella, che vuole la vendetta per sé, avverte il condottiero barbaro, che, consumato dall’ira, decide di non dare più seguito a segni e visioni e marciare alla volta di Roma, non prima, però, di aver sposato la donna. Durante la notte di nozze si scoprono infine tutti gli altarini, e Odabella ottiene la sua vendetta sgozzando Attila di fronte allo stupore di Ezio e Foresto.

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Un’altra bellissima immagine di scena. Notate la cupezza e la drammaticità del tutto, la potenza della luce? Io trovo che sia tutto molto caravaggesco.

L’ultima volta che Attila è stato rappresentato al Teatro Regio di Parma risale a una ventina di anni fa e per questo ritorno Andrea De Rosa sceglie un allestimento nuovo, che esalta la cupezza dell’opera rispecchiandola negli scenari bui e nei colori tendenti al nero, con piccoli sprazzi di bianco che accecano lo spettatore tanto quanto il bellissimo gioco di luci a opera di Pasquale Mari. Il mondo in cui suona la musica di Verdi è popolato di spiriti e fantasmi e la sua natura è viva, fa sentire chiaramente la sua voce nell’irrompere glorioso dell’alba e nel fragore della tempesta. De Rosa esalta giustamente questa furia elementale in un modo che rimanda a The Tempest di Shakespeare – d’altronde lo stesso Verdi amava Shakespeare e se lo sentiva evidentemente affine, considerati tutti i drammi che ha trasposto in musica – e non stona con i costumi moderni, forse che rimandano agli anni Quaranta, di Alessandro Lai.

1174_Attila_al centro Maria José Siri (Odabella)_ph Roberto Ricci

Durante i festeggiamenti per la tregua, Odabella seduce Attila. Tra poco lo avvertirà del complotto.

Nel comporre l’Attila Giuseppe Verdi sapeva di poter fare affidamento su quattro interpreti validi, che lui già conosceva, perché ci aveva già lavorato, e quindi confezionò per loro romanze e caballette ritmate, ricche di sfumature, per le quali occorre talento, forza espressiva ed esperienza. Nessuna di queste doti manca a Michele Pertusi – un Attila veramente di tuono e tempesta, bravissimo! -, Maria Josè Siri – Odabella, appena un po’ parca di energie all’inizio – e Vladimir Stoyanov (Ezio), mentre il solo tenore Francesco Demuro (Foresto) è parso un po’ sperduto sul palco.

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Diciamo pure che Foresto è un personaggio un po’ infelice; non è il classico tenore eroico, non risolve la situazione né con il sacrificio né con la prestanza in battaglia, anzi, possiamo ben dire che quella che porta i pantaloni, in casa, è Odabella. Che figura femminile splendida che è Odabella, perché non se ne scrivono più di così simili a lei?

Tra un poderoso vento di tempesta, torce che brillano nella notte e città rase al suolo, le due ore di Attila scorrono senza quasi accorgersene, lasciando al pubblico una piacevole sensazione di leggerezza, e forse una pulce nell’orecchio: sia mai che il Verdi acerbo abbia ben più di qualcosina da dire?

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Letture del Mese

Questo settembre è stato meraviglioso, sia dal punto di vista dei nuovi progetti che delle letture, e ne sono decisamente soddisfatta! Vero è che non mi sono dedicata a letture particolarmente impegnative, ho fatto vincere il desiderio di rilassarmi con qualcosa di leggero e penso di aver fatto la cosa giusta: voi che cosa ne pensate?
Qui di seguito trovate la lista dei libri che ho letto nel mese scorso, provvisti del solito link per acquistarli tramite il mio codice di affiliazione Amazon, in modo che il sito di e-commerce mi corrisponda una piccola percentuale su ogni volume comprato. 😉

L’Allieva – Un segreto non è per sempre – Una lunga estate crudele, A. Gazzola. Acquistateli qui. Della serie dell’Allieva ho parlato in un post dedicato e non starò a ripetermi. Le avventure di Alice Allevi mi hanno fatto compagnia senza impegno durante le mie brevi pause pranzo e i dopocena che rischiavano di finire in noia, e tutto sommato non mi dispiace aver letto questi libri. Certo, da qui a desiderare di continuare a continuare la serie è un’altra cosa.

