Letture Ottobrine

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Letture del Mese

Ottobre è uno dei miei mesi preferiti in ogni caso, ma, quando riesco a leggere così tante pagine come quest’anno, lo è ancora di più. Non c’è niente di meglio che passare le prime ore d’autunno con una bella tisana in mano e un gatto che ti ronfa di fianco, mentre si legge un buon libro! Certo, quest’anno il clima d’ottobre assomigliava un po’ a quello di maggio, a massimo a quello di aprile, ma non spacchiamo il capello in quattro: il gatto c’era, i libri anche, e anche la tisana. La temperatura e la nebbia sono arrivate solo oggi, almeno a Milano.

Qui di seguito trovate l’elenco dei libri che ho letto nel mese che si è concluso con la notte delle zucche, corredati del solito link che vi rimanda ad Amazon, dove potete acquistare una copia del volume prescelto tramite il mio codice di affiliazione. Per voi non cambia nulla, ma per una Strega mezza spiantata come me la piccola percentuale che il sig. Amazon mi corrisponde cavandosela dai suoi risparmi è golosissima! Bando alle ciance e cominciamo.

Incantesimi nelle vie della memoria, G. Gallato. Questa raccolta di racconti segna l’inizio della mia collaborazione con Caravaggio Editore, casa editrice indipendente che è nata nel 2007 e pubblica opere inedite o poco considerate in Italia di saggistica e narrativa. Come ormai sapete, i racconti brevi sono uno dei miei formati preferiti e sono quindi stata contentissima di poter leggere e recensire Incantesimi nelle vie della memoria, che ha tema onirico/fantascientifico. Il problema che ho riscontrato è che le storie della raccolta sono poco eterogenee (insomma, se non ti piace il contesto, sei finito o quasi) e anche i personaggi si assomigliano tutti, almeno fisicamente. Sembra che i racconti siano davvero sogni, tutti originati dalla stessa persona e tutti che nascondono, se così si può dire, un unico significato.

Mucho Mojo Club: Lavoro Sporco, AAVV. Io voglio tanto bene ai ragazzi di Casa Sirio, che non solo sono stati tanto gentili da inviarmi una copia del secondo volume della raccolta che mi era piaciuta tanto (vi ricordate?), ma mi hanno proprio avvisato della sua uscita. Grazie, ragazzi, grazie! Le storie di Lavoro Sporco sono meno uniformi rispetto a quelle del primo volume, ma ugualmente belle. Tra le mie preferite ci sono Frankie, Dracula e il lupo Mannaro, di W. Meikle, che in effetti ho riletto proprio ieri sera, perché Hallowe’en va festeggiato degnamente, Gallina Vecchia di A.N. Smith, perché è decisamente anticonvenzionale, e ovviamente La Donna del Mistero, di J. Deaver. Un racconto breve, thriller e ambientato a Milano: praticamente l’hanno scritto per me!

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Nella foto, i ragazzi di Casa Sirio che bussano alla porta del Covo Stregonesco per tentarmi.

Il Cerchio Rosso, E. Wallace. Un giallo con un’edizione bellissima regalatomi da Jess di Pennylane On The Tube (a proposito, avete visto il suo ultimo video?) e pubblicato per la prima volta nel 1922. Sono stata conquistata dalla scorrevolezza della narrazione, perché veramente quelle pagine si bevono una dopo l’altra, anche se la trama non è intricatissima e la rivelazione finale non è proprio un colpo di scena, o almeno non lo è stato per me. Il Cerchio Rosso del titolo è il nome di un’associazione criminale e segreta, che lavora vergando una specie di patto con il demonio con vari membri della società, che ottengono grosse somme di denaro in cambio di “favori” che faranno all’associazione stessa. Gli ordini e le comunicazioni dal Cerchio Rosso ai suoi membri arrivano tramite biglietti e cartoncini contrassegnati, appunto, con un cerchio tracciato a inchiostro rosso e la pena per chi non li esegue è severa quanto dolorosa… Ho trovato pregevole il personaggio dell’investigatore geniale Yale, che ha risvolti fuori dai canoni tipici del personaggio alla Sherlock Holmes, e quello della giovane Thalia, che avrebbe meritato più spazio di quello che comunque ha. Evviva i personaggi femminili tridimensionali!

Elmet, F. Mozley. Questo volume mi è stato inviato da Fazi Editore e io ne ho provato curiosità innanzitutto per il titolo, che rimanda ai regni celtici del V secolo d.C. (avrete notato che sono una mia mania ^^’). In realtà questo romanzo d’esordio di una scrittrice che studia storia medievale a York e ha la mia età non ha nulla a che vedere con il periodo dei regni celtici in Inghilterra e racconta, invece, uno spaccato di vita di due fratelli adolescenti, Daniel e Cathy, che, abbandonati dalla madre, crescono con il padre in una casa in mezzo ai boschi della parte occidentale della contea dello Yorkshire (che nel medioevo era effettivamente il territorio dell’Elmet). John, il padre dei ragazzi, è un personaggio che vive fuori dalle regole comuni della società, contando sulla sua notevole forza fisica; un uomo violento, burbero, che però con i figli è protettivo e gentile e che desidera crescerli in modo che siano in grado di badare sempre a se stessi. Quello che questa famiglia sui generis vive è un vero e proprio idillio pastorale, finché non entra in gioco il signor Price, che vuole che John torni a lavorare per lui e per i suoi traffici. Non vi dico di più della trama, perché merita di essere seguita fino alla fine, anche se a volte il ritmo narrativo rallenta molto e per pagine sembra non stia succedendo nulla. Personalmente ho apprezzato molto l’atmosfera da vecchia favola che caratterizza tutto il narrato, anche nei momenti più crudi e violenti, che sfociano nel genere crime.

Cora, G. Sand. Letto nella traduzione di Ilaria Biondi per il progetto La Bottega dei Traduttori. Si tratta di un racconto breve molto interessante, di cui ho amato particolarmente l’ironia insita in tutta la vicenda e nelle descrizioni del protagonista maschile, Georges, che mi ha ricordato il Werther di Goethe (amo Goethe, ma Werther un po’ meno). La forbitezza della narrazione (propria di Georges, che narra la storia in prima persona) è ben mantenuta nella traduzione italiana, che mi sembra scorrere bene e senza intoppi. Se non avete mai letto nulla di questa scrittrice francese, Cora potrebbe essere un buon punto per un primo approccio, quindi segnatevelo. 😉

Con George Sand, letto la mattina del 31 ottobre appollaiata sulla cyclette durante il mio allenamento del mercoledì, si conclude la lista dei libri letti il mese scorso. Quanti racconti brevi! Credo che passerà un po’ di tempo prima che io abbia la possibilità di averne tra le grinfie così tanti e tutti assieme, ma non mettiamo mai limiti alla provvidenza. Voi che cosa avete letto a ottobre? Avete avuto il coraggio di cominciare a bere tè e tisane, o siete rimasti ai gelati e ai ghiaccioli?

Una passeggiata coi dinosauri – Dinosaur Invasion

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Mi sono sempre piaciuti i dinosauri, fin da quando ero bambina, e non credo ci fosse nulla di strano allora, ma a trent’anni suonati devo probabilmente prendere atto che, se vado ancora pazza per i rettiloni enormi che hanno dominato l’era Mesozoica, proprio normale non sono. D’altronde, i dinosauri non sono l’unico indizio che mi fanno pensare di essere, come direbbero gli inglese, peculiar. 😉

L’Era Mesozoica è il periodo compreso tra 250 e 65 milioni di anni fa, diviso in Giurassico, Triassico e Cretaceo. Questo significa che i dinosauri sono stati i padroni incontrastati del nostro pianeta per circa 185 milioni di anni: non male, no?

Quando una Strega che ha trascorso l’infanzia tra i reperti della sezione di paleontologia del glorioso Museo Civico di Storia Naturale di Milano viene invitata a partecipare a una mostra come Dinosaur Invasion, è chiaro che detta Strega prende armi e bagagli e ci va, anzi ci si catapulta. Possibilmente si fa anche accompagnare dalla stessa persona che pazientemente la portava anche al museo che sta nei Giardini Pubblici di Porta Venezia. ❤

La facciata neogotica del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, uno die più importanti musei naturalistici d’Europa, fondato nel 1838. Lo stile prescelto per il palazzo che ospita il museo prende ispirazione da quello londinese, mentre la pianta dell’edificio riproduce quella del Museo di Storia Naturale di Vienna. Per me questo posto sa di casa e ogni tanto ci torno. 