96 lezioni di felicità, M. Kondo. Acquistatelo qui. Ho continuato con il processo iniziato con il Magico Potere del Riordino e presto vi parlerò dei risultati in un post a parte. Devo dire che, anche se questo secondo libro della Kondo non dice nulla di diverso rispetto al primo, la sua lettura è stata interessante. Nonostante continuo a pensare che i livelli raggiunti dall’inventrice del metodo konmari siano preoccupanti, comincio a capire la cura e la passione di questa donna per il riordino, e anche la storia dei calzini che soffrono. Mi starò ammalando anch’io?

L’Ordine del Tempo, C. Rovelli. Acquistatelo qui, ma fatelo, perché questo piccolo saggio è meraviglioso. Come per quanto era successo in Sette Brevi Lezioni di Fisica, Rovelli mi ha coinvolta e trascinata nel suo mondo, che è molto meno freddo di quello che generalmente pensiamo. Non mi stancherò mai di dire che ci vuole del talento per spiegare in modo semplice e conciso un concetto che è tutt’altro, e Carlo Rovelli ci riesce meravigliosamente, fornendo spunti di approfondimento, una nutrita bibliografia e inserendo anche collegamenti con la letteratura, la poesia e la mitologia. Tutto questo parlando di un argomento che di per sé non può che affascinarci, perché il Generale Tempo sembra avere la meglio su ognuno di noi, no?

Hygge. La via danese della felicità, M. Wiking. Acquistatelo qui, se siete davvero interessati al tema. In questo periodo di grandi cambiamenti per me mi sto appassionando al lifestyle e sto recuperando tutto il materiale possibile, inclusi quei manuali che avevano fatto scalpore al momento della loro uscita. Hygge è uno di questi e si rifà al concetto danese di confortevolezza, dato dalle serate in casa, al lume di candela, con gli amici e il comfort food. Ecco, avete visto come, pur non essendo un drago, sono riuscita a sintetizzare il tutto in una frase? Non capisco perché Wiking ci abbia messo 288 pagine. Non fatevi ingannare da ciò che ho scritto, l’idea di fondo della Hygge mi è piaciuta molto, soprattutto per quanto riguarda l’arte del costruire ricordi, ma ho trovato che il tono della scrittura fosse eccessivamente autocompiaciuto, come un tentativo finito male di nascondere la propria superbia dietro un bel sorriso.

I Fucilieri di Sharpe, B. Cornwell. Acquistatelo qui. Quelli della saga di Richard Sharpe sono, credo, gli unici romanzi di Bernie che io non ho letto, perché all’epoca in cui ho preso ad apprezzare così tanto la scrittura di questo autore inglese si trattava di una serie molto lunga e dai volumi poco recuperabili. Lo scorso settembre, però, mi sono decisa e, trovando in biblioteca il primo volume, ho preso la palla al balzo! Mi sono presentata al signor Sharpe, ma confesso che non sono rimasta enormemente entusiasta di lui come personaggio. La narrazione fluida e le mirabili descrizioni di battaglie e combattimenti, schieramenti e strategie c’è, ma manca quel quid che mi portava a partecipare delle sorti dei personaggi, ecco.

Con la prima avventura di Richard Sharpe si sono concluse le mie letture settembrine! Al momento sul mio comodino ci sono un giallo e una raccolta di racconti, di cui vi parlerò prestissimo! Voi invece che cosa avete letto per consolarvi dal trauma di rientro al lavoro? Fatemelo sapere nei commenti!

La Cornovaglia di Artù & Co. – Grandi Re e Tavole Rotonde

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Nell’ultimo giorno di questo meraviglioso viaggio non ho macinato molti chilometri, anzi, quasi per nulla, ma posso ben dire di aver visitato la corte di almeno due grandi re, e questo dovrà pur contare qualcosa. 😉

Ho visitato Winchester, città che mi aveva fornito alloggio per la notte in quella casa vittoriana trasformata in albergo di cui vi avevo parlato nel post precedente.

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La città sorge sul fiume Itchen, nell’Hampshire, e dista circa un centinaio di chilometri da Londra.

L’area attorno a Winchester è abitata fin dall’Età del Ferro, ma il luogo comincia ad assumere i connotati di centro abitato quando i soliti romani lo trasformano nell’accampamento di Venta Belgarium (Venta dei Belgi). Gli amanti del pluricitato ciclo del Romanzo di Excalibur di Bernard Cornwell riconosceranno questo nome, giacché si tratta proprio della capitale del regno dei Belgi di quella serpe di Lancillotto, con la sua Guardia Sassone e il palco di corna di Artù.

the_last_kingdom_alfred_1Dopo un breve periodo di dominazione celtica a seguito di quella romana Winchester diventa una città sassone, nientemeno che la capitale del regno di Wessex di re Alfredo il Grande, la cui statua domina ancora il centro cittadino, sia mai che qualche Vichingo ci passi troppo vicino… Alfredo il Grande, qui di fianco nella rappresentazione della serie tv The Last Kingdom, guarda caso tratta da una serie di romanzi del mio amico Bernie, fu re di Wessex dall’871 all’899 d.C. e difese il suo regno contro l’invasione danese, guadagnandosi l’appellativo di “grande” (l’unico tra i sovrani inglesi!) e la venerazione della chiesa cattolica come santo e di quella anglicana e ortodossa come “grande uomo di Dio”. Uomo dotto e raffinato, in periodo di pace migliorò il codice legislativo inglese (è anche conosciuto come il Giustiniano inglese, in effetti), incoraggiò l’istruzione e fece tradurre i primi documenti religiosi e di Stato dal latino all’inglese antico. La prima flotta navale inglese, infine, fu costruita per suo ordine: mica male per uno che, con tre fratelli maggiori, non sarebbe dovuto diventare re, vero?

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Questo splendore bianco è la Winchester cathedral, dedicata alla Trinità, ai santi Pietro e Paolo e a San Swithun, un antico santo dell’alto Medioevo.

La bellissima cattedrale di Winchester è una delle più lunghe d’Europa e tra le più antiche del Regno Unito, dato che la sua fondazione risale al 642 d.C. L’edificio che potete vedere oggi, però, fu iniziato solo nel 1079 in stile romanico inglese e consacrato nel 1093; successivamente l’edificio fu convertito allo stile gotico. L’esterno della chiesa, che è famosa anche per essere stato il luogo d’incoronazione dei sovrani inglesi per tutto il Medioevo e oltre, è indubbiamente bellissimo, ma gli interni mi hanno colpito di più.

winchester-cathedral-4462Sarà che mentre mi aggiravo tra le colonne della cattedrale, sotto quelle bellissime volte decorate, l’organista si stava esercitando, sarà che la luce di quel mattino di giugno era più magica del solito, ma quella di Winchester è la chiesa che più mi è piaciuta tra quelle che ho visitato in Cornovaglia. Nonostante non sia slanciato come quella di Salisbury o imponente come quella di Wells, questo edificio ha un’anima che mi è rimasta più impressa. Oltre al già citato soffitto, altri elementi degni di nota sono il coro del 1308 – uno dei più antichi d’Inghilterra, splendidamente decorato – la cripta con le reliquie dei santi e la grande vetrata Ovest, anche questa, tanto per cambiare, andata in frantumi durante la guerra civile inglese e riparata dai cittadini stessi.

jane-austen-ledger-stone-250x375Accanto alle reliquie dei santi ci sono numerose tumulazioni di personaggi noti, tra le quali spicca l’amata Jane Austen, che è deceduta in una casa poco distante dalla cattedrale nel 1817. Non c’è niente di particolare nella lastra che segna il luogo di sepoltura di una delle più famose scrittrici inglesi nel mondo, ma, se avete amato anche solo uno dei suoi libri (e chi non ne ha adorato almeno uno?!), non potrete fare a meno di soffermarvi accanto a quel mezzo metro di granito grigio e commuovervi un poco, organo che suona o meno.