Raggiungere Dinosaur Invasion è piuttosto semplice, giacché la mostra è ospitata in una struttura mobile all’interno della Fabbrica del Vapore, in via Procaccini: ci arrivate con il tram 14, preso proprio di fronte al nuovo Starbucks, se partite dal centro, o con la nuova linea lilla, quella senza conducente, scendendo alla fermata di Cenisio. Il biglietto intero costa 13 € (io vi consiglio di preacquistarlo online) e vi permette la fruizione dell’intera mostra.

Già, ma cosa c’è da vedere a Dinosaur Invasion?
Il percorso espositivo comprende trenta modelli a grandezza naturale costruiti su indicazione dei paleontologi per riprodurre il più fedelmente possibile i giganti del Mesozoico finanche nei movimenti. Grazie alla tecnologia ANIMATRONICS, infatti, i modelli, che sono inseriti in un ambiente ricreato, muovono le zampe e la coda, aprono e chiudono occhi e mandibole e ruotano il capo, il tutto in modo plastico e realistico, con contorno di ruggiti, bramiti e altri rumori di sottofondo. 

Il T-rex della mostra: una bestiolina lunga 12 metri, capace di esercitare la pressione di di 6 tonnellate in un singolo morso. Agilissimo grazie alla sua coda, si stima che questo simpatico lucertolone pesasse sulle 7 tonnellate.

Fa un certo effetto guardare all’interno della bocca spalancata di un Tyrannosaurus Rex, strizzare gli occhi per scorgere, in alto, il muso di un brachiosauro o stare a guardare uno pteranodonte che sbatte le ali, e la possibilità di fare foto e girare video aggiunge divertimento e goliardia a tutta l’esperienza, ma confesso che Dinosaur Invasion non è proprio quello che mi aspettavo. 

Il percorso espositivo è divertente, ma poco interattivo rispetto all’immagine proposta nella pubblicità, che aveva tutto un altro piglio, bisogna dirlo. Forse si sarebbe potuto ovviare al problema piazzando un altro paio di postazioni per fare foto con il green screen, come quella che c’è all’ingresso, e utilizzando meglio lo spazio a disposizione. Invece di creare delle zone delimitate da cordoni in cui riprodurre gli ambienti e piazzare i dinosauri, trasformare l’intera struttura nella Terra durante il Mesozoico, permettendo ai visitatori di aggirarsi nell’ambiente invece che limitarsi ad ammirarlo, sarebbe stato una cosa pazzesca e gli stessi bellissimi modelli sarebbero stati godibili a 360°: lo meritano! Un’altra piccola pecca è l’illuminazione, che è senza dubbio insufficiente per notare, ad esempio i pochi cartelli esplicativi – dubito in effetti che i bambini presenti, il target principe della mostra, li abbiano più che notati.

Alla fine della mostra c’è un’area gioco dedicata all’edutainment, parolina insipida che indica la funzionalità didattica di alcuni tipi di intrattenimento. L’angolo per la ricerca dei fossili è una bella idea, ma è reso in modo un po’ troppo bambinesco, più adatto ai pargoletti sotto i 90 cm di altezza (che tra l’altro non pagano il biglietto), che a quelli un po’ più grandicelli che, soprattutto nel periodo storico in cui viviamo, si fanno impressionare molto meno facilmente. 

Insomma, l’impressione generale che Dinosaur Invasion mi ha lasciato è, a parte la nostalgia dell’infanzia e un rinnovato amore per i lucertoloni giurassici, di un ambiente un po’ spoglio. Un vorrei, ma non posso, e quindi mi accontento in una città come la Milano di oggi, che richiede di essere stupita. Peccato!

C’è qualcuno di voi che ama i dinosauri come me?
Siete andati a vedere la mostra o programmate di farci un salto? Fatemelo sapere nei commenti!

Attila, fuoco e fiamme – Festival verdi 2018

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L'_Attila_ di Verdi al Teatro Regio di Parma

Ero talmente piccola che non ricordo la prima volta che ho ascoltato un’aria di Giuseppe Verdi, ma le sue musiche sono sempre state presenti nella mia vita, avendo dei parenti melomani. Fino a quando non ho visto la mia prima opera, però, la grandezza di questo signore che a scuola associavano al re d’Italia non mi era ben chiara, non capivo il motivo di such a fuss, come direbbero gli inglesi. Poi ho superato il punto di non ritorno: sono diventata parte entusiasta della schiera dei zumpappà.

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zum pa pa, o zumpappà, che scriver si voglia, è il soprannome dato agli ammiratori di Verdi. Deriva da un ritmo spesso ripetuto nelle composizioni del Cigno di Busseto.

É dunque ovvio che io segua ogni anno e con un certo interesse il Festival Verdi, anche se da lontano. Negli ultimi due anni sono stata felicissima, però, di accettare il grazioso invito del Teatro Regio di Parma e seguire una delle quattro opere rappresentate nel corso della manifestazione. L’anno scorso è stato il caso di una bella Jerusalem, quest’anno, invece di Attila, uno dei drammi “giovanili” di Giuseppe Verdi, che non è spesso rappresentato e che io stessa non avevo mai ascoltato per interno né visto.

Il Nabucco del 1842 apre una decade in cui Giuseppe Verdi è particolarmente prolifico: in media compone un’opera all’anno, anche se lo fa imponendoselo, a volte controvoglia, per trarne profitto e raggiungere quella stabilità economica che ancora gli mancava. Non tutti i prodotti del periodo sono di successo, anzi il nostro Giuseppe riceve anche qualche batostella, comunque l’Ernani del 1844 è molto ben accolta e lo stesso impresario gli commissiona un nuovo lavoro per il Carnevale 1846 alla Fenice di Venezia. Il problema è che Verdi stava già lavorando ad almeno due opere e quindi non decide il tema della nuova commissione fino ai primi mesi del 1845, quando, sotto la dichiarata influenza di Madame de Stael, si fissa su una tragedia di Zacharias Werner, Attila re degli Unni.

0408_Attila_Riccardo Zanellato (Attila)_ph Roberto Ricci

Il basso Michele Pertusi nei panni di Attila, personaggio che da il nome dal dramma lirico in tre atti con libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave. La foto è di Roberto Ricci, come le altre di scena in questo post.

Attila va in scena nel marzo del 1846 ottenendo un discreto successo, che verrà presto messo in ombra dal Macbeth (1847) e poi dalle arcinote Rigoletto, Trovatore e Traviata (1851 e a seguire). É un Verdi acerbo, dicono, quello che compone la sequela di caballette di Attila, ma io personalmente apprezzo l’estremo senso teatrale di quest’opera, il suo ritmo e la sua energia. Mi piace che la storia sia pressoché scevra di morale – non ci sono eroi e antieroi, qui, sembra che una parte vinca sull’altra per mero caso – e che sia la passionalità che la anima a trionfare su tutto. Ma lasciate che vi illustri la storia di Attila.

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Siamo nel V secolo d.C., ad Aquileia, che gli Unni hanno appena invaso e devastato, uccidendo tutti i vinti per ordine di Attila, che entra in scena lodato da tutte le sue truppe, che gli offrono in dono una schiera di giovani donne italiche, catturate mentre combattevano eroicamente al fianco dei loro fratelli per salvare la loro patria. Tra di loro c’è Odabella, figlia del defunto signore di Aquileia, e Attila se ne invaghisce, mentre lei medita una crudele vendetta. Arriva Ezio, generale ed eroe di guerra romano, che propone ad Attila un patto terribile: lui lo aiuterà a distruggere l’impero d’Occidente e quello d’Oriente e in cambio Attila gli lascerà il dominio sulla penisola italica. L’unno rifiuta un simile patteggiamento ed Ezio se ne va, furioso, mentre, con un cambio di scena che descriveremmo filmico, i superstiti di Aquileia approdano a Rio Alto dopo una tremenda tempesta. A comandarli è Foresto, marito di Odabella, che l’ha saputa in mano al nemico e parte per salvarla per poi trovarla nell’accampamento degli Unni nei pressi di Roma e crederla amante di Attila stesso, finché Odabella non gli confida il suo piano. La giovane intende guadagnarsi la fiducia del barbaro e ucciderlo con le sue stesse mani, proprio come Giuditta fece con Oloferne, vendicando così la morte del padre e la caduta della città. Attila nel frattempo non sembra desideroso di entrare a Roma a causa di un sogno sconvolgente, in cui un vecchio lo tratteneva dai suoi scopi con parole imperiose, ed è terrorizzato quando incontra papa Leone, che gli si rivolge allo stesso modo e lo induce ad accettare la tregua proposta dall’imperatore Valentiniano.