Winchester è, dulcis in fundo, famosa anche per la sua identificazione con Camelot, la capitale del regno di Artù, da parte di Sir Thomas Malory, nientemeno. In Le Morte Darthur è chiaramente indicato che la corte di Artù aveva sede nel castello di Winchester, “che a quel tempo aveva nome di Camelot”. Ebbene, a Winchester esiste un castello, fondato però nel 1067 da Guglielmo il Conquistatore e residenza reale fino alla fine della dinastia dei Tudor, ovvero fino alla morte di Elisabetta I, e quel castello ospita una tavola rotonda.

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Questa è la Great Hall, la sala grande, annessa al castello attorno al 1220 per volere di Enrico III e unica parte originale dell’edificio ancora in piedi. La Tavola Rotonda è appesa al soffitto e, come noterete, ha proporzioni notevoli.

Quel grande cerchio di legno massiccio è in realtà un falso risalente al XIII secolo e la sua decorazione, con i nomi di tutti i cavalieri di Artù e la rosa dei Tudor, fu fatta dipingere nel 1522 da Enrico VIII. Il buon Enrico era un fan di re Artù e compagnia e teneva moltissimo a essere considerato il suo ultimo discendente, motivo per cui il ritratto del sovrano leggendario che vedete sulla tavola ha le sue fattezze. Come è accaduto per altri falsi storici, anche la Tavola Rotonda di Winchester fa la sua figura come monumento alla memoria arturiana, forse perché Artù e i suoi cavalieri sono di quei personaggi tanto radicati nella nostra cultura, che è difficile considerarli solo finzione. Oppure siamo noi, che non siamo capaci di rinunciare completamente alla magia nelle nostre vite. Perché dovremmo, poi?

Con la Tavola Rotonda che pendeva imponente sopra la mia testa si è concluso il mio viaggio nella terra incantata di re Artù e dei suoi amici. Nel pomeriggio dello stesso giorno sono infatti tornata nella più prosaica Londra – che era deserta, perché l’Inghilterra giocava ai mondiali… e quella sera ha anche perso: non vi dico il divertimento di girare per le strade – e il giorno dopo avevo preso posto in aereo e volavo verso la mia amata Milano. Sognavo questo viaggio in Cornovaglia da anni e non sono rimasta delusa: alcuni dei luoghi che ho visitato rimarranno per sempre nella mia memoria, credo, e forse avrò modo di vederli ancora. Il futuro, d’altronde, è imprevedibile, no?

La Cornovaglia di Artù & Co. – Spiritualità, Gialli ed Eroi in Calzamaglia

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Mi scuso con Hornblower, ma confesso che non ho provato un dispiacere inconsolabile nel lasciare Plymouth per l’ultima volta, tanto più che la prima fermata della mia quinta tappa di viaggio era Exeter, ad appena una sessantina di chilometri di viaggio, nel Devon.

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La città sorge sul fiume Exe e i Romani la conoscevano come Isca Belgarium, ovvero Isca nel regno dei Belgi. Era il forte romano più a ovest in Britannia.

Exeter è di base un insediamento romano costruito nel 55 d.C. e famoso per essere stato sede della celeberrima Seconda Legione Augusta. Dopo la ritirata romana la città fu brevemente capitale di un regno celtico (e questa è la Isca descritta nei romanzi di Bernard Cornwell come capitale del Regno dei Belgi di Lancillotto) per poi passare sotto il dominio sassone. Nell’876 d.C. fu conquistata dai Danesi, che però furono scacciati da Alfredo il Grande di Wessex, proprio come racconta il mio amico Bernie in un’altra sua famosa saga, quella dei Re Sassoni, che è recentemente diventata una bella serie tv dal titolo The Last Kingdom.

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Protagonista della storia è Utred, guerriero di nobili origini sassoni cresciuto dai danesi e che per questo motivo fatica a inserirsi nel contesto iper cristiano del regno di Alfredo il Grande, che lui peraltro si vede costretto a servire. Se non avete mai letto questi romanzi o non avete mai visto la serie tv, fatevi un regalo e iniziateli adesso! Se invece li conoscete, voglio sapere che cosa ne pensate nei commenti!!

England_Exeter_Cathedral-vIn periodo medievale Exeter diventa un centro religioso di grande importanza grazie alla sua bella cattedrale, che fu fondata nel 1050 e completata attorno al 1400. L’edificio, dedicato a St. Peter, fu costruito in stile romanico inglese (che qualcuno chiama anche “normanno”) per poi essere convertito al gotico per volere del vescovo Bronescombe a partire dal 1258. Dall’esterno la pesantezza di tutti i blocchi di pietra che la costituiscono si vede e si coglie al primo colpo d’occhio nonostante la ragguardevole ampiezza delle vetrate, ma l’interno è tutta un’altra storia. La volta di pietra della navata centrale sarà il primo elemento a conquistarvi (è di 96 m, la più lunga del mondo) con i suoi costoni che si diramano dalla cime delle colonne e s’intrecciano per sostenere il pesi del soffitto, delle torri e del massiccio campanile, fino alla grande vetrata orientale, che inonda tutta la chiesa di luce colorata. Ricordatevi, però, di non trascorrere tutto il tempo della visita con gli occhi verso il soffitto, perché, oltre a rischiare un torcicollo fulminante, perdereste le cappelle finemente decorate, il bellissimo coro e il seggio ligneo del vescovo, che risale al XIV secolo.
Come molti edifici inglesi, anche la cattedrale di Exeter ha avuto un’esistenza burrascosa. Durante la Guerra Civile Inglese (1642 – 1651), ad esempio, fu parzialmente distrutta e ricostruita, mentre durante i bombardamenti tedeschi del 1942 le vetrate della cappella di St. James esplosero in mille pezzi. Come il suo popolo, però, St. Peter ha dimostrato una compassata tenacia ed è tornata più bella di prima dopo ogni attacco.

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Salisbury sorge sulla confluenza tra i fiumi Avon, Nadder, Ebble, Wylye e Boume e dista una cinquantina di chilometri da Bath e poco più di dieci da Stonehenge.

Dopo un pranzo più che frugale a bordo del pullman, sono arrivata alla piccola Salisbury e alla sua bella cattedrale. Il nome “Salisbury” deriva da quello romano/celtico di Sorviodunum, che però si riferisce alla fortezza di Old Sarum, il primo insediamento del luogo che risulta popolato fin dal Neolitico. La prima cattedrale di Salisbury fu costruita lì nel 1055 per volere di St. Osmund, mentre la nuova chiesa fu eretta tra il 1221 e il 1258, dopo la fondazione dell’odierna città.

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Eccola qui, la cattedrale. Questo grazioso edificio è dedicato alla Virgin Mary e appare sorgere dal nulla, perché è circondato da una cinta muraria di tutto rispetto, costruita con le pietre delle vecchia cattedrale.

La cattedrale della Vergine Maria è conosciuta per la sua eleganza (si sviluppa in lunghezza e in altezza, più che in ampiezza, e questo le conferisce una certa longilineità) e per la sua guglia, che con 123 metri è la più alta del Regno Unito. Appartiene allo stile gotico e i suoi chiostri sono talmente ampi che ci hanno messo un piccolo bistrot con i tavolini e un negozio di souvenir. L’effetto è, se volete una mia modesta opinione, un po’ troppo commerciale, ma trascurabile una volta entrati nella cattedrale vera e propria, che probabilmente è la struttura più elegante che ho visto in tutto il mio viaggio in Cornovaglia.

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Parte dei chiostri della cattedrale, che è anche nota per essere una delle due che hanno ispirato Ken Follet per I Pilastri della Terra.

Nonostante il visitatore abbia quasi l’impressione di trovarsi in un ambiente piccolo, la Virgin Mary Cathedral è tutto il contrario e si dirama in una fitta rete di cappelle e sale, tra le quali quella in cui è custodita una copia della Magna Charta (1215).

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Eh, sì. Stiamo parlando del periodo in cui è ambientata la storia del ladro che rubava ai ricchi per dare ai poveri, Robin Hood. La gif qui sopra è tratta da Robin Hood il Principe dei Ladri (1992), con Kevin Costner, Alan Rickman e un cammeo di Sean Connery. ❤

La storia di Giovanni Senza Terra e dei Baroni del Nord ha radici in questo luogo, che è stato il contado di William Longespèe (1176 – 1226) e ora è il luogo del suo eterno riposo.