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Di flaggellar l’incarco contro i mortali hai sol: t’arretra! Or chiudi il varco, questo dei Numi è il suol!, dice papa Leone ad Attila

Ai festeggiamenti per la tregua Ezio e Foresto complottano per uccidere Attila con una coppa avvelenata, ma Odabella, che vuole la vendetta per sé, avverte il condottiero barbaro, che, consumato dall’ira, decide di non dare più seguito a segni e visioni e marciare alla volta di Roma, non prima, però, di aver sposato la donna. Durante la notte di nozze si scoprono infine tutti gli altarini, e Odabella ottiene la sua vendetta sgozzando Attila di fronte allo stupore di Ezio e Foresto.

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Un’altra bellissima immagine di scena. Notate la cupezza e la drammaticità del tutto, la potenza della luce? Io trovo che sia tutto molto caravaggesco.

L’ultima volta che Attila è stato rappresentato al Teatro Regio di Parma risale a una ventina di anni fa e per questo ritorno Andrea De Rosa sceglie un allestimento nuovo, che esalta la cupezza dell’opera rispecchiandola negli scenari bui e nei colori tendenti al nero, con piccoli sprazzi di bianco che accecano lo spettatore tanto quanto il bellissimo gioco di luci a opera di Pasquale Mari. Il mondo in cui suona la musica di Verdi è popolato di spiriti e fantasmi e la sua natura è viva, fa sentire chiaramente la sua voce nell’irrompere glorioso dell’alba e nel fragore della tempesta. De Rosa esalta giustamente questa furia elementale in un modo che rimanda a The Tempest di Shakespeare – d’altronde lo stesso Verdi amava Shakespeare e se lo sentiva evidentemente affine, considerati tutti i drammi che ha trasposto in musica – e non stona con i costumi moderni, forse che rimandano agli anni Quaranta, di Alessandro Lai.

1174_Attila_al centro Maria José Siri (Odabella)_ph Roberto Ricci

Durante i festeggiamenti per la tregua, Odabella seduce Attila. Tra poco lo avvertirà del complotto.

Nel comporre l’Attila Giuseppe Verdi sapeva di poter fare affidamento su quattro interpreti validi, che lui già conosceva, perché ci aveva già lavorato, e quindi confezionò per loro romanze e caballette ritmate, ricche di sfumature, per le quali occorre talento, forza espressiva ed esperienza. Nessuna di queste doti manca a Michele Pertusi – un Attila veramente di tuono e tempesta, bravissimo! -, Maria Josè Siri – Odabella, appena un po’ parca di energie all’inizio – e Vladimir Stoyanov (Ezio), mentre il solo tenore Francesco Demuro (Foresto) è parso un po’ sperduto sul palco.

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Diciamo pure che Foresto è un personaggio un po’ infelice; non è il classico tenore eroico, non risolve la situazione né con il sacrificio né con la prestanza in battaglia, anzi, possiamo ben dire che quella che porta i pantaloni, in casa, è Odabella. Che figura femminile splendida che è Odabella, perché non se ne scrivono più di così simili a lei?

Tra un poderoso vento di tempesta, torce che brillano nella notte e città rase al suolo, le due ore di Attila scorrono senza quasi accorgersene, lasciando al pubblico una piacevole sensazione di leggerezza, e forse una pulce nell’orecchio: sia mai che il Verdi acerbo abbia ben più di qualcosina da dire?

Back to reading in september

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Letture del Mese

Questo settembre è stato meraviglioso, sia dal punto di vista dei nuovi progetti che delle letture, e ne sono decisamente soddisfatta! Vero è che non mi sono dedicata a letture particolarmente impegnative, ho fatto vincere il desiderio di rilassarmi con qualcosa di leggero e penso di aver fatto la cosa giusta: voi che cosa ne pensate?
Qui di seguito trovate la lista dei libri che ho letto nel mese scorso, provvisti del solito link per acquistarli tramite il mio codice di affiliazione Amazon, in modo che il sito di e-commerce mi corrisponda una piccola percentuale su ogni volume comprato. 😉

L’Allieva – Un segreto non è per sempre – Una lunga estate crudele, A. Gazzola. Acquistateli qui. Della serie dell’Allieva ho parlato in un post dedicato e non starò a ripetermi. Le avventure di Alice Allevi mi hanno fatto compagnia senza impegno durante le mie brevi pause pranzo e i dopocena che rischiavano di finire in noia, e tutto sommato non mi dispiace aver letto questi libri. Certo, da qui a desiderare di continuare a continuare la serie è un’altra cosa.

96 lezioni di felicità, M. Kondo. Acquistatelo qui. Ho continuato con il processo iniziato con il Magico Potere del Riordino e presto vi parlerò dei risultati in un post a parte. Devo dire che, anche se questo secondo libro della Kondo non dice nulla di diverso rispetto al primo, la sua lettura è stata interessante. Nonostante continuo a pensare che i livelli raggiunti dall’inventrice del metodo konmari siano preoccupanti, comincio a capire la cura e la passione di questa donna per il riordino, e anche la storia dei calzini che soffrono. Mi starò ammalando anch’io?

L’Ordine del Tempo, C. Rovelli. Acquistatelo qui, ma fatelo, perché questo piccolo saggio è meraviglioso. Come per quanto era successo in Sette Brevi Lezioni di Fisica, Rovelli mi ha coinvolta e trascinata nel suo mondo, che è molto meno freddo di quello che generalmente pensiamo. Non mi stancherò mai di dire che ci vuole del talento per spiegare in modo semplice e conciso un concetto che è tutt’altro, e Carlo Rovelli ci riesce meravigliosamente, fornendo spunti di approfondimento, una nutrita bibliografia e inserendo anche collegamenti con la letteratura, la poesia e la mitologia. Tutto questo parlando di un argomento che di per sé non può che affascinarci, perché il Generale Tempo sembra avere la meglio su ognuno di noi, no?

Hygge. La via danese della felicità, M. Wiking. Acquistatelo qui, se siete davvero interessati al tema. In questo periodo di grandi cambiamenti per me mi sto appassionando al lifestyle e sto recuperando tutto il materiale possibile, inclusi quei manuali che avevano fatto scalpore al momento della loro uscita. Hygge è uno di questi e si rifà al concetto danese di confortevolezza, dato dalle serate in casa, al lume di candela, con gli amici e il comfort food. Ecco, avete visto come, pur non essendo un drago, sono riuscita a sintetizzare il tutto in una frase? Non capisco perché Wiking ci abbia messo 288 pagine. Non fatevi ingannare da ciò che ho scritto, l’idea di fondo della Hygge mi è piaciuta molto, soprattutto per quanto riguarda l’arte del costruire ricordi, ma ho trovato che il tono della scrittura fosse eccessivamente autocompiaciuto, come un tentativo finito male di nascondere la propria superbia dietro un bel sorriso.

I Fucilieri di Sharpe, B. Cornwell. Acquistatelo qui. Quelli della saga di Richard Sharpe sono, credo, gli unici romanzi di Bernie che io non ho letto, perché all’epoca in cui ho preso ad apprezzare così tanto la scrittura di questo autore inglese si trattava di una serie molto lunga e dai volumi poco recuperabili. Lo scorso settembre, però, mi sono decisa e, trovando in biblioteca il primo volume, ho preso la palla al balzo! Mi sono presentata al signor Sharpe, ma confesso che non sono rimasta enormemente entusiasta di lui come personaggio. La narrazione fluida e le mirabili descrizioni di battaglie e combattimenti, schieramenti e strategie c’è, ma manca quel quid che mi portava a partecipare delle sorti dei personaggi, ecco.

Con la prima avventura di Richard Sharpe si sono concluse le mie letture settembrine! Al momento sul mio comodino ci sono un giallo e una raccolta di racconti, di cui vi parlerò prestissimo! Voi invece che cosa avete letto per consolarvi dal trauma di rientro al lavoro? Fatemelo sapere nei commenti!

La Cornovaglia di Artù & Co. – Grandi Re e Tavole Rotonde

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Nell’ultimo giorno di questo meraviglioso viaggio non ho macinato molti chilometri, anzi, quasi per nulla, ma posso ben dire di aver visitato la corte di almeno due grandi re, e questo dovrà pur contare qualcosa. 😉

Ho visitato Winchester, città che mi aveva fornito alloggio per la notte in quella casa vittoriana trasformata in albergo di cui vi avevo parlato nel post precedente.

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La città sorge sul fiume Itchen, nell’Hampshire, e dista circa un centinaio di chilometri da Londra.

L’area attorno a Winchester è abitata fin dall’Età del Ferro, ma il luogo comincia ad assumere i connotati di centro abitato quando i soliti romani lo trasformano nell’accampamento di Venta Belgarium (Venta dei Belgi). Gli amanti del pluricitato ciclo del Romanzo di Excalibur di Bernard Cornwell riconosceranno questo nome, giacché si tratta proprio della capitale del regno dei Belgi di quella serpe di Lancillotto, con la sua Guardia Sassone e il palco di corna di Artù.

the_last_kingdom_alfred_1Dopo un breve periodo di dominazione celtica a seguito di quella romana Winchester diventa una città sassone, nientemeno che la capitale del regno di Wessex di re Alfredo il Grande, la cui statua domina ancora il centro cittadino, sia mai che qualche Vichingo ci passi troppo vicino… Alfredo il Grande, qui di fianco nella rappresentazione della serie tv The Last Kingdom, guarda caso tratta da una serie di romanzi del mio amico Bernie, fu re di Wessex dall’871 all’899 d.C. e difese il suo regno contro l’invasione danese, guadagnandosi l’appellativo di “grande” (l’unico tra i sovrani inglesi!) e la venerazione della chiesa cattolica come santo e di quella anglicana e ortodossa come “grande uomo di Dio”. Uomo dotto e raffinato, in periodo di pace migliorò il codice legislativo inglese (è anche conosciuto come il Giustiniano inglese, in effetti), incoraggiò l’istruzione e fece tradurre i primi documenti religiosi e di Stato dal latino all’inglese antico. La prima flotta navale inglese, infine, fu costruita per suo ordine: mica male per uno che, con tre fratelli maggiori, non sarebbe dovuto diventare re, vero?

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Questo splendore bianco è la Winchester cathedral, dedicata alla Trinità, ai santi Pietro e Paolo e a San Swithun, un antico santo dell’alto Medioevo.

La bellissima cattedrale di Winchester è una delle più lunghe d’Europa e tra le più antiche del Regno Unito, dato che la sua fondazione risale al 642 d.C. L’edificio che potete vedere oggi, però, fu iniziato solo nel 1079 in stile romanico inglese e consacrato nel 1093; successivamente l’edificio fu convertito allo stile gotico. L’esterno della chiesa, che è famosa anche per essere stato il luogo d’incoronazione dei sovrani inglesi per tutto il Medioevo e oltre, è indubbiamente bellissimo, ma gli interni mi hanno colpito di più.

winchester-cathedral-4462Sarà che mentre mi aggiravo tra le colonne della cattedrale, sotto quelle bellissime volte decorate, l’organista si stava esercitando, sarà che la luce di quel mattino di giugno era più magica del solito, ma quella di Winchester è la chiesa che più mi è piaciuta tra quelle che ho visitato in Cornovaglia. Nonostante non sia slanciato come quella di Salisbury o imponente come quella di Wells, questo edificio ha un’anima che mi è rimasta più impressa. Oltre al già citato soffitto, altri elementi degni di nota sono il coro del 1308 – uno dei più antichi d’Inghilterra, splendidamente decorato – la cripta con le reliquie dei santi e la grande vetrata Ovest, anche questa, tanto per cambiare, andata in frantumi durante la guerra civile inglese e riparata dai cittadini stessi.

jane-austen-ledger-stone-250x375Accanto alle reliquie dei santi ci sono numerose tumulazioni di personaggi noti, tra le quali spicca l’amata Jane Austen, che è deceduta in una casa poco distante dalla cattedrale nel 1817. Non c’è niente di particolare nella lastra che segna il luogo di sepoltura di una delle più famose scrittrici inglesi nel mondo, ma, se avete amato anche solo uno dei suoi libri (e chi non ne ha adorato almeno uno?!), non potrete fare a meno di soffermarvi accanto a quel mezzo metro di granito grigio e commuovervi un poco, organo che suona o meno.

Winchester è, dulcis in fundo, famosa anche per la sua identificazione con Camelot, la capitale del regno di Artù, da parte di Sir Thomas Malory, nientemeno. In Le Morte Darthur è chiaramente indicato che la corte di Artù aveva sede nel castello di Winchester, “che a quel tempo aveva nome di Camelot”. Ebbene, a Winchester esiste un castello, fondato però nel 1067 da Guglielmo il Conquistatore e residenza reale fino alla fine della dinastia dei Tudor, ovvero fino alla morte di Elisabetta I, e quel castello ospita una tavola rotonda.

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Questa è la Great Hall, la sala grande, annessa al castello attorno al 1220 per volere di Enrico III e unica parte originale dell’edificio ancora in piedi. La Tavola Rotonda è appesa al soffitto e, come noterete, ha proporzioni notevoli.

Quel grande cerchio di legno massiccio è in realtà un falso risalente al XIII secolo e la sua decorazione, con i nomi di tutti i cavalieri di Artù e la rosa dei Tudor, fu fatta dipingere nel 1522 da Enrico VIII. Il buon Enrico era un fan di re Artù e compagnia e teneva moltissimo a essere considerato il suo ultimo discendente, motivo per cui il ritratto del sovrano leggendario che vedete sulla tavola ha le sue fattezze. Come è accaduto per altri falsi storici, anche la Tavola Rotonda di Winchester fa la sua figura come monumento alla memoria arturiana, forse perché Artù e i suoi cavalieri sono di quei personaggi tanto radicati nella nostra cultura, che è difficile considerarli solo finzione. Oppure siamo noi, che non siamo capaci di rinunciare completamente alla magia nelle nostre vite. Perché dovremmo, poi?

Con la Tavola Rotonda che pendeva imponente sopra la mia testa si è concluso il mio viaggio nella terra incantata di re Artù e dei suoi amici. Nel pomeriggio dello stesso giorno sono infatti tornata nella più prosaica Londra – che era deserta, perché l’Inghilterra giocava ai mondiali… e quella sera ha anche perso: non vi dico il divertimento di girare per le strade – e il giorno dopo avevo preso posto in aereo e volavo verso la mia amata Milano. Sognavo questo viaggio in Cornovaglia da anni e non sono rimasta delusa: alcuni dei luoghi che ho visitato rimarranno per sempre nella mia memoria, credo, e forse avrò modo di vederli ancora. Il futuro, d’altronde, è imprevedibile, no?

La Cornovaglia di Artù & Co. – Spiritualità, Gialli ed Eroi in Calzamaglia

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Mi scuso con Hornblower, ma confesso che non ho provato un dispiacere inconsolabile nel lasciare Plymouth per l’ultima volta, tanto più che la prima fermata della mia quinta tappa di viaggio era Exeter, ad appena una sessantina di chilometri di viaggio, nel Devon.

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La città sorge sul fiume Exe e i Romani la conoscevano come Isca Belgarium, ovvero Isca nel regno dei Belgi. Era il forte romano più a ovest in Britannia.

Exeter è di base un insediamento romano costruito nel 55 d.C. e famoso per essere stato sede della celeberrima Seconda Legione Augusta. Dopo la ritirata romana la città fu brevemente capitale di un regno celtico (e questa è la Isca descritta nei romanzi di Bernard Cornwell come capitale del Regno dei Belgi di Lancillotto) per poi passare sotto il dominio sassone. Nell’876 d.C. fu conquistata dai Danesi, che però furono scacciati da Alfredo il Grande di Wessex, proprio come racconta il mio amico Bernie in un’altra sua famosa saga, quella dei Re Sassoni, che è recentemente diventata una bella serie tv dal titolo The Last Kingdom.