Chi era questo William Longespèe, mi chiederete. Ebbene, figlio illegittimo, ma riconosciuto, di re Enrico II,  era fratellastro di Riccardo Cuor di Leone e di Giovanni Senza Terra, nonché consigliere di quest’ultimo proprio durante la rivolta dei Baroni del Nord, che sfociò nella firma del documento di cui sopra. Il conte di Salisbury era un eroe di guerra e un uomo molto amato dal popolo e morì in tempi sospetti poco dopo la firma della Magna Charta, tuttavia nessuno, per quel che ne sappiamo, avanzò ipotesi a riguardo fino alla fine del Settecento, quando la sua tomba fu aperta e il suo cadavere fu rinvenuto eccezionalmente ben conservato: un chiaro segno da avvelenamento da arsenico. La prova assoluta di ciò si ebbe qualche tempo dopo, esaminando il cadavere di un ratto trovato nel sepolcro accanto al conte e che presumibilmente si era nutrito delle sue carni. Possiamo immaginare che il colpevole di questo cold case fosse un uomo evidentemente in contrasto con Longespèe, che poteva vederlo come una minaccia ai suoi averi e alla sua posizione. Solo a me viene in mente qualcuno?

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Fuori dalla bella Salisbury Cathedral e dall’imponenza delle mura che la circondano (quando uno è asociale, eh?) era tempo di dedicarsi a un luogo religioso un po’ diverso dalle cattedrali cristiane.

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Stonehenge non mi è nuova, come forse ricorderete (qui), ma girarci attorno mi ha impressionata comunque e forse mi sono goduta questa seconda visita più della prima, se non altro perché non ho diviso il mio tempo tra le rovine e il museo e la mia attenzione tra la maestosità primitiva dei megaliti con le nozioni dell’audioguida. Nemmeno questa volta ho incontrato i druidi, purtroppo, così ho dovuto accontentarmi e immaginare Nimue correre attorno alle pietre del Grande Cerchio per toccare la loro magia.

Con la stanchezza addosso e l’avanzare della sera (che in quei luoghi si attesta attorno alle sei del pomeriggio) ho piantato la mia bandierina a Winchester, dove ho alloggiato in un hotel senza ascensore (da autentica casa vittoriana convertita, non ce l’ha. Le scale con la valigia non sono divertenti), ma in compenso con un giardino magnifico e un cuoco che sa fare il suo mestiere. Dopo giorni di escursioni, camminate e pasti frugali accontentarsi delle piccole cose diventa un’arte. 😉

Dieci Giorni Con L’Allieva

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Dieci giorni con l'Allieva

La qui scrivente Strega non disdegna la lettura di un bel romanzo giallo, anche quando non possiede le tinte cupe della tradizione nordica, ma l’idea di approcciarmi a una serie di romanzi come quella dell’Allieva, che mescola il giallo alla commedia romantica, non mi è venuta spontanea. Il motivo principale risiede probabilmente in un certo scetticismo che, ahimè, mi pervade innanzi ai bestseller e ai nuovi autori italiani, che si unisce al fatto che la commedia romantica di cui sopra non è eufemisticamente tra i miei generi letterari preferiti. Tutto quel ti odio, poi ti amo, poi ti odio e poi ti amo mi annoia un po’ e in tutta onestà preferisco farlo cantare a Mina & Co.

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Non è adorabile questo completino?

Che cosa, dunque, ha spinto questa Strega poco romantica a prendere in mano i romanzi che sono l’oggetto di questo post? Ebbene, la verità è che sono sì povera di smancerie, ma ho una certa passione per vestiti, borse, scarpe, accessori e compagnia bella, e la trasposizione RAI dei primi tre volumi della serie vedeva un’Alessia Mastronardi dall’opinabile performance recitativa, ma vestita con completini adorabili, freschi e colorati.  Insomma, lo confesso: ho cercato il primo libro di Alessia Gazzola in biblioteca per una fiction vista sulla RAI (c’è sempre una prima volta, via!) e solo dopo ho pensato che sarebbe stato materiale interessante per un post.