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Protagonista della storia è Utred, guerriero di nobili origini sassoni cresciuto dai danesi e che per questo motivo fatica a inserirsi nel contesto iper cristiano del regno di Alfredo il Grande, che lui peraltro si vede costretto a servire. Se non avete mai letto questi romanzi o non avete mai visto la serie tv, fatevi un regalo e iniziateli adesso! Se invece li conoscete, voglio sapere che cosa ne pensate nei commenti!!

England_Exeter_Cathedral-vIn periodo medievale Exeter diventa un centro religioso di grande importanza grazie alla sua bella cattedrale, che fu fondata nel 1050 e completata attorno al 1400. L’edificio, dedicato a St. Peter, fu costruito in stile romanico inglese (che qualcuno chiama anche “normanno”) per poi essere convertito al gotico per volere del vescovo Bronescombe a partire dal 1258. Dall’esterno la pesantezza di tutti i blocchi di pietra che la costituiscono si vede e si coglie al primo colpo d’occhio nonostante la ragguardevole ampiezza delle vetrate, ma l’interno è tutta un’altra storia. La volta di pietra della navata centrale sarà il primo elemento a conquistarvi (è di 96 m, la più lunga del mondo) con i suoi costoni che si diramano dalla cime delle colonne e s’intrecciano per sostenere il pesi del soffitto, delle torri e del massiccio campanile, fino alla grande vetrata orientale, che inonda tutta la chiesa di luce colorata. Ricordatevi, però, di non trascorrere tutto il tempo della visita con gli occhi verso il soffitto, perché, oltre a rischiare un torcicollo fulminante, perdereste le cappelle finemente decorate, il bellissimo coro e il seggio ligneo del vescovo, che risale al XIV secolo.
Come molti edifici inglesi, anche la cattedrale di Exeter ha avuto un’esistenza burrascosa. Durante la Guerra Civile Inglese (1642 – 1651), ad esempio, fu parzialmente distrutta e ricostruita, mentre durante i bombardamenti tedeschi del 1942 le vetrate della cappella di St. James esplosero in mille pezzi. Come il suo popolo, però, St. Peter ha dimostrato una compassata tenacia ed è tornata più bella di prima dopo ogni attacco.

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Salisbury sorge sulla confluenza tra i fiumi Avon, Nadder, Ebble, Wylye e Boume e dista una cinquantina di chilometri da Bath e poco più di dieci da Stonehenge.

Dopo un pranzo più che frugale a bordo del pullman, sono arrivata alla piccola Salisbury e alla sua bella cattedrale. Il nome “Salisbury” deriva da quello romano/celtico di Sorviodunum, che però si riferisce alla fortezza di Old Sarum, il primo insediamento del luogo che risulta popolato fin dal Neolitico. La prima cattedrale di Salisbury fu costruita lì nel 1055 per volere di St. Osmund, mentre la nuova chiesa fu eretta tra il 1221 e il 1258, dopo la fondazione dell’odierna città.

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Eccola qui, la cattedrale. Questo grazioso edificio è dedicato alla Virgin Mary e appare sorgere dal nulla, perché è circondato da una cinta muraria di tutto rispetto, costruita con le pietre delle vecchia cattedrale.

La cattedrale della Vergine Maria è conosciuta per la sua eleganza (si sviluppa in lunghezza e in altezza, più che in ampiezza, e questo le conferisce una certa longilineità) e per la sua guglia, che con 123 metri è la più alta del Regno Unito. Appartiene allo stile gotico e i suoi chiostri sono talmente ampi che ci hanno messo un piccolo bistrot con i tavolini e un negozio di souvenir. L’effetto è, se volete una mia modesta opinione, un po’ troppo commerciale, ma trascurabile una volta entrati nella cattedrale vera e propria, che probabilmente è la struttura più elegante che ho visto in tutto il mio viaggio in Cornovaglia.

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Parte dei chiostri della cattedrale, che è anche nota per essere una delle due che hanno ispirato Ken Follet per I Pilastri della Terra.

Nonostante il visitatore abbia quasi l’impressione di trovarsi in un ambiente piccolo, la Virgin Mary Cathedral è tutto il contrario e si dirama in una fitta rete di cappelle e sale, tra le quali quella in cui è custodita una copia della Magna Charta (1215).

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Eh, sì. Stiamo parlando del periodo in cui è ambientata la storia del ladro che rubava ai ricchi per dare ai poveri, Robin Hood. La gif qui sopra è tratta da Robin Hood il Principe dei Ladri (1992), con Kevin Costner, Alan Rickman e un cammeo di Sean Connery. ❤

La storia di Giovanni Senza Terra e dei Baroni del Nord ha radici in questo luogo, che è stato il contado di William Longespèe (1176 – 1226) e ora è il luogo del suo eterno riposo.

Chi era questo William Longespèe, mi chiederete. Ebbene, figlio illegittimo, ma riconosciuto, di re Enrico II,  era fratellastro di Riccardo Cuor di Leone e di Giovanni Senza Terra, nonché consigliere di quest’ultimo proprio durante la rivolta dei Baroni del Nord, che sfociò nella firma del documento di cui sopra. Il conte di Salisbury era un eroe di guerra e un uomo molto amato dal popolo e morì in tempi sospetti poco dopo la firma della Magna Charta, tuttavia nessuno, per quel che ne sappiamo, avanzò ipotesi a riguardo fino alla fine del Settecento, quando la sua tomba fu aperta e il suo cadavere fu rinvenuto eccezionalmente ben conservato: un chiaro segno da avvelenamento da arsenico. La prova assoluta di ciò si ebbe qualche tempo dopo, esaminando il cadavere di un ratto trovato nel sepolcro accanto al conte e che presumibilmente si era nutrito delle sue carni. Possiamo immaginare che il colpevole di questo cold case fosse un uomo evidentemente in contrasto con Longespèe, che poteva vederlo come una minaccia ai suoi averi e alla sua posizione. Solo a me viene in mente qualcuno?

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Fuori dalla bella Salisbury Cathedral e dall’imponenza delle mura che la circondano (quando uno è asociale, eh?) era tempo di dedicarsi a un luogo religioso un po’ diverso dalle cattedrali cristiane.

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Stonehenge non mi è nuova, come forse ricorderete (qui), ma girarci attorno mi ha impressionata comunque e forse mi sono goduta questa seconda visita più della prima, se non altro perché non ho diviso il mio tempo tra le rovine e il museo e la mia attenzione tra la maestosità primitiva dei megaliti con le nozioni dell’audioguida. Nemmeno questa volta ho incontrato i druidi, purtroppo, così ho dovuto accontentarmi e immaginare Nimue correre attorno alle pietre del Grande Cerchio per toccare la loro magia.

Con la stanchezza addosso e l’avanzare della sera (che in quei luoghi si attesta attorno alle sei del pomeriggio) ho piantato la mia bandierina a Winchester, dove ho alloggiato in un hotel senza ascensore (da autentica casa vittoriana convertita, non ce l’ha. Le scale con la valigia non sono divertenti), ma in compenso con un giardino magnifico e un cuoco che sa fare il suo mestiere. Dopo giorni di escursioni, camminate e pasti frugali accontentarsi delle piccole cose diventa un’arte. 😉

Dieci Giorni Con L’Allieva

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Dieci giorni con l'Allieva

La qui scrivente Strega non disdegna la lettura di un bel romanzo giallo, anche quando non possiede le tinte cupe della tradizione nordica, ma l’idea di approcciarmi a una serie di romanzi come quella dell’Allieva, che mescola il giallo alla commedia romantica, non mi è venuta spontanea. Il motivo principale risiede probabilmente in un certo scetticismo che, ahimè, mi pervade innanzi ai bestseller e ai nuovi autori italiani, che si unisce al fatto che la commedia romantica di cui sopra non è eufemisticamente tra i miei generi letterari preferiti. Tutto quel ti odio, poi ti amo, poi ti odio e poi ti amo mi annoia un po’ e in tutta onestà preferisco farlo cantare a Mina & Co.

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Non è adorabile questo completino?

Che cosa, dunque, ha spinto questa Strega poco romantica a prendere in mano i romanzi che sono l’oggetto di questo post? Ebbene, la verità è che sono sì povera di smancerie, ma ho una certa passione per vestiti, borse, scarpe, accessori e compagnia bella, e la trasposizione RAI dei primi tre volumi della serie vedeva un’Alessia Mastronardi dall’opinabile performance recitativa, ma vestita con completini adorabili, freschi e colorati.  Insomma, lo confesso: ho cercato il primo libro di Alessia Gazzola in biblioteca per una fiction vista sulla RAI (c’è sempre una prima volta, via!) e solo dopo ho pensato che sarebbe stato materiale interessante per un post.

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Eccola, Alessia Gazzola. Notasi la somiglianza con la sua Alice.

Secondo wikipedia, Alessia Gazzola è un medico legale e una scrittrice nata a Messina nel 1982, che ha scritto il suo primo romanzo, L’Allieva, come mero sfogo della frustrazione causata dalla dura vita di tirocinante di medicina legale. Il libro, che non era inteso per venire alla luce, è stato pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Longanesi ed è diventato un caso editoriale per il suo successo immediato. Fino ad adesso sono usciti quattro sequel e un prequel del romanzo d’esordio, trasformando L’Allieva in una vera e propria serie, che potrebbe a lungo cavalcando anche l’onda della serie televisiva che la RAI ha prodotto con un certo successo (la prima stagione è uscita nell’autunno del 2016, la seconda inizierà il 25 ottobre di quest’anno: giovani specializzandi crescono e guadagnano).

La trama che corre lungo tutti i libri è piuttosto semplice. Alice Allevi è una specializzanda in medicina legale, a Roma, e conduce la vita caotica di chi lavora molto ed è sottoposto a notevoli pressioni, cui aggiunge una personale goffaggine, la passione per i gialli e una vita sentimentale divisa tra cotte del momento e l’amore per due soggetti che non potrebbero essere più diversi.

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Tali baldi gentiluomini sono Claudio Conforti, medico legale e diretto superiore di Alice (bello, scostante, grande donnaiolo e il resto degli aggettivi di rito lo lascio inserire a voi) e Arthur Malcomess, il figlio del capo dell’Istituto di Medicina Legale, che fa il corrispondente estero in zone di guerra (riprendete gli aggettivi di prima, togliete scostante e inserite “animato da forti ideali”)

Le caratteristiche fondamentali – una protagonista giovane, carina anche se non lo pensa, goffa e insicura invischiata in un triangolo amoroso con due uomini ovviamente belli, ovviamente affascinanti, ovviamente interessati a lei – classificano subito L’Allieva tra gli Young Adult (ricordate? Ne abbiamo parlato qui), ma questo non è necessariamente un male.

Il grande pregio dei romanzi della Gazzola mi sembra essere l’estrema scorrevolezza. La narrazione – aiutata dalla banalità di trama e turning point – procede leggera e senza intoppi, tanto che in una decina di giorni sono riuscita a leggere un numero di volumi sufficiente per preparare questo post, senza ammazzarmi di lettura né dedicare a ciascun libro più di un paio di giorni. Il linguaggio è semplice, l’ironia e inesistente, ma le piccole disavventure di Alice strappano comunque qualche sorriso, anche a chi si aspettava una maggiore componente giallistica, che comunque è presente ancorché quasi sempre scontata.

I personaggi non sono originali, ma a loro modo ben caratterizzati e ottimi per inserirsi in una vicenda che, se lo dico un’altra volta vinco una bambolina premio, fa parte dei cliché. Non mi sono affezionata a nessuno di loro, anzi, ammetto di trovare Alice Allevi particolarmente odiosa, di professione indecisa, piuttosto che medico legale; l’insicurezza che la definisce fa il paio con una perenne indecisione in ogni campo della sua vita e un senso della priorità che apparterrebbe più a un’adolescente che a un’adulta, ma non posso negare che la ragazza rappresenti una bella fetta di trentenni (o quasi trentenni) odierne. Immaturità, insicurezza, aspettative sentimentali tratte da film e telefilm condite con una poco realistica conclusione degli eventi e un tocchetto di spirito fashionista: non è difficile capire perché le avventure dell’Allieva abbiano avuto così tanto successo, più complicato è, invece, dire che tra dieci anni tutti si ricorderanno di Alice & Co. Da parte mia, non sento la mancanza né il bisogno di leggere i rimanenti volumi della serie, anche se, avendoli sottomano, li considererei un buon modo per trascorrere un pomeriggio sul divano del Covo.

Voi che cosa ne pensate? Avete letto almeno uno dei libri di Alessia Gazzola?
Fatemelo sapere nei commenti!

La Cornovaglia di Artù & Co. – Lyonesse, santi e giganti.

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Perdonatemi se vi ho fatto attendere un po’ per pubblicare questa tappa, ma all’attività rambica i clienti sono tornati più tosti che mai. Che Strega fortunata che sono.

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti, vi va?
Da Londra ho cominciato i lento viaggio verso ovest, toccando Oxford e Bath (qui), Wells, quella meraviglia assoluta di Glastonbury e Penzance (qui). Plymouth è diventata la sede delle mie notti stranamente afose, mentre la tappa prima di quella odierna mi ha portata a commuovermi davanti alla sterminata brughiera del Dartmoor e alla bellezza selvaggia di Tintagel (qui), ma sono arrivata solo alla metà del viaggio!

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Land’s End, una ripida scogliera di granito che guarda verso le isolette rocciose di Scilly, dell’arcipelago delle Stone Reef e delle Longships. Fa una certa impressione sostare lassù in cima, frustati dal vento freddo.

L’inizio della quarta tappa del mio tour della Cornovaglia ha visto l’ennesimo passaggio sul fiume Tamar e un percorso in pullman su stradine sterrate e a senso unico a una velocità che non vi sto a raccontare fino a Land’s End, il punto più a ovest dell’Inghilterra.

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Ross, non è che se cito le miniere devi comparire tu!

La scogliera è parte della penisola di Penwith, famosa per le sue miniere di stagno e rame, abitata fin dall’Età del Bronzo e luogo turistico da oltre tre secoli. Al di là del particolare stato d’animo con cui ve ne state lì, sul ciglio dell’oceano, a contemplare quella meravigliosa distesa blu, cercando di ignorare il parco a tema che è stato costruito un centinaio di metri alle vostre spalle, Land’s End è famosa  anche per essere luogo di arturiana memoria.

Secondo una tradizione che va indietro fino al regno di Elisabetta I, infatti, gli isolotti rocciosi che spuntano di fronte alla scogliera sarebbero tutto ciò che rimane di Lyonesse, una terra mitica affondata tra i flutti un po’ come Atlantide e patria del bel Tristano. La perduta terra compare in numerose opere letterarie: in Idyllis of the King il buon poeta Tennyson la identifica come il sito dell’ultima battaglia tra Artù e Mordred, Tomas Hardy e Sylvia Plath la nominano nelle loro poesie, per non parlare di Sunk Lyonesse di Walter de la Mare (1922) e della serie di Pendragon di Jack Vance. Parlando di libri e di leggende arturiane, non posso esimermi dal citare il solito Bernard Cornwell; nel Romanzo di Excalibur Lyonesse è nominata molte volte da personaggi diversi, tra i quali anche la druida Nimue, che fantastica di andarci con Derfel… che subito dopo prende l’ennesima tramvata sui denti da parte della maga irlandese.

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A Land’s End sono state girate anche alcune scene di Il Primo Cavaliere, film del ’95.

Goduto del vento e della magia di Land’s End, il viaggio proseguiva fino a St. Ives, una delle più importanti città della penisola di Penwyth, che prende il nome dalla leggenda che la vede punto di arrivo di San Ia di Cornovaglia dall’Irlanda. A piedi.
St. Ives è stata una cittadina di pescatori fino al 1877, quando la nuova ferrovia portò una schiera di turisti vittoriani che non vedevano l’ora di bearsi della bella spiaggia e prendere spunto dai dintorni per le loro opere di poesia e narrativa, come fece Virginia Woolf, che vi ambientò ben tre romanzi, incluso Gita al Faro (1927).