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Eccola, Alessia Gazzola. Notasi la somiglianza con la sua Alice.

Secondo wikipedia, Alessia Gazzola è un medico legale e una scrittrice nata a Messina nel 1982, che ha scritto il suo primo romanzo, L’Allieva, come mero sfogo della frustrazione causata dalla dura vita di tirocinante di medicina legale. Il libro, che non era inteso per venire alla luce, è stato pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Longanesi ed è diventato un caso editoriale per il suo successo immediato. Fino ad adesso sono usciti quattro sequel e un prequel del romanzo d’esordio, trasformando L’Allieva in una vera e propria serie, che potrebbe a lungo cavalcando anche l’onda della serie televisiva che la RAI ha prodotto con un certo successo (la prima stagione è uscita nell’autunno del 2016, la seconda inizierà il 25 ottobre di quest’anno: giovani specializzandi crescono e guadagnano).

La trama che corre lungo tutti i libri è piuttosto semplice. Alice Allevi è una specializzanda in medicina legale, a Roma, e conduce la vita caotica di chi lavora molto ed è sottoposto a notevoli pressioni, cui aggiunge una personale goffaggine, la passione per i gialli e una vita sentimentale divisa tra cotte del momento e l’amore per due soggetti che non potrebbero essere più diversi.

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Tali baldi gentiluomini sono Claudio Conforti, medico legale e diretto superiore di Alice (bello, scostante, grande donnaiolo e il resto degli aggettivi di rito lo lascio inserire a voi) e Arthur Malcomess, il figlio del capo dell’Istituto di Medicina Legale, che fa il corrispondente estero in zone di guerra (riprendete gli aggettivi di prima, togliete scostante e inserite “animato da forti ideali”)

Le caratteristiche fondamentali – una protagonista giovane, carina anche se non lo pensa, goffa e insicura invischiata in un triangolo amoroso con due uomini ovviamente belli, ovviamente affascinanti, ovviamente interessati a lei – classificano subito L’Allieva tra gli Young Adult (ricordate? Ne abbiamo parlato qui), ma questo non è necessariamente un male.

Il grande pregio dei romanzi della Gazzola mi sembra essere l’estrema scorrevolezza. La narrazione – aiutata dalla banalità di trama e turning point – procede leggera e senza intoppi, tanto che in una decina di giorni sono riuscita a leggere un numero di volumi sufficiente per preparare questo post, senza ammazzarmi di lettura né dedicare a ciascun libro più di un paio di giorni. Il linguaggio è semplice, l’ironia e inesistente, ma le piccole disavventure di Alice strappano comunque qualche sorriso, anche a chi si aspettava una maggiore componente giallistica, che comunque è presente ancorché quasi sempre scontata.

I personaggi non sono originali, ma a loro modo ben caratterizzati e ottimi per inserirsi in una vicenda che, se lo dico un’altra volta vinco una bambolina premio, fa parte dei cliché. Non mi sono affezionata a nessuno di loro, anzi, ammetto di trovare Alice Allevi particolarmente odiosa, di professione indecisa, piuttosto che medico legale; l’insicurezza che la definisce fa il paio con una perenne indecisione in ogni campo della sua vita e un senso della priorità che apparterrebbe più a un’adolescente che a un’adulta, ma non posso negare che la ragazza rappresenti una bella fetta di trentenni (o quasi trentenni) odierne. Immaturità, insicurezza, aspettative sentimentali tratte da film e telefilm condite con una poco realistica conclusione degli eventi e un tocchetto di spirito fashionista: non è difficile capire perché le avventure dell’Allieva abbiano avuto così tanto successo, più complicato è, invece, dire che tra dieci anni tutti si ricorderanno di Alice & Co. Da parte mia, non sento la mancanza né il bisogno di leggere i rimanenti volumi della serie, anche se, avendoli sottomano, li considererei un buon modo per trascorrere un pomeriggio sul divano del Covo.

Voi che cosa ne pensate? Avete letto almeno uno dei libri di Alessia Gazzola?
Fatemelo sapere nei commenti!