Poco distante da St. Ives c’è un altro luogo che non può lasciarvi indifferenti. Ci si arriva dalla città costiera di Marazion, nella Mount’s Bay, una lungua di granito lunga 68 chilometri e alta poco meno di 233 piedi sul canale della manica. Se arrivate quando la marea è bassa, potete fare la strada a piedi, percorrendo un lastricato vecchio di secoli, altrimenti non avete altra scelta che affidarvi alle barchette dei pescatori (2£ a tratta) per raggiungere l’affascinante St. Micheal’s Mount.

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Il nome celtico di St. Michael’s Mount è Karrek Loos Yn Koos, “roccia grigia nel bosco”, e si riferisce probabilmente al bosco che circondava l’isolotto evanescente, ora sommerso dai flutti.

St. Micheal’s Mount è, come forse saprete, il doppio del francese Mont Saint-Michel, e in effetti furono proprio i monaci benedettini provenienti dall’isola evanescente della Normandia a istituire il monastero, quando Edoardo il Confessore fece loro dono dell’isola nell’XI secolo. La concessione ai monaci francesi fu poi revocata da Enrico V nel 1424 (in occasione di una guerra contro la Francia: che novità!) e data alla badessa di Syon.

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L’Enrico V di Tom Hiddleston, splendida trasposizione del dramma shakespeariano, se avete modo di vederlo.

Francese o inglese che sia, St. Micheal’s Mount è meta di pellegrinaggio dal 1200 e casa della famiglia St. Aubyn dal 1650. Prima dei baronetti, tra le cui fila contiamo anche l’autore della serie dei romanzi di Patrick Melrose, l’isola sembra essere stata la casa dell’Arcangelo Michele, che secondo il Lycidas di John Milton vi siede un un magnifico trono dorato e veglia sull’Inghilterra tutta, e, ancora prima dell’avvento del cristianesimo, di un feroce gigante alto 18 piedi chiamato Cormoran.

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Lugo il percorso che, dalla base, vi porta fino in cima a St. Michael’s Mount potete vedere il pozzo in cui è stato imprigionato Cormoran e anche individuare i suoi resti tra le pietre del selciato. 

Questa forza della natura risiedeva tra i boschi di Karrek Loos Yn Koos e, per lasciare in pace gli abitanti dei dintorni, pretendeva il pagamento di un prezzo molto alto: il sacrificio di un giovinetto, figlio dei pastori dei dintorni. Tutti erano naturalmente atterriti dalla crudeltà (e dall’appetito) di Cormoran, finché il giovane Jack decise di ribellarsi. Si fece avanti come vittima sacrificale e grazie a uno stratagemma intrappolò il gigante in una stretto pozzo, dove gli mozzò la testa con un’ascia. Dalla storia di Jack, lo Sterminatore di Giganti deriva la più nota Jack e il Fagiolo Magico. 
Ora lasciamo da parte miti e leggende e torniamo all’esplorazione dell’isolotto evanescente. Le barchette dei pescatori vi lasciano su un porticciolo di pietra che termina con un arco, attraversato il quale vi troverete di fronte alla prima – e la più agibile – delle scalinate che vi porteranno fino sulla cima di St. Micael’s Mount, dove potrete entrare nel castello dei St. Aubyn (10 £ per il castello, 15 £ per il castello e i giardini a strapiombo sul mare). La residenza nobiliare è una costruzione decisamente imponente, che, a picco sul mare, si ancora al granito dell’isola. Al suo interno è inglobata anche la cappella dedicata a San Michele Arcangelo, un piccolo gioiellino che profuma di passato e storie ormai dimenticate.

Non vi mentirò dicendovi che si tratta di un percorso accessibile a tutti, anzi, direi che è addirittura più faticoso di quello di Tintagel. Le pietre del sentiero sono umide della rugiada del boschetto e scivolose (non oso pensare che cosa siano quando piove!), il passaggio ha dei tratti molto ripidi e sconnessi e non sono presenti ringhiere o altri tipi di sostegno per reggersi. Si fa un po’ di fatica, quindi, ma la visita del castello vale veramente la pena e dalle sue terrazze si gode una vista meravigliosa, che spazia su tutta la baia.

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Eccola qua, la vista dal parapetto del castello. Una favola. La residenza, che ospita ancora i St. Aubyn, è gestita dal National Trust, una sorta di FAI inglese.

Il percorso a ritroso, tra il sentiero disseminato dai resti di Cormoran e la traversata sulle barchette dei pescatori, con l’acqua fredda dell’oceano che vi schizza in viso, stroncherebbe chiunque alla fine di una giornata così, e in effetti non ricordo molto del viaggio di ritorno verso Plymouth, se non la mia stanza d’albergo, calda come l’avevo lasciata, che mi aspettava per l’ultima notte di soggiorno nella città portuale.

Vai di Lettura! – Libri d’Agosto

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Letture del Mese

Agosto è generalmente il periodo in cui la mangiatrice di libri che è in me recupera il terreno perso nei lunghi mesi troppo densi d’impegni e si da alla pazza gioia leggendo più volumi che può, possibilmente con vista mare, sulla spiaggia e sotto un ombrellone colorato. 🙂

Il mese appena trascorso non ha fatto eccezione, anche se mi sarebbe piaciuto riuscire a leggere di più… le vacanze condivise sono sempre fonte di problemi, come avremo modo di vedere più avanti in questo post. A luglio vi avevo espresso la mia intenzione di recuperare le opere di Paolo Rumiz, autore di Il Ciclope, e una visita in biblioteca mi ha consentito di portarne al Covo ben due, che ho letto subito e di filato. I primi quindici giorni di agosto sono stati dunque dedicati alla letteratura di viaggio, ma poi ho avuto modo di diversificare le mie letture inserendo un grande classico, una nuova uscita e anche un manuale di lifestyle, perché alle Streghe piace cambiare un po’ come alle scale di Hogwarts. ^^ Torniamo ai libri.

Trans Europa Express, P. Rumiz. È il racconto di un viaggio lungo oltre seimila chilometri, dalla Finlandia a Odessa lungo il confine dell’Unione Europea. Rumiz lo intraprende utilizzando mezzi di spostamento lenti, sulle ferrovie nazionali, i percorsi in mezzo alle foreste e lungo le zone costiere, i battelli sul mare oleoso… Oltre al viaggio in sé e alla descrizione di luoghi e persone, ho amato in particolar modo la poesia della narrazione di questo giornalista, che sembra tanto quella di un aedo. Per amanti dell’avventura e non solo.

È Oriente, P. Rumiz. Questa invece è una raccolta di racconti di viaggio, di cui il primo narra un avventuroso Trieste – Vienna in bicicletta di Rumiz assieme al figlio adolescente, che per tema hanno l’Oriente, o meglio il vicino Oriente, fino a Istanbul. Le atmosfere sono sempre sognanti e ricchi di richiami letterari e mitologici, come credo sia parte dello stile di Rumiz, ma, forse perché i testi sono più brevi, non sempre sono riuscita a immergermi completamente nella parole dell’autore.

flat1000x1000075f-u1Armadale, W. Collins. Mattoncino della seconda metà dell’Ottocento che ho letto insieme alla Penny, che me l’ha regalato a Natale. ❤ La trama, complicata come ogni buon romanzo a puntate, è brevemente questa: un uomo sul letto di morte lascia al figlio neonato una lettera che racconta i tragici eventi che lo legano a un cugino che, come lui, si chiama Allan Armadale. Anni dopo, i figli dei due cugini, anche loro omonimi, anche loro di nome Allan Armadale, s’incontrano in circostanze casuali e sembrano destinati a ripetere gli errori dei loro padri… o forse no? Condiscono questa vicenda già arzigogolata una giovane pulzella innocente, un pastore volenteroso, zingari, saltimbanchi, avvocati e naturalmente una femme fatale crudele e determinata. Il libro, che mi è piaciuto molto, si è rivelato difficile da portare avanti verso la metà della narrazione, perché il ritmo narrativo rallenta moltissimo ed eventi che potevano essere raccontati in dieci pagine finiscono per occuparne il triplo. Nonostante ciò leggere i libri di Wilkie Collins è sempre un piacere, soprattutto per i suoi personaggi femminili, che non sono mai scontati. In questo caso, per esempio, Miss Gwilt regge da sola metà della trama.

Siracusa, D. Ephron. Ho letto l’ultimo romanzo della Ephron per scriverne una recensione da pubblicare sulla testata online dove compaiono i miei articoli seri (siete curiosi? Date un’occhiata qui), e dunque la casa editrice Fazi me ne ha recapitato una copia. Ammetto di aver apprezzato questo libro più di quello che pensavo, e la trama era già accattivante: due coppie di conoscenti, legate esclusivamente dal fatto che il marito dell’una e la moglie dell’altra sono stati fidanzato una quindicina di anni prima, decidono di punto in bianco di andare insieme in vacanza e, siccome sono americani e i soldi non sono un problema, scelgono di fare un viaggio in Italia. Ben presto emergono i motivi per cui l’idea delle ferie condivise non sia stata una genialata e il lettore è testimone di tutti i risentimenti e le piccole invidie che i personaggi provano l’uno nei confronti dell’altro. Accanto ai caratteri della brillante commedia americana, poi, la Ephron ha inserito un elemento noir che non mi aspettavo e che ha dato una vera svolta al genere letterario e al romanzo stesso. Mi è piaciuto che sotto le frecciatine velenose e la perfetta descrizione dei personaggi principali serpeggiasse un senso d’inquietudine via via in crescendo e ho amato il finale del libro!

Il Magico Potere del Riordino, M. Kondo. Ebbene sì, ci sono cascata anch’io. Complice un assurdo (per quanto mi riguarda) istinto di risistemare cassette, armadi, cassettini, bauli et similia con il mero intento di liberarmi di qualche cianfrusaglia e organizzare il resto delle mie cose guadagnando un po’ di spazio, ho letto il manuale di Marie Kondo. Avendolo terminato, posso affermare senza ombra di dubbio che la cara Marie è intrinsecamente e indubbiamente pazza, ma che il suo metodo funziona. Non mi convincerà mai a buttare fotografie e libri, ma la Strega sta procedendo al riordino con il metodo konmari e per il momento tutto procede bene. Se non mi leggete tra un paio di giorni, però, chiamate aiuto! Al di là del riordino più o meno facile e della succitata mitomania della Kondo, ammetto mio malgrado che sono rimasta colpita dalla specie di animismo verso gli oggetti che popolano la nostra casa e la nostra vita che caratterizza le scelte e i comportamenti di questa scrittrice. Probabilmente (ho fatto un po’ di ricerche su Marie, personaggio che mi ha un po’ stregata) questa spiritualità verso i beni di consumo deriva dalla pratica shintoista, che non è estranea alla Kondo, avendo lei curato un tempio Shinto per alcuni anni, e, anche se a volte mi sembra portata all’estremo (i calzini soffrono quando li arrotoli?), non posso completamente classificarla tra gli atteggiamenti pazzoidi dell’ideatrice del metodo konmari.

Con la gentile signorina giapponese che ha fatto fortuna con il repulisti si concludono le mie letture agostane. Vi ricordo che ogni titolo è collegato al link per acquistarlo su Amazon tramite il mio codice di affiliazione, in modo che il sito di e-commerce mi conferisca una piccola percentuale per ogni copia acquistata (percentuale che mi sarà utile a sostenere il Grimorio!) senza alcuna maggiorazione di prezzo per voi.

Ora, ditemi: che cosa avete letto sotto l’ombrellone?

Il secondo quadrimestre le cose diventano serie – Bullet Journal

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Alla fine di aprile l’innocenza della qui scrivente Strega, che le rimane pervicacemente incollata nonostante lei abbia superato la soglia dei trent’anni, aveva pensato che il secondo quadrimestre dell’anno sarebbe stato meno impegnativo. Il motivo che aveva fatto insorgere questo balengo pensiero nella mia testa non è chiaro, soprattutto considerando la montagna di progetti che avevo avuto la bella idea di iniziare e l’enorme quantitativo di promesse che avevo fatto in giro… Insomma, perché mai i secondi quattro mesi dell’anno (maggio e giugno soprattutto) sarebbero dovuti essere più leggeri dei primi quattro?

Fortunatamente gli Dei hanno messo subito in chiaro le cose con me, pensando bene di farmi cadere una piastra in ghisa sul piede sinistro – in quel momento, vi posso assicurare, li ho visti: Dei, divinità, spiriti e tutti gli astri celesti – e regalandomi di fatto un’insolita nottata al pronto soccorso. L’infortunio mi ha reso difficile portare a termine i miei consueti incarichi per una decina di giorni circa, motivo per il quale ho ahimè dovuto abbandonare un progetto a cui tenevo tanto e in generale rimaneggiare pesantemente i miei appuntamenti di lavoro.

wiley-coyote-helpIn questo frangente il bullet journal è stato più che prezioso, perché nonostante il mio crescente panico mi ha permesso di tenere sotto controllo tutti i progetti in corso, di rivedere le date di scadenza e in generale di non dimenticarmi nulla. Non sto dicendo che attraverso l’uso di questo sistema sono passata attraverso la crisi con la serenità di un monaco buddista, anzi, ma è indubbio che sono riuscita a portare tutto a termine con successo, e questo lo considero un grande raggiungimento.

Insomma, l’agenda di maggio e giugno è stata ampiamente sfruttata così com’era, mentre alcune pagine hanno subito delle modifiche per renderle più funzionali, come nel caso dell’habit tracker.

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L’habit tracker è un metodo per monitorare la costanza con cui eseguiamo alcune azioni che vorremmo diventassero abitudinarie e si basa sul concetto che, se ci impegniamo a eseguirle a intervalli regolari e segnandolo da qualche parte, finiremo con l’assuefarci all’idea. Il metodo generico è piuttosto semplice: avrete una tabella, una griglia, un disegno o quello che volete, purché ripartito in tante parti quanti sono i giorni del mese in questione, e ogni giorno in cui eseguite un determinato compito colorerete la sezione corrispondente. Facile e a prova di scimmia.

All’inizio della mia esperienza con il bullet journal avevo optato per la praticità e lo spreco del minor spazio possibile, così avevo creato un’unica tabella entro cui riassumere tutte le azioni che volevo monitorare, ma con il passare dei mesi mi sono accorta che questo metodo rendeva la pagina disordinata e in alcuni casi difficile da decifrare. Inoltre, le azioni non erano poche e rischiava di andarmi insieme la vista, così ho cambiato lo schema e ho creato un mini calendario per ogni abitudine wannabe: lo spazio non ne ha risentito, dato che sono rimasta entro i limiti di una facciata, e mi sono trovata molto meglio.

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L’Artù di Nigel Terry in “Excalibur” (1981), film da guardare assolutamente!

Giugno è stato il mese più tosto dell’anno: ci sono stati viaggi, esami, responsabilità e prove di ogni genere (Dei, io ho amato il giugno 2018!), e il mio caro diario proiettile si è rivelato utile e versatile. É bastato diminuire lo spazio dedicato all’agenda – perché, diciamocelo, a zonzo in Cornovaglia non avevo particolari impegni da rispettare – per trovare spazio per liste di viaggio, annotazioni e anatemi da lanciare a persone che non facevano il proprio lavoro (storia lunga, ve la racconterò).

Non credo di esagerare, se dico che parte del successo dei miei piani (che terminavano tutti a giugno!) si deve all’adozione del metodo del bullet journal tanto quanto all’utilizzo di un buon calmante! Più ripenso a com’ero impegnata in quei mesi e più sono contenta di aver iniziato questa avventura.

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Con l’avvicinarsi delle agognate ferie agostane – i primi quindici giorni d’agosto per me sono di eremitaggio marino: leggo, mi alleno, vado in spiaggia e guardo alba e tramonto, così ricarico le batterie stregate – ammetto di aver mollato un po’ il colpo. Le energie erano quel che erano e il caldo ha fatto la sua parte, così il mio amico bullet journal ha finito per essere consultato molto meno dei mesi precedenti. D’altronde, gli impegni si sono diradati e lo spazio per l’agenda si è ridotto ancora, questa volta in favore di un po’ più di disegni, pratica che io trovo estremamente rilassante e che mi sono promessa di utilizzare anche per il terzo quadrimestre. Passata la metà di agosto, però, ho ripreso in mano l’elegante quadernetto nero per aggiungerci una bella lista piena di tutti i progetti che inizierò in quel di settembre, mese che segna anche l’inizio del mio terzo quadrimestre! Che tema ho scelto, mi dite?

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Ça va sans dire